Immagine dal silenzio alla luce

Cammino nel Triduo Pasquale

Dal silenzio alla Luce

I giorni del Triduo Pasquale ci vengono incontro! Parliamo di giorni, eppure, non sarebbe sbagliato pensare al Triduo come un’unica grande celebrazione, la celebrazione dell’Amore redentore di Dio.

In questi giorni ci viene data la misura dell’amore: amare senza misura! Gesù ce lo dimostra con la sua vita e con la sua morte.

Siamo nel cuore dell’Anno liturgico, il culmine! Il Triduo Pasquale è il centro gravitazionale della fede cristiana: tutto l’anno liturgico converge qui e da qui riparte. Attraverso di esso si arriva e allo stesso modo si ricomincia. È un punto di arrivo, perché la storia della salvezza trova compimento nel dono totale di Cristo all’umanità; ed è un punto di ripartenza, perché da questo dono nasce una vita nuova che ogni anno siamo chiamati ad accogliere per essere rinnovati nello spirito.

Dio ci ha salvati una volta per sempre, ma noi siamo invitati a dire il nostro “sì” sempre di nuovo, per lasciarci trasformare un poco alla volta, fino a diventare uomini pienamente consapevoli del dono ricevuto. San Paolo scriveva: fino a che arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, all’uomo perfetto, alla misura della statura della pienezza di Cristo (Ef 4,13). Si comprende che non è un cammino che si compie in un giorno, ma di Pasqua in Pasqua noi cresciamo in questa conoscenza del Figlio di Dio e camminiamo verso la maturità della fede.

Durante il Triduo ci rendiamo conto che Cristo ci traccia un cammino esigente ma percorribile con la sua grazia. Egli ci ha dato la chiave per giungere alla misura della statura della sua pienezza. Basta accompagnarlo in questi giorni e lasciarsi istruire dai gesti e dalle parole che ci ha consegnato.

Ultima Cena

Il Giovedì Santo è il giorno in cui Cristo ci insegna a donarci agli altri, attraverso il servizio, un servizio animato dall’amore. Cristo si lega ai fianchi uno straccio e da Signore si fa schiavo, lavando i piedi dei suoi. Non è facile capire questo gesto, sebbene visto dal di fuori abbia tutta una carica emozionale che ci commuove ma non ci sconvolge, perché questa visione possa scuoterci dovremmo metterci noi al posto di Cristo: nelle nostre case, a scuola, nei nostri uffici, tra i nostri amici e tra i nostri “Giuda”. Piegarci e servire, senza aspettarsi nulla in contraccambio, solo e soltanto perché il Maestro ci ha insegnato che così si fa.

Gli ultimi Papi alla lavanda dei piedi hanno aggiunto un segno di una grande densità spirituale: hanno baciato i piedi dei dodici. In quel baciare i piedi potremmo vedere un insegnamento che la Chiesa ci offre: amare anche “lo sporco” che c’è nei nostri fratelli, amare quella parte così difficile d’accogliere. Baciare quel difetto, baciarli nell’errore, nel tradimento, nella loro verità. Non ha fatto questo Gesù? Lui non baciò chi lo difese, né chi gli restò accanto, non baciò chi lo aveva sempre capito, baciò dei codardi, dei traditori, dei rinnegatori, e in loro baciò la nostra fragilità umana. Il Giovedì Santo ci insegna a baciare l’Umanità nella sua debolezza più profonda e a servirla donandosi.

Il dono supremo dell’Eucaristia ci insegna che Dio ha voluto rimanere con questa Umanità stanca e fragile ed essere per lei cibo che dà forza, che sostiene. Dio che si fa cibo ci mostra il destino di ogni cristiano: farsi pane spezzato per l’altro.

Cristo porta la croce

Nel Venerdì Santo la nostra concezione di Dio viene stravolta. E ci sorprendiamo, ascoltando quelle parole: “Se tu sei il Figlio di Dio, scendi dalla Croce” (Mt 27,40), a risentire l’eco delle nostre voci in tante occasioni della vita: “Se Dio esiste perché ha permesso questo?” “Se sei misericordioso allora perché mi è accaduta una cosa simile?”. Che scoperta: sotto quella Croce c’ero anch’io e ci sono ogni volta che pongo a Dio queste domande o gli muovo l’accusa di essere assente dinanzi al mio dolore mentre Lui quel dolore mi vuole insegnare ad accoglierlo.

Il Venerdì Santo non si celebra la Santa Messa, non c’è consacrazione. È un paradosso solo apparente: il Giovedì Santo celebriamo il dono dell’Eucaristia, che rimane per sempre; il giorno dopo, però, la Chiesa non trasforma il pane e il vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo. I fedeli possono comunicarsi, ma con le specie consacrate il giorno precedente. Sembra che il dono ci venga sottratto, ma la Chiesa ci ricorda che in questo giorno il Corpo di Cristo è consegnato, non ancora risorto.

Il Venerdì Santo è il giorno in cui Cristo, dalla Cattedra della Croce, ci imparte il più grande insegnamento: solo l’amore vince la morte e la luce non può essere spenta dalle tenebre. La morte non ha più l’ultima parola, anzi, le sue labbra sono state sigillate dall’Ultima ed Eterna Parola, Gesù. È il giorno in cui Cristo ci mostra cosa sia davvero l’amore, quanto sia costoso e allo stesso tempo quanto sia fecondo. “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Solo quando la vita si dona, la si ritrova moltiplicata: il dono, se consumato, genera altra vita. Questa è la logica cristiana, incomprensibile agli uomini, folle oggi come ieri, ma vera: l’amore, solo se speso, porta frutto.

Risurrezione

Cosa accade invece durante il Sabato Santo? Sembra che la vita della Chiesa si fermi: nessuna celebrazione, nessuna Santa Messa. Il silenzio cominciato con il Venerdì Santo si estende e ci immette nel Sabato Santo in cui ogni parola muore perché la Parola è morta. Morta ma non per sempre e questo ci apre all’attesa. Il Sabato Santo è il giorno in cui la Chiesa non parla, perché è Dio stesso che tace.

La Vergine santissima, l’Addolorata, è un’icona fortissima di questa attesa silenziosa, lei non vede, ma attende con fede, perché ha custodito nel cuore la Parola come la custodì nel suo grembo verginale. E insieme a lei il popolo dei fedeli attende, perché il Re dorme! La Chiesa “siede accanto al sepolcro”, come una sposa che veglia. E ci offre un grande insegnamento: nel tempo del dolore imparare ad attendere, a non lasciarsi travolgere, perché siamo fratelli e sorelle di un Dio che non muore ma risorge, che entra nel dolore, lo affronta e lo vince. Anche le nostre morti quotidiane non hanno mai l’ultima parola nella nostra esperienza, se fosse così non potremmo dirci cristiani. Nel silenzio del sabato, Cristo scende negli inferi per cercare Adamo, per raggiungere ogni uomo nel luogo più lontano.

E proprio da questo silenzio nasce la luce della Veglia delle veglie: la Veglia Pasquale! Durante questa meravigliosa celebrazione ove ogni simbolo della liturgia è portatore di un significato fortissimo: il contrasto tra il buio e la luce, il fuoco, il cero, le candele, l’acqua e il silenzio che attende il subentrare del canto che celebra. E poi la proclamazione della Parola di Dio ci fa percorrere la grande storia della Salvezza, che ha il suo apice nel misterioso evento della Resurrezione, di cui solo la notte fu testimone.

In questa notte, attraverso il preconio pasquale noi riconosciamo felice colpa quella che ci ha meritato un così grande Redentore. Gesù Cristo ha vinto la più grande paura dell’uomo, quella che entrò nel mondo per invidia del diavolo (Sap 2,24): la morte. Quale morte? Non solo quella fisica ma anche quella spirituale: il peccato. Gesù ha sconfitto il peccato e la morte, Egli ci ha riaperto le porte del Cielo, ci ha rimesso in comunione con Dio e non solo: ci ha fatto figli del Padre.

Quanto è grande ciò che celebriamo, non esistono parole, c’è sempre il rischio di cadere nella banalità. Vive pienamente questa veglia chi ha sperimentato la morte del peccato e ha conosciuto la risurrezione attraverso il perdono di Dio; chi è consapevole che è stato amato oltre ogni misura. Quando si fa esperienza di un Dio morto per amore, tutto cambia e questa notte ha un significato indicibile, perché Gesù ha affrontato ciò che più temo e nel modo più doloroso che esiste, solo per amore mio! Lo scriveva S. Paolo: “…vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”(Gal 2,20). E per me ha vinto la morte, per me si è destato dal sonno della morte, per darmi una vita nuova: la sua.

Quell’acqua con cui veniamo aspersi simboleggia la vita nuova, la vita di Dio in noi. La luce simboleggia la vittoria della vita sulle tenebre. Nelle domeniche di quaresima ne avevamo avuto un assaggio: dinanzi al pozzo di Giacobbe, insieme alla Samaritana abbiamo scoperto che Cristo è l’Acqua che zampilla in eterno (cf. Gv 4,14) e con il cieco nato abbiamo compreso che Cristo è la Luce del mondo (Gv 9,5), è Lui che dalle tenebre ci fa entrare nella Luce.

Dal Giovedì Santo, la Chiesa ci consegna al silenzio, ma un silenzio gravido di vita. Entriamo nella Veglia come si entra nell’alba: con il cuore che attende e gli occhi che cercano la luce che non tramonta, anzi, il Sole che nasce dall’Alto (Lc 1,78): Cristo Signore.