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	<title>Spiritualità &#8211; Monache Minime di Paola &#8211; Mora D&#039;Ebre</title>
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		<title>Le parole del Sacro Cuore ci giungono ancora&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jun 2023 20:08:48 +0000</pubDate>
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<div style="height:40px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="has-text-color wp-block-heading" style="color:#ff2b00">Attraverso suor Filomena Ferrer</h3>



<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-2 wp-block-columns-is-layout-flex">
<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<p>Immersa nella preghiera, contemplando il dolore del Cuore di Gesù, esclamò una notte suor Filomena:</p>



<p class="has-black-color has-text-color"><strong>«Signore e Dio mio! Chi vi ha posto su questa trave? Perché riceveste questi dardi che il peccatore lancia contro il vostro adorabile Cuore? E non vi sarà alcun’anima cristiana che si associ al vostro dolore, pianga con Voi e per Voi?»</strong></p>



<p>La domanda che la mistica spagnola si poneva l’animò non solo ad unirsi intimamente al dolore di Cristo ma a sacrificare la sua esistenza nel ricercare e formare <strong>apostoli per il Cuore di Gesù</strong>.<em> </em>Per Suor Filomena ciò voleva dire arruolare un esercito di anime pronte a trasmettere il Suo messaggio, la cui devozione è pegno sicuro di santità e di salvezza. <strong>Non si contentava, dunque, di convertire le anime alle quali parlava del Sacro Cuore, non si accontentava neanche di vederli a Lui consacrate, ma faceva di tutto perché anche essi diventassero ‘cercatori’, ‘conquistatori’</strong><a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>, insomma, apostoli del Sacro Cuore di Gesù. </p>
</div>



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<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-1 wp-block-columns-is-layout-flex">
<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:100%">
<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="788" height="1100" src="https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Sor-Filimena-788x1100.jpg" alt="" class="wp-image-33593" srcset="https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Sor-Filimena-788x1100.jpg 788w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Sor-Filimena-215x300.jpg 215w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Sor-Filimena-768x1073.jpg 768w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Sor-Filimena-600x838.jpg 600w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Sor-Filimena.jpg 852w" sizes="(max-width: 788px) 100vw, 788px" /><figcaption class="wp-element-caption"><br><em>Scultura il legno che rappresenta suor Filomena in contemplazione della croce: «Signore e Dio mio! Chi vi ha posto su questa trave? Perché riceveste questi dardi che il peccatore lancia contro il vostro adorabile Cuore?</em></figcaption></figure>
</div>
</div>
</div>
</div>



<p>La Venerabile sarà messaggera di questo Sacratissimo Cuore, si sentirà chiamata a trasmettere a tutti <strong>il desiderio vivissimo del Redentore che il suo amore sia corrisposto, soprattutto da certe anime generosamente capaci di supplire il gran numero di persone che siffatto amore non vogliono ricambiarlo</strong>.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="has-text-color wp-block-heading" style="color:#ff2b00">Un esercito di apostoli</h3>



<p>Per chi conosce la storia, saprà bene che <strong>la prima a ricevere la missione di messaggera e confidente del Cuore di Gesù fu suor Margherita Maria Alacoque, nella metà del 1600. </strong>Gesù, in diverse apparizioni, le aveva mostrato il Suo Divin Cuore avvolto in fiamme e crivellato di spine. Le fiamme sono l’immenso amore di Gesù per gli uomini, e le spine sono gli innumerevoli e gravi peccati con i quali gli uomini feriscono il Divin Cuore. Gesù chiese a Margherita di darle il suo amore e la sua fedeltà e che si offrisse come vittima di amore, di riparazione e di espiazione per i peccati degli uomini. <strong>Oltre duecento anni dopo, fu la giovane Filomena a svolgere l’eccelsa missione di richiamare l’Umanità a questa Fonte dolcissima d’Amore e di Salvezza.</strong></p>



<p><strong>C’è però una diversità abbastanza evidente nella missione delle due</strong>: S. Margherita ha avuto il compito di rivelare al mondo le richieste del Cuore di Cristo, ma soprattutto il suo Amore non corrisposto, offeso, oltraggiato e di invitare gli uomini alla riparazione; suor Filomena ebbe il compito di ribadire questo messaggio, di confermare la sua validità e attualità dopo due secoli dalle prime rivelazioni ma soprattutto quello di <strong>formare un esercito di Apostoli per il Cuore di Gesù: uomini e donne impegnati, non solo a riparare alle offese che continuano a ferire il Sacro Cuore, ma a cercare altri apostoli, altri cercatori di cuori</strong>, sentendo la responsabilità di una missione talmente grande e certamente decisiva nella battaglia contro le forze del male da continuare sino all’Avvento Ultimo di Cristo.</p>



<p class="has-black-color has-text-color">Suor Filomena difatti raccontò che trovandosi alla presenza del Santissimo Sacramento udì queste parole: <strong>«Chi mi darà cuori che mi amino e trattengano il mio braccio così giustamente adirato con i peccatori?»</strong> Ed ella, attraversata nel più intimo da queste parole, rispose:<strong> «Io ve li darò, Dio mio: per primo prendete il mio»</strong>.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="has-text-color wp-block-heading" style="color:#ff2b00">Amore, penitenza, elemosina</h3>



<p>Ecco cosa desidera Gesù: cuori che ricambino il Suo Amore, che adempiano a questo giusto dovere di riamare Dio, Creatore e Redentore dell’Umanità peccatrice; cuori che riparino alle offese arrecate al Cuore di Cristo dai peccatori, dagli increduli, dagli indifferenti al suo amore, dai cristiani tiepidi. &nbsp;<strong>Cosa deve fare dunque un’anima che generosamente vuole rispondere a questa chiamata?</strong> Lo spiega la stessa suor Filomena:</p>



<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-3 wp-block-columns-is-layout-flex">
<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow"><div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1100" height="825" src="https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/gerajuarez-1547079605894-cathopic-1100x825.jpg" alt="" class="wp-image-33588" srcset="https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/gerajuarez-1547079605894-cathopic-1100x825.jpg 1100w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/gerajuarez-1547079605894-cathopic-300x225.jpg 300w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/gerajuarez-1547079605894-cathopic-768x576.jpg 768w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/gerajuarez-1547079605894-cathopic-1536x1152.jpg 1536w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/gerajuarez-1547079605894-cathopic-2048x1536.jpg 2048w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/gerajuarez-1547079605894-cathopic-600x450.jpg 600w" sizes="(max-width: 1100px) 100vw, 1100px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Rappresentazione artistica del Cuore di Gesù ferito dai peccati degli uomini</em></figcaption></figure></div></div>



<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<p>«<strong>Chi ama molto Gesù, prima di tutto avrà zelo per i suoi interessi divini e per la sua gloria</strong>, facendo che essa risplenda, non solo nelle proprie azioni, anche in quelle del prossimo, <strong>e lavorerà perché si estenda la conoscenza e l’amore di Gesù Cristo la cui aspirazione suprema è che il suo Cuore divino regni nel cuore di tutti gli uomini</strong>. Chi ama veramente Gesù, prenderà anche come propri gli oltraggi e le offese che vengono rivolti contro il suo amante Cuore, perché si sa quanto è suscettibile il vero amore»<a href="https://www.minimepaola.it/wp-admin/post.php?post=33563&amp;action=edit#_ftn2"><strong>[2]</strong></a>.</p>
</div>
</div>



<p>In un altra sua relazione rivolto al direttore spirituale, spiegandogli quanto aveva promesso a Gesù scrisse:</p>



<p>«…la promessa che ho fatta al mio divino Salvatore, cioè, di <strong>cercare con grande sollecitudine di attrarre cuori verso l’amore di Gesù; e con amore, penitenze ed elemosine, trattengano la giusta indignazione del Signore</strong>; poiché mi sembra, Padre, che è tanto grande il pericolo che ci minaccia che, per non restare vittime di tante spaventose e fiere burrasche, è necessario prendere sul serio tutto quanto detto…» .</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="has-text-color wp-block-heading" style="color:#ff2b00">Siamo tutti richiesti dal Cuore di Gesù</h3>



<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-4 wp-block-columns-is-layout-flex">
<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<p>Facilmente si coglie la continuità del messaggio del Cuore di Gesù rivolto a suor Filomena con quello del Cuore Immacolato di Maria rivolto ai pastorelli di Fatima. <strong>Dio e la Madonna ci chiamano ad un Amore Crocifisso, che è l’unico vero amore, cioè che nulla chiede, che nulla tiene per sé ma tutto si dona, tutto si consegna. </strong>Nella pratica il cristiano è chiamato all’amore, alla penitenza, all’elemosina e questa chiamata ribadita da tanti mistici anche negli ultimi anni (si pensi a Natuzza Evolo, Madre Speranza di Gesù), continua a non essere ascoltata, a non essere compresa, in alcuni casi forse boicottata, perché parlare di penitenza oggi è più che mai scandaloso, com’è scandaloso parlare di Croce e per questo forse lo stesso messaggio della Misericordia di Dio viene svuotato nella sua essenza.</p>
</div>



<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow"><div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full"><img decoding="async" width="493" height="564" src="https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Suor-Filomena-Busto-Fratello.jpg" alt="" class="wp-image-33575" srcset="https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Suor-Filomena-Busto-Fratello.jpg 493w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Suor-Filomena-Busto-Fratello-262x300.jpg 262w" sizes="(max-width: 493px) 100vw, 493px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Busto realizzato dal fratello di suor Filomena, lo scultore Félix Ferrer, rapresentando l&#8217;immagine del Cuore di Gesù scolpita sul cuore di suor Filomena.</em></figcaption></figure></div></div>
</div>



<p>Eppure, suor Filomena con la forza delle sue parole, che stiamo cercando di rendere note, ci conferma che s<strong>iamo tutti richiesti dal Cuore di Gesù, tutti <em>convocati</em> <em>in questa sua squadra</em>, per giocare una partita che può cambiare in primo luogo la nostra vita e poi quella degli altri</strong>. La nostra vita perché la spoglierà di ogni egoismo, l’arricchirà di amore vero verso il Signore e verso i fratelli, perché <strong>le darà un senso che niente può annientare</strong>, neanche la malattia, neanche i fallimenti umani, anzi, <strong>rispondere a questa chiamata del Cuore di Gesù significa che il proprio dolore, le proprie sofferenze offerte a Lui acquistano una portata riparatrice inestimabile, una forza capace di ottenere grazie impensabili per la Chiesa, miracoli di conversione dei cuori più induriti.</strong> E ovviamente, può cambiare la vita degli altri, perché lì dove c’è morte con il nostro annuncio possiamo portare vita, dove c’è disperazione possiamo portare la speranza, perché possiamo testimoniare a quanti incontriamo che <strong>Dio vuole bruciare i nostri peccati nel fuoco ardente del Suo Amore, ma ha bisogno che questi peccati gli vengano consegnati</strong>; possiamo testimoniare che <strong>l’unico desiderio di Dio è perdonare e salvare l’uomo</strong>, non desiderando la condanna di nessuno, ma la redenzione. Questo messaggio di perdono, di amore, di salvezza, può riportare la pace nei cuori in guerra.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="has-text-color wp-block-heading" style="color:#ff2b00">Dobbiamo essere portatori di questo messaggio</h3>



<p>L’uomo di oggi deve capire che il peccato offende Dio, certamente lo addolora, ma soprattutto uccide chi lo compie! <strong>Senza accorgersene il peccatore si trova schiavo dei suoi vizi, incatenato nel male, imbruttito dal peccato, reso irriconoscibile persino a se stesso. Ma Dio vuole ridonargli la dignità persa, Dio vuole spalancargli il Suo Cuore e investirlo con quelle fiamme che purificano, riscaldano, ma che non bruciano.</strong> Dio è disposto a dimenticare le spine conficcate nel Suo Divino Cuore dal peccatore.</p>



<p>Dobbiamo essere portatori di questo messaggio e i primi ad incarnarlo perché, come diceva la Venerabile suor Filomena: «se vogliamo terminare il corso della vita pieni di amore, di tranquillità e di meriti, dobbiamo obbedire ai gemiti che (questo divin Cuore) ha, perché gli teniamo compagnia, nell’amara solitudine che soffre, facendo dei nostri cuori un completo sacrificio di immolazione».</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Cfr. <em>La Venerable Filomena Ferrer y el monasterio del Sagrado Corazón de Jesús en Móra d’Ebre</em>, Monasterio del Sagrado Corazón, cit., p. 20.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> <em>Manoscritto </em>del 2 aprile 1866.</p>
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		<title>* Chiara Lubich</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jun 2023 15:25:23 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE  BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Silvia è il nome di battesimo di Chiara Lubich, nasce a Trento, il 22 gennaio 1920, seconda di quattro figli.</p>
<p style="text-align: justify;">A 18 anni Silvia ottiene a pieni voti il diploma di maestra elementare, desiderosa di continuare gli studi tenta di essere ammessa alla Cattolica ma finisce trentaquattresima su trentatré posti di ammissione gratuita disponibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Il punto di partenza decisivo della sua esperienza umano-divina si ha nel 1939, durante un viaggio a Loreto, ove è invitata ad un convegno di studentesse cattoliche, qui il Signore comincia a rivelarle di avere un progetto speciale per lei, ma di non chiamarla a nessuna delle vocazioni tradizionali. Diventa terziaria francescana e prende il nome di Chiara. Un giorno del 1943 sente un invito netto: “Datti tutta a me”. Senza perdere tempo chiede il permesso di compiere un atto di totale donazione a Dio, a un cappuccino sacerdote, e il 7 dicembre, in segreto, la Lubich sposa Dio. Nei mesi successivi comincia ad avvicinare delle giovani che vogliono seguire la sua stessa strada, sebbene non vi sia nulla di definito se non il radicalismo evangelico assoluto. Le giovani si riuniscono, nonostante la guerra che infuria anche a Trento, leggono il Vangelo, parlano delle cose del Cielo. Nel mese di maggio del 1944 durante uno di questi incontri aprono una pagina a caso del Vangelo, Gv 17,21 “Padre, che tutti siano una cosa sola” e nelle ragazze fa breccia la convinzione di essere nate proprio per quelle pagine, per quell’ideale: l’unità. Al numero 2 di piazza Cappuccini nasce il primo focolare, lo chiamano la casetta, lì vanno a vivere Chiara e altre sue amiche, ma intorno alla ‘casetta’, circola un numero sempre maggiore di persone che si sentono attratte dalla proposta di Chiara. Inizialmente sarà una convivenza di vergini, ma presto le focolarine saranno seguite da ragazzi, adulti, mamme, vecchiette. Il sabato pomeriggio le riunioni in cui Chiara parla di Vangelo vissuto e annuncia le prime scoperte di quella che diventerà la “spiritualità dell’unità” sono affollatissime e nel 1945 sono già 500 le persone che desiderano condividere l’ideale delle ragazze del focolare. Ogni cosa tra loro era in comunione, come nelle prime comunità cristiane.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vescovo, mons. Carlo De Ferrari viene a sapere dell’opera, vuole incontrare le giovani e le benedice. Il 1º maggio 1947, approva lo &#8220;Statuto dei Focolari della Carità – Apostoli dell&#8217;unità&#8221;.  Nell&#8217;autunno 1948 nasce il primo focolare maschile e a Pistoia, nel ’49, Pasquale Foresi, che diventerà uno dei cofondatori del movimento, conosce l’ideale dell’unità.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;estate 1949, Chiara si reca con le sue compagne nella Valle di Primiero, per un periodo di riposo. Qui l&#8217;attendeva una intensa esperienza mistica, una serie di &#8220;visioni intellettuali&#8221;, che la Lubich definirà &#8220;Paradiso &#8217;49&#8221; da cui ha continuamente attinto nello sviluppo della sua spiritualità, della sua opera e del suo pensiero da allora oggetto di numerosi studi.[46].</p>
<p style="text-align: justify;"> Nel 1953, il &#8220;focolare&#8221; acquisterà la sua forma &#8220;definitiva&#8221; quando diverranno parte integrante di esso anche persone sposate, primo fra tutti, Igino Giordani scrittore e parlamentare che fa conoscere il movimento al mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">I focolari si espandono in tutta Italia. La Chiesa però prende tempo per studiare il nascente movimento, più o meno quindici anni di valutazioni. Difatti, se il movimento arriva presto in tutte le nazioni europee e giungerà entro il 1967 in tutti i continenti, è comunque un cammino difficile a causa delle riluttanze da parte della Chiesa nell’approvazione del movimento. Per Chiara sono anni di grandi prove interiori, nelle quali ravviva il suo desiderio di stare con Gesù Abbandonato, fonte della sua ispirazione. Finalmente però il 23 marzo 1962 giunge l’approvazione del movimento da parte della Chiesa cattolica. Cominciano a prendere forma varie vocazioni, diverse tra loro ma accomunate dalla medesima radicalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 13 giugno 1967 ha inizio lo straordinario rapporto che unirà Chiara e il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Athenagoras I. Nel 1977 riceve il premio Templeton a Londra, per il progresso della religione, dando inizio al dialogo interreligioso del movimento, nel 1988 quello per la pace augustana ad Augsburg. Nel ’90 avviene l’approvazione degli statuti generali del movimento e Chiara con la collaborazione di mons. Klaus Hemmerie fonda la “Scuola Abbà” che tenta di tradurre in dottrina la vita di comunione e la spiritualità dell’unità. Nel ’91 avvia un progetto per l’Economia di Comunione che espanderà in breve in tutti i continenti. Riceve 16 dottorati <em>honoris causa</em> che le sono stati conferiti dal 1996 al 2008, senza contare i premi attribuiti dall’Unesco per l’educazione alla pace nel ’96 e dal Consiglio d’Europa per i diritti umani nel ’98 e più di 12 cittadinanze onorarie attribuitele. Tra il 1995 e il 2004 intraprende una stagione straordinaria di viaggi in cui apre nuovi orizzonti di dialogo: è la prima donna, bianca, cristiana a parlare nella moschea di Malcolm X, nonché la prima a costruire relazioni continuative con gli afroamericani dell’imam W.D. Mohammed, con i buddhisti theravada di Chang Mai, con il movimento buddhista Rissho Kosei-kai e con cospicui gruppi induisti. Viene eletta, nel 1994, presidente onorario della Wcrp, la conferenza mondiale delle religioni per la pace. Infine, apre il dialogo alle persone di convinzioni non religiose, perché nel progetto verso l’unità nessuno può essere escluso.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli ultimi tre anni di vita sono i più difficili, gli anni dell’oscurità in cui Dio sembra nascondersi.  Chiara si spegne il 14 marzo 2008, i funerali il 18 marzo vedono la partecipazione di migliaia di persone, tra cui numerose personalità civili e religiose, sia della Chiesa cattolica che delle diverse Chiese cristiane, e rappresentanti di altre religioni.</p>

		</div>
	</div>
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		<title>Così ti riamo</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Apr 2023 20:05:16 +0000</pubDate>
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			<h3><span style="color: #37454f;"><strong>Tienimi stretta Signore,</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>specialmente quando fuggo,</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>stringimi</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>      come si stringe il primo amore,</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>anche quando dubito.</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>Ho bisogno di Te,</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>oh mia sola virtù,</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>non posseggo altro bene</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>perché ogni mio bene sei tu.</strong></span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>Guardami sempre</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>     con Misericordia</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>ancor più se cado</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>perchè in quel momento</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>     di vergogna</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>in cui perdono ti domando,</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>con fiducia di figlia</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>al tuo collo mi aggrappi</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>e bagnate le ciglia</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>da Te nessuno mi strappi.</strong></span></h3>

		</div>
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			<h3><span style="color: #37454f;"><strong>Ho conosciuto il Tuo Cuore</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>in Esso riposo.</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>Confido Signore!</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>E su quel legno nodoso</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>in cui il Capo chinasti</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>chino il capo anche io,</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>perché se tanto mi amasti</strong></span></h3>
<h3><span style="color: #37454f;"><strong>così ti riamo, mio Dio.</strong></span></h3>

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		<title>L&#8217;umiltà e la grotta</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 20:59:02 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: justify;">Il mistero del Natale del Natale entra nel cuore della vita spirituale di Francesco di Paola. Lo dimostra il suo modo di riferirsi alla celebrazione del Signore con termini quasi estatici; per lui essa è la festa celeberrima e luminosissima, nella quale, così come in altre feste, non si digiuna e si riceve obbligatoriamente la santa Comunione. E, del mistero del Natale, ciò che più lo colpisce è la dimensione dell’umiltà del Verbo di Dio che, facendosi uomo, accetta una dimensione di estrema umiltà. Da un testo del Correttorio, che analizzeremo altrove, dobbiamo dedurre che il passo di Fil 2, 6-11 colpisce in modo particolare la sua sensibilità spirituale, in linea con tutta la tradizione monastica, che ha fatto di questo inno della primitiva comunità cristiana uno dei capisaldi della propria spiritualità cristocentrica.  Sappiamo già che è in collegamento con questi contenuti di umiltà che va letto il nome Minimo dato alla sua famiglia religiosa.</p>
<p style="text-align: justify;"> Questo nome esprime, secondo la testimonianza di Leone X, la volontà del Fondatore di voler avviare i suoi seguaci sulla strada dell’umiltà, già da lui percorsa, quella stessa che Gesù aveva percorso nel mistero della sua Incarnazione. In questo mistero, pertanto, Francesco coglie per la sua vita spirituale e per quella dei suoi seguaci l’invito allo svuotamento di sé, alla volontà di servizio, alla sottomissione, alla povertà. Il nesso tra l’umiltà di Francesco e quella del Verbo incarnato è stata colta dal papa Sisto V, che scrive: Egli fin dall’infanzia, infiammato di amore per le cose celesti, da minimo, quale si era fatto davanti a Dio e agli uomini, divenne grande. Tra le virtù, in cui eccelse, una specialmente ne abbracciò: l’umiltà, virtù sempre gradita al re dei re. Questa virtù egli scelse come guida e compagna ritirandosi in luoghi solitari per una vita dedita alla pietà e alla santità, così come imparò che la stessa segnò il primo ingresso nel mondo di Cristo salvatore nostro. In queste parole è la grotta l’elemento di confronto che ci fa capire come l’umiltà di Francesco si sia fondata sull’umiltà di Gesù, rilevata soprattutto nel mistero del Natale. […] Il richiamo alla grotta di Gesù, testimone del mistero di umiltà del Figlio di Dio, viene fatto per spiegare il valore spirituale della scelta di Francesco fin dagli anni della sua giovinezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stupore estatico provato dinanzi alla grotta divenne profonda e interiore ‘con-passione’ per la sofferenza vissuta da Cristo nel mistero della sua passione e morte.</p>
<p style="text-align: right;">(Giuseppe Fiorini Morosini, <em>Il Carisma penitenziale dell’Ordine dei Minimi, </em>pp. 513,514).</p>

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		<title>San Francesco attraverso la «Patris Corde»</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Dec 2021 17:13:18 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: justify;">Alla fine dell&#8217;anno dedicato alla figura di San Giuseppe, ispirate dalla bellissima Lettera Apostolica del Santo Padre Francesco, <em>Patris Corde</em>, ci è piaciuto guardare il nostro Fondatore, Francesco di Paola, considerando quegli aspetti che il Papa ha riconosciuto quali caratteristici della figura del padre putativo di Gesù.</p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid dgt-bg-inherit"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><div class="vc_tta-container" data-vc-action="collapse"><div class="vc_general vc_tta vc_tta-accordion vc_tta-color-sandy-brown vc_tta-style-classic vc_tta-shape-rounded vc_tta-spacing-25 vc_tta-gap-35 vc_tta-controls-align-default"><div class="vc_tta-panels-container"><div class="vc_tta-panels"><div class="vc_tta-panel vc_active" id="1638997812939-022a8be6-293a" data-vc-content=".vc_tta-panel-body"><div class="vc_tta-panel-heading"><h4 class="vc_tta-panel-title vc_tta-controls-icon-position-left"><a href="#1638997812939-022a8be6-293a" data-vc-accordion data-vc-container=".vc_tta-container"><span class="vc_tta-title-text">Padre nell’obbedienza</span><i class="vc_tta-controls-icon vc_tta-controls-icon-plus"></i></a></h4></div><div class="vc_tta-panel-body">
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			<p style="text-align: justify;">Tre attitudini sono indispensabili perché si possa parlare di obbedienza filiale: <strong>predisposizione all’ascolto, apertura umile e infine abbandono fiducioso</strong>. Essa è molto diversa dall’obbedienza servile, che è esecuzione di un comando recepito come un obbligo, una imposizione subita. L’obbedienza di Francesco di Paola, proprio come quella di San Giuseppe, fu quella di figlio amato che ha piena fiducia nella Volontà del Padre. Egli imparò da bambino a comprenderla, riconoscendola negli eventi, leggendola nel proprio cuore, discernendo i movimenti dello Spirito Santo. Da ragazzino, al termine dell’anno votivo trascorso a San Marco Argentano, capì di dover rifiutare l’invito dei frati minori a restare con loro e motivò la sua decisione affermando con convinzione: «Non è la volontà di Dio.». Le stesse parole le ascoltiamo nuovamente sulla sua bocca molti anni dopo, fatto che rimarca il suo cammino di perseverante obbedienza:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>Mentre si intratteneva in colloquio con uno dei suoi frati, Francesco fece questa profezia: “un giorno dovremo andare in un luogo dove non ci capiranno, e neanche noi capiremo loro”. Il frate subito obbiettò: “Padre, se non capiranno e neanche noi capiremo loro, perché dobbiamo andarvi?”  “Poiché è volontà di Dio!”, rispose prontamente Francesco</em>. (Anonimo).</p>
<p style="text-align: justify;">Ascolto- apertura-abbandono. Crescendo, dunque, si affinarono in lui queste attitudini rendendogli sempre più intelligibile la Volontà del Signore e così quando alcuni gli chiesero di poter condurre vita eremitica con lui, <strong>si mise in ascolto di Dio, senza barricarsi nei suoi progetti, né irrigidirsi nell’idea, formatasi in quegli anni di solitudine</strong>, sulla forma di vita da condurre <strong>e con apertura umile si abbandonò pienamente ai voleri divini</strong>, cambiando nuovamente tutta la sua impostazione di vita. Come può non venire in mente San Giuseppe, che rinuncia ai suoi piani per abbracciare il Piano di Dio; lui che, per ben quattro volte, seppe riconoscere nel sogno avuto la manifestazione del volere dell’Altissimo?!</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>In ogni circostanza della sua vita &#8211;</em>ci dice il Papa-<em> Giuseppe seppe pronunciare il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani (Patris Corde 3).</em></p>
<p style="text-align: justify;">E così il nostro Fondatore! In principio Padre di un piccolo gruppo di eremiti, in seguito Padre di un grande Ordine, Francesco di Paola, come il falegname di Nazareth, seppe essere Padre nell’obbedienza poiché continuò sempre a vivere la sua vita da figlio obbediente, capace per questo di guidare gli altri sulla via tracciata dallo Spirito.</p>

		</div>
	</div>
</div></div><div class="vc_tta-panel" id="1638997812985-2792941e-27aa" data-vc-content=".vc_tta-panel-body"><div class="vc_tta-panel-heading"><h4 class="vc_tta-panel-title vc_tta-controls-icon-position-left"><a href="#1638997812985-2792941e-27aa" data-vc-accordion data-vc-container=".vc_tta-container"><span class="vc_tta-title-text">Padre nella tenerezza</span><i class="vc_tta-controls-icon vc_tta-controls-icon-plus"></i></a></h4></div><div class="vc_tta-panel-body">
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			<p style="text-align: justify;">Lungi dall’essere sinonimo di mollezza, la tenerezza è piuttosto grandezza di cuore. Solo chi ama prova vera tenerezza e solo chi lascia spazio alla tenerezza può diventare compassionevole, può comprendere l’altrui debolezza e farsene carico, può <em>perdonare il torto subito sino a dimenticarlo. </em>Se San Francesco è nell’immaginario comune l’eremita rude, forte, silenzioso, è pur vero che nella sua vita ha dato prova di grande tenerezza. Da Padre Fondatore, si occupò dei suoi religiosi con delicata attenzione. Questo nella Regola risulta evidente nella cura richiesta per gli ammalati, o nell’accondiscendenza verso il bisogno di coloro che soffrono di continuo languore e in altri particolari con i quali si mitigano le austerità se serve per sovvenire alle necessità di un frate in difficoltà e lo si vede con evidenza nel richiamo al reciproco perdono. Un Padre tenero spera di generare figli capaci della medesima tenerezza, attenzione, dolcezza, sensibilità d’animo, apertura di cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma noi Minime, in modo particolare, cogliamo la sua tenerezza in alcuni gesti che ce lo fecero stimare quale Padre accorto e sollecito nonostante la distanza. Infatti, quando completò la redazione della nostra Regola, senza attendere l’approvazione apostolica, designò un suo Vicario per la direzione e formazione delle prime Monache Minime (ricordiamo che il secondo Ramo dell’Ordine sorse in Spagna). E non scelse un Vicario qualsiasi ma padre Giovanni Abundance che era stato il primo Provinciale in Spagna, eletto per comando del Fondatore stesso nel 1496. Un uomo la cui Santità era stimata da tutti nell’Ordine. San Francesco in questo modo si assumeva personalmente la responsabilità delle Minime, nella figura del suo Vicario. Attraverso di lui inviò a ciascuna monaca un rosario in regalo, un segno semplice ma d’amore paterno.</p>
<p style="text-align: justify;">San Francesco però, fu un Padre tenero anche per i tanti fedeli che accorrevano al suo convento. Nei processi leggiamo di un uomo che venne a Paola per chiedere al Frate di guarire suo figlio gravemente malato, Francesco però saputo in spirito che il ragazzo era appena morto dovette informare il povero genitore che scoppiò in pianto. Il buon Padre commosso, si prodigò nel rincuorarlo e gli profetizzò la nascita di due figli l’anno successivo, infine lo mandò via consolato. San Francesco era un Padre tenero con i tanti fedeli che accorrevano al suo convento: guariva gli ammalati, rincuorava gli afflitti e aveva grande tenerezza verso i peccatori pentiti invitandoli a confessarsi: <em>a spazzare la propria casa cioè la coscienza</em>, per riconciliarsi con il Signore e incontrare il suo perdono. Proprio l’anonimo contemporaneo suo primo biografo attesta questa dolcezza con cui l’eremita spingeva chi aveva sbagliato a pentirsi e a cambiare vita, muovendo tutti a confidare nel perdono di <em>Dio che</em> <em>ci aspetta a</em> <em>braccia aperte</em>!</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto quest’ultima prospettiva vogliamo riportare un altro bellissimo passo della <em>Patris Corde</em>:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. Il dito </em><em>puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di </em><em>accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità. Solo la tenerezza ci </em><em>salverà dall’opera dell’Accusatore (cfr Ap 12,10). Per questo è importante incontrare la Misericordia di Dio, specie nel Sacramento della Riconciliazione, facendo un’esperienza di verità e tenerezza. Paradossalmente anche il Maligno può dirci la verità, ma, se lo fa, è per condannarci. </em><em>Noi sappiamo però che la Verità che viene da Dio non ci condanna, ma ci accoglie, ci abbraccia, ci sostiene, ci perdona. La Verità si presenta a noi sempre come il Padre misericordioso della parabola… (Patris Corde 2).</em></p>
<p style="text-align: justify;">Come Gesù e Maria hanno visto la tenerezza di Dio in Giuseppe, così a Paola molti videro in Francesco la tenerezza di Dio: le sue braccia furono le braccia di Dio tese verso l’uomo caduto, l’uomo ferito, l’uomo piagato nel corpo e quello piagato nell’anima.</p>

		</div>
	</div>
</div></div><div class="vc_tta-panel" id="1640261922911-c9c08b70-d681" data-vc-content=".vc_tta-panel-body"><div class="vc_tta-panel-heading"><h4 class="vc_tta-panel-title vc_tta-controls-icon-position-left"><a href="#1640261922911-c9c08b70-d681" data-vc-accordion data-vc-container=".vc_tta-container"><span class="vc_tta-title-text">Padre nell’accoglienza</span><i class="vc_tta-controls-icon vc_tta-controls-icon-plus"></i></a></h4></div><div class="vc_tta-panel-body">
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			<p style="text-align: justify;">Siamo soliti, nell’Odine, considerare l’accoglienza in San Francesco nella dimensione di ospitalità, ma la Lettera del Papa ci ha portate a considerare l’accoglienza da un punto di vista diverso. Scrive il Papa:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>Tante volte, nella vita, accadono avvenimenti di cui non comprendiamo il significato. La prima reazione è spesso di delusione e ribellione. Giuseppe lascia da parte i suoi ragionamenti per fare spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi misterioso, egli lo accoglie, se ne assume la responsabilità e si riconcilia con la propria storia. La vita spirituale che Giuseppe ci mostra non è una via che spiega, ma una via che accoglie.  </em></p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>Egli non è un uomo rassegnato passivamente. Il suo è un coraggioso e forte protagonismo. L’accoglienza è un modo attraverso cui si manifesta nella vita il dono della fortezza che ci viene dallo Spirito Santo. Solo il Signore può darci la forza di accogliere la vita così com’è, di fare spazio anche a quella parte contradditoria, inaspettata, deludente dell’esistenza (Patris Corde 4).</em></p>
<p style="text-align: justify;">Accoglienza della propria storia! Di questo sta parlando il Pontefice riferendosi a San Giuseppe e crediamo di poter dire che è quanto si sia avverato anche nella vita di San Francesco. Compiere con grande fedeltà e docilità la volontà di Dio su di lui: è il riassunto di tutta la sua vita. Senza grandi manifestazioni esteriori, senza nessuna rivelazione particolare, solo nell’accoglienza umile di quanto Dio gli presentava ogni giorno, anno dopo anno, nelle più svariate vicende, nelle situazioni facili o difficili, senza cercare da parte sua delle risposte, e tanto meno voler capire il disegno di Dio su di lui, come un servo buono e obbediente si mise totalmente a servizio dell’opera che Dio pian piano gli affidava, facendo fruttificare al massimo i talenti ricevuti.</p>
<p style="text-align: justify;">Servendosi della ricchezza del suo forte carattere passionale e della sua tenacia, non si arrese mai di fronte a nessun ostacolo, ma fidandosi unicamente della potenza di Dio che “compie meraviglie”, andò avanti con ardore e decisione, controcorrente, lasciando fare a Dio quello che umanamente alle sue sole forze e capacità sarebbe stato impossibile. Tutto ciò con profonda umiltà, quasi non fosse lui il protagonista di questa storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltrepassato già l’arco dei sessantacinque anni di età, dei quali più di quaranta vissuti da eremita, nella continua preghiera e ardua penitenza, Francesco continuerà a camminare di virtù in virtù, di bene in meglio, configurandosi sempre di più a Cristo Crocifisso. Sotto la sua responsabilità nel momento in cui doveva lasciare tutto e andarsene in Francia, per compiere quella che ha capito essere la volontà di Dio, ha cinque comunità di eremiti, fondate da pochissimi anni; lui stesso ne ha seguito i primi tramiti curandone l’organizzazione, nominando i superiori e i delegati che avrebbero dovuto portare avanti le fondazioni, non tralasciando di formarli con le sue ammonizioni ed esempi a una vita di totale configurazione a Cristo dedita alla preghiera e alla penitenza. Sebbene la precarietà degli inizi lasciasse pensare umanamente alla necessaria presenza del Santo Padre tra i suoi, dinanzi l’ordine del Papa di andare in Francia, Francesco, come un nuovo Giuseppe, compie il suo esodo, senza sapere ciò che avrebbe trovato e ciò che sarebbe accaduto a quanto lasciava ma andando incontro al futuro con senso di responsabilità e accogliendolo in tutta la sua novità.</p>
<p style="text-align: justify;">E allora, leggiamo ancora un passo della Patris Corde, che va a corroborare quanto appena detto:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>Lungi da noi allora il pensare che credere significhi trovare facili soluzioni consolatorie. La fede che ci ha insegnato Cristo è invece quella che vediamo in San Giuseppe, che non cerca scorciatoie, ma affronta “ad occhi aperti” quello che gli sta capitando, assumendone in prima persona la responsabilità (Patris Corde 4).</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ma dall’esperienza francese di San Francesco possiamo evidenziare un altro evento che pone in rilievo la sua capacità di comprendere il Piano di Dio e accoglierlo nella sua totalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal racconto che ci hanno lasciato le fonti, sappiamo con certezza che, dopo la morte improvvisa di Carlo VIII, Francesco credette di aver concluso la sua esperienza alla Corte di Tours e di poter tornare in Calabria, nella sua Terra amata e riprendere in mano la sua opera. Si dispose a tornare in Italia con il permesso del nuovo reggente, Luigi XII, duca d’Orleans, che non conoscendo il frate, né la sua influenza a Corte, non ritenne un problema concedergli il salvacondotto per rientrare in Patria. Francesco era già sulla via del ritorno, quando il Re, informato del ruolo ricoperto dall’Eremita in tutti quegli anni e consigliato di non lasciarlo partire, inviò un’ordinanza con la quale revocò il salvacondotto concesso e richiamò a Corte il buon frate che si sottomise alla volontà del Re vedendo in essa l’intervento di Dio. Non bisogna far troppa fatica per immaginare il travaglio interiore di San Francesco, che nonostante tutto, è capace di riconciliarsi con la sua storia, la storia che Dio ha provveduto a tracciare e che fedelmente lui ha accolto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma lasciamoci illuminare ancora da alcune parole della Lettera Apostolica che stiamo considerando, e dalla figura di San Giuseppe. Leggiamo cosa scrive il Papa:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>Se non ci riconciliamo con la nostra storia, non riusciremo nemmeno a fare un passo successivo, perché rimarremo sempre in ostaggio delle nostre aspettative e delle conseguenti delusioni. </em></p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>La vita spirituale che Giuseppe ci mostra non è una via che spiega, ma una via che accoglie. Solo a partire da questa accoglienza, da questa riconciliazione, si può anche intuire una storia più grande, un significato più profondo</em> <em>(Patris Corde 4).</em></p>
<p style="text-align: justify;">San Giuseppe seppe scorgere negli eventi che si verificavano e che non di rado rompevano i suoi piani, interrompevano i suoi progetti, alle volte li distruggevano totalmente, il Piano più grande dell’Altissimo e così possiamo ben dire del nostro Fondatore.</p>

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			<p style="text-align: justify;">Continuando in questo confronto con la personalità di san Giuseppe, prendiamo quest’altra caratteristica accennata dal Papa: Padre nel coraggio creativo. Dice la lettera apostolica:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>Il coraggio creativo emerge soprattutto quando si incontrano difficoltà. Davanti a una difficoltà ci si può fermare e abbandonare il campo, oppure ingegnarsi in qualche modo. Sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere. </em><em>Molte volte, leggendo i “Vangeli dell’infanzia”, ci viene da domandarci perché Dio non sia intervenuto in maniera diretta e chiara. Ma Dio interviene per mezzo di eventi e persone. Giuseppe è l’uomo mediante il quale Dio si prende cura degli inizi della storia della redenzione. Egli è il vero “miracolo” con cui Dio salva il Bambino e sua madre. Il Cielo interviene fidandosi del coraggio creativo di quest’uomo. (Patris Corde, 5)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>A Giuseppe Dio affida i suoi beni più cari: Gesù e Maria. Al nostro santo Padre, Dio, quale bene gli affida?  La sua famiglia religiosa, della quale lui è il Padre e il Fondatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Francesco seppe leggere e scorgere la mano di Dio nella sua storia personale e nelle vicende del suo Ordine, accogliendo le piccole e le grandi manifestazioni del divino volere, che si presentavano man mano nella sua esistenza, non ponendo mai nessun ostacolo al compimento della volontà di Dio, ma aderendovi con magnanimo spirito di fede e in totale adesione e obbedienza. Egli non si rifiutò mai di compiere il volere di Dio, anche quando portarlo a compimento significò per lui lo sconvolgimento di tutta la sua vita. Accenniamo soltanto alcuni:</p>
<p style="text-align: justify;">Il mutamento notevole avvenuto in seguito al suo arrivo in Francia con il passaggio dalla vita eremitica a quella cenobitica o conventuale richiesto dalle nuove esigenze di vita incontrate dal Fondatore nel nuovo ambiente in cui dovette impiantare il suo movimento. Francesco, ha dovuto saper accogliere le cose valide e buone che questa nuova realtà aveva portato, rifiutare le cose superflue che non rispecchiavano il suo stile di vita, adattare le cose imprescindibili e fondamentali senza venir meno al carisma che aveva ricevuto e che gelosamente custodiva nell’intento di plasmarlo fedelmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo tanti anni di attesa -erano passati ormai 72 anni da quando Francesco accolse i suoi primi compagni a Paola, anni ardui di intenso lavoro nella stesura della sua Regola-egli nel 1502 ottiene l’approvazione di una sua Regola propria nella quale poter delineare il suo carisma e il suo stile di vita; una Regola che, nell’approvarla, il Papa definì come “luce per illuminare i penitenti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Avere tra le mani questo tesoro, dopo tante sofferenze sia all’interno sia all’esterno dell’Ordine: era ricevere il coronamento delle sue fatiche, non solo, era la risposta di Dio che gli assicurava di essere sulla strada giusta. Ormai, si chiudeva l’itinerario di organizzazione e sistemazione. “Nel nome del crocifisso” iniziava Francesco la sua Regola.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma negli ultimi anni della sua vita sorse ancora un fatto totalmente inaspettato. Ad Andújar, dopo aver ricevuto la nuova stesura della Regola, le Sorelle non si manifestarono dal loro punto di vista del tutto soddisfate. Non vedendo ancora appagato in questo documento tutto l’anelito che portano nel cuore, giacché intendevano vivere il carisma in maggiore solitudine, con una separazione dal mondo più radicale. Scrissero pertanto a Francesco, loro fondatore, nel mese di marzo del 1503 per chiedergli di poter vivere come religiose di clausura. Erano trascorsi solo sei mesi dall’approvazione della Regola quando Francesco ricevette questa richiesta delle Sorelle, evento che lo mise nuovamente nell’urgenza di dare una risposta.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>Se certe volte Dio sembra non aiutarci, ciò non significa che ci abbia abbandonati, ma che si fida di noi, di quello che possiamo progettare, inventare, trovare (Patris Corde, 5).</em></p>
<p style="text-align: justify;">La sua risposta non si fece attendere: destando la meraviglia di tutti, non solo rispose alle Sorelle in modo positivo, ritenendo legittimo il loro desiderio di vivere con maggiore radicalità il carisma abbracciato, ma dovendo accingersi a redigere una Regola per loro, riprese tra le mani anche quella già scritta per i fratelli assieme a quella scritta per i terziari e, ricompose i testi compiendo un lavoro di unità e essenzialità per la sua famiglia religiosa. Nacquero così quattro nuovi codici: la Regola dei fratelli (quarta e definitiva redazione), la Regola delle Sorelle (prima e unica redazione), il “Correttorio”, ove stabilisce norme pratiche e disciplinari di organizzazione e di condotta, atti a formare e a correggere; e  la Regola per i Fedeli secolari, anche questa semplificata nel suo insieme. Così dalla difficoltà, la sua coraggiosa intraprendenza seppe trarre una nuova possibilità da cogliere.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>…Il Vangelo ci dice che ciò che conta, Dio riesce sempre a salvarlo, a condizione che usiamo lo stesso coraggio creativo del carpentiere di Nazaret, il quale sa trasformare un problema in un’opportunità anteponendo sempre la fiducia nella Provvidenza.” “….Dio interviene per mezzo di eventi e persone” (Patris Corde, 5).</em></p>

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			<p style="text-align: justify;">Nella Lettera apostolica si legge di un elemento che forse è tra i più caratteristici di San Giuseppe e allo stesso modo di San Francesco: il lavoro. Entrambi furono lavoratori ai quali la fatica non fece mai timore.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>Il lavoro diventa partecipazione all’opera stessa della salvezza, _ spiega Papa Francesco_ occasione per affrettare l’avvento del Regno, sviluppare le proprie potenzialità e qualità, mettendole al servizio della società e della comunione; il lavoro diventa occasione di realizzazione non solo per sé stessi, ma soprattutto per gli altri… La persona che lavora, qualunque sia il suo compito, collabora con Dio stesso, diventa un po’ creatore del mondo che ci circonda</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">E così ci piace pensare a San Francesco il quale, ovunque andasse, riusciva a ricostruire il suo habitat che rivelava il forte attaccamento al mondo della terra e del lavoro. Sceglieva luoghi ai margini del centro abitato, si industriava nel coltivare il suo orticello. Era cresciuto così: uomo <em>pratico, lavoratore, uomo di preghiera e di grande penitenza. Perciò, la Minima deve amare il lavoro</em> sapendo che la profondità della sua vita interiore e il progresso nella virtù, soprattutto nella pazienza e nell’umiltà, si misurano dall’impegno e dalla sua laboriosità. Inoltre, ognuna può dare così il suo apporto alla Comunità della quale fa parte, facendo sì che i doni ricevuti, invece di favorire l’individualismo, producano frutti di comunione.</p>
<p style="padding-left: 60px; text-align: justify;"><em> </em><em>Il lavoro diventa partecipazione all’opera stessa della salvezza, occasione per affrettare l’avvento del Regno, sviluppare le proprie potenzialità e qualità, mettendole al servizio della società e della comunione; il lavoro diventa occasione di realizzazione non solo per sé stessi, ma soprattutto per quel nucleo originario della società che è la famiglia (Patris Corde, 6).</em></p>

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			<p style="text-align: justify;">Ricordando le parole di San Paolo VI, Papa Francesco riafferma che la paternità di San Giuseppe si espresse:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>nell’aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell’incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro…. Per questo suo ruolo nella storia della salvezza -continua il Santo Padre- San Giuseppe è un padre che è stato sempre amato dal popolo cristiano… (Patris Corde, 1).</em></p>
<p style="text-align: justify;">Queste parole ci hanno fatto pensare alla paternità di San Francesco e al dono che ha fatto di sé a Dio e alla sua Chiesa, in particolare al nostro Ordine per il quale ha lavorato, sofferto, sospirato sino all’ultimo momento della sua vita, quando con in mano un braciere ardente rammentava ai suoi frati che <em>nulla è impossibile a chi ama Dio</em> spronandoli alla fedeltà al carisma quaresimale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo suo ruolo di Fondatore, per questo suo dono totale di sé, San Francesco fu ed è un Padre amato. Noi Minime, sin dai primi albori della nostra vocazione abbiamo fatto riferimento a lui come al Padre buono e premuroso. Si è tramandato nella tradizione dei nostri monasteri il detto: “andiamo dal santo Padre, egli provvederà” e davvero egli sempre provvede</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è un episodio che viene tramandato da una generazione di Minime all’altra e che esprime in modo suggestivo l’amore reciproco tra il Padre Fondatore e le sue figlie. È un episodio la cui storicità non possiamo assicurare, poiché la cronaca di Andùjar andò distrutta durante la guerra civile spagnola della prima metà del XX secolo, ma che le monache hanno continuato a trasmettere con dovizia di particolari, dato, questo, che ci fa supporre che qualcosa di vero possa esserci stato. Si racconta che, il 31 marzo 1507, san Francesco apparve ad un’oblata Minima. Erano quelli i suoi ultimi giorni di vita, come ben sappiamo, ed il Santo Eremita si trovava in Francia, ma secondo la tradizione, conscio che la sua morte si stava avvicinando, volle congedarsi dalle sue figlie. Questo è quanto accadde conformemente a quanto si tramanda da secoli: la Minima mentre si trovava occupata nelle pulizie vide un uomo ritto ai piedi della scalinata principale del monastero; era anziano, barba lunga e grigia, indossava l’abito dei Minimi, il cappuccio gli copriva il capo, un bastone tra le mani. Questi si presentò scoprendosi il volto ed invitò la monaca, che gli si era prostrata dinanzi, ad avvisare le consorelle che venissero, perché voleva salutarle prima della sua dipartita per il Cielo. Quella, stupefatta, rispose che nessuno le avrebbe potuto credere, che avrebbero pensato che avesse perduto il senno, ma il Santo Padre le rispose semplicemente: «Per carità, stendi la mano!». La monaca era priva della mano destra! Senza fare domande, prontamente obbedì e allungò il braccio destro la cui mano era monca, san Francesco lo strinse tra le sue mani, poi lo benedisse facendo su di esso il segno della croce ed istantaneamente iniziò a crescerle la mano mancante. A quel punto il Santo Padre le disse: «Vai a chiamarle, perché ora sì che ti crederanno!». Effettivamente le monache vedendo quel fatto sì eclatante credettero al racconto della emozionatissima consorella che andava ad annunciarle che nel chiostro c’era san Francesco ad attenderle e corsero immediatamente incontro all’amato Padre. Sempre secondo il racconto, san Francesco annunciò la sua prossima morte e raccomandò a tutte loro la fedeltà alla Regola ricevuta. Lasciò in dono una semplice tazzina di legno, nello stile propriamente povero e austero che per tutta la vita lo aveva contraddistinto, infine, le benedisse e scomparve. Ma il racconto non finisce qui! Giunse il Venerdì santo. Conosciamo molti libri in cui si narra la morte del nostro santo padre, ma solo il Padre Morales ha raccontato cosa avvenne ad Andújar nel monastero Gesù Maria delle Monache Minime. Le monache si trovavano in Coro raccolte in preghiera, erano le 15,00 del pomeriggio, il raccoglimento venne interrotto improvvisamente da un suono festoso di campane: erano le campane del monastero. Si guardarono attonite, erano tutte lì, chi poteva suonare in quel momento? Andarono a vedere, e comprovavano che suonavano da sole, senza che nessuno le stesse toccando. Le monache non seppero interpretare subito il fatto, poi quando seppero dai frati l’ora in cui san Francesco era passato da questa vita a quella eterna compresero che con quelle campane lui stesso annunziava loro che il momento del suo transito alla benedizione del Cielo era giunto.</p>

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		<title>* Michel Quoist</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Oct 2021 20:36:09 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE  BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Michel Quoist nasce il 18 giugno 1921 a Le Havre, Francia, dipartimento della Senna Marittima. Sua madre era donna di grande fede, cattolica fervente e, nonostante avesse sposato un uomo ateo, educò i suoi figli cristianamente. La morte improvvisa del padre costrinse Michel a cominciare a lavorare come fattorino avendo solo dodici anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando, nel maggio del 1936, esplose in Francia un&#8217;enorme ondata di scioperi operai spontanei, il giovane Quoist si schierò dalla parte dei lavoratori appoggiandone apertamente le rivendicazioni. Gli scioperanti manifestavano contro l&#8217;aggravamento dello sfruttamento provocato dalla crisi economica e dallo sviluppo dell&#8217;economia di guerra e Michel che credeva nella giustizia e nel rispetto della dignità di ogni uomo, si sentì nel dovere di fare la sua parte, pur piccola che fosse.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1938, partecipando come barelliere ad un pellegrinaggio organizzato dalla diocesi a Lourdes, conobbe un sacerdote del quale Dio si servì per rivelargli la vocazione che dall’eternità aveva pensato per lui: quella sacerdotale. Per questo a diciott&#8217;anni entrò nel seminario vicino a Meaux, per poi passare a Rouen. A pochi mesi dal suddiaconato però, un’improvvisa cecità lo colpì. Furono inutili i controlli fatti in vari ospedali e sebbene la mancanza della vista non fosse totale, era ad uno stadio tale da non permettergli di proseguire il suo cammino verso il sacerdozio. Ma, quando ritenne che tutto fosse perduto, improvvisamente ricominciò a vedere. Poté realizzare così il desiderio che Dio aveva posto nel suo cuore nove anni prima, nel pellegrinaggio alla grotta di Massabielle e fu ordinato sacerdote nel 1947.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo gli studi di teologia Michel volle continuare gli studi in scienze sociali e politiche nell&#8217;Istituto Cattolico di Parigi, dove conseguì il dottorato con una tesi su un quartiere popolare di Rouen dal titolo <em>La città e l&#8217;uomo</em>, poi pubblicata. Quindi divenne vicario d&#8217;una numerosa parrocchia di Le Havre e coordinatore e animatore dei movimenti giovanili della sua regione. In particolare, fu dirigente della JOC: Jeunesse Ouvrière Catholique, ossia la Gioventù Operaia Cattolica, associazione di giovani lavoratori e delle realtà popolari che svolge un&#8217;attività formativa, educativa e di evangelizzazione con e per i giovani stessi. Diciamo che i suoi interessi passati e quelli del presente si erano incontrati! Imparò in questo ambiente a conoscere sempre meglio i problemi, le ansie, ma anche i desideri e i sogni dei giovani del suo tempo, che forse erano quelli dei giovani di ogni tempo e che dunque erano stati anche i suoi. Aiutò i ragazzi che incontrava sul suo cammino a scoprire in Cristo la meta della loro ricerca. Presto, attraverso i libri, trovò un modo per raggiungere uomini e donne di ogni età e di ogni nazione e cominciò una fortunata produzione letteraria; tra le sue opere più note ricordiamo: <em>Riuscire</em>, <em>Cristo è vivo, Appuntamento con Cristo, Dieci minuti con Dio</em>, <em>A cuore aperto, Parlami d’amore e Cammino di preghiera</em>. Nel romanzo<em> Parlami d’amore</em> Michel racconta una storia che ha per protagonisti un ragazzo ed un Saggio, storia ideata al fine di aiutare i giovani (e meno giovani) a cercare l’Amore con la A maiuscola, a non lasciarsi travolgere da esperienze che feriscono se stessi e gli altri, che troppe volte risultano deludenti. Michel Quoist, con questo romanzo mostra la capacità di saper parlare ai giovani, di saper entrare in contatto con il loro mondo, mostra che la sua esperienza lunga e coinvolgente con i vari gruppi giovanili della sua regione, gli hanno fornito un bagaglio tale da poter essere considerato un vero Padre nello Spirito.</p>
<p style="text-align: justify;">Instancabile nell&#8217;ambito delle missioni all&#8217;estero fece istituire un comitato vescovile per l&#8217;America Latina, mettendosi egli stesso a viaggiare per conferenze, ritiri, esercizi spirituali, corsi di formazione e a scrivere libri di meditazione e spiritualità che riscossero un largo successo internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 1970 al 1976 fu curato di Sainte Marie e Saint Léon; nel 1971 aprì a Saint Cyrice nell&#8217;Aveyron un centro di accoglienza per giovani e adulti e nel 1976 proprio per la sua capacità, largamente riconosciuta, di saper parlare ai ragazzi, ma soprattutto di saper comprendere i loro cuori, fu nominato  responsabile delle vocazioni diocesane, svolgendo vari incarichi pastorali. Nel 1988, la sua abilità comunicativa gli ottenne di diventare direttore della radio diocesana di Le Havre, denominata «Arc en Ciel». Si ammalò di cancro al pancreas nel 1996 e fu questo il male che lo portò alla morte nel giro di un anno, difatti, il 19 dicembre del 1997, Michel si spense nella città nella quale era venuto alla luce.</p>

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		<title>* Charles de Foucauld</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Aug 2021 13:42:39 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE  BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La famiglia de Foucauld apparteneva alla nobiltà francese, la madre, Élizabeth aristocratica della lorena, sposò nel 1855 Édouard de Foucald de Pontbriand, ispettore forestale. Il loro primo figlio, Charles, morì dopo solo un mese di vita. Il loro secondo figlio, che chiamarono Charles Eugène, nacque a Strasburgo il 15 settembre 1858 nella casa di famiglia. Nel 1861 nacque la seconda figlia, Marie-Inès-Rodolphine. I bambini furono presto educati nella fede cristiana dalla mamma che purtroppo morì il 13 marzo 1864 in conseguenza di un aborto spontaneo. Il marito Édouard morì il 9 agosto dello stesso anno dopo essersi ammalato di nevrastenia. Charles e Marie furono affidati ai nonni materni. Durante l’anno 1868 Charles cominciò a manifestare un temperamento instabile e un carattere aggressivo e introverso e nell&#8217;estate si trasferì dalla zia, Inès Moitessier. Il 28 aprile 1872 ricevette la prima comunione e la Cresima ma dalla fine del 1873 cominciò progressivamente ad allontanarsi dalla fede fino a diventare agnostico. Diplomatosi con buoni voti si trasferì poi a Parigi e frequentò una scuola gestita dai gesuiti dalla quale venne espulso per pigrizia e indisciplina. Nel giugno 1876 entrò nell’accademia militare di Saint-Cyr e compiuti i diciotto anni, cominciò a godere anche dell’eredità che gli era stata assegnata, cosa che non fece che peggiorare la sua condotta di vita, sempre più disordinata: lo chamavano il “festaiolo letterato”. Nel 1880 divenne effettivo del 4º reggimento degli ussari a Pont-à-Mousson. Questo fu il periodo di maggiore dissolutezza e perversione. Sua zia, Inès Moitessier, preoccupata dell’incapacità di Charles di gestire il suo patrimonio, lo fece interdire. Nel febbraio 1881 fu temporaneamente sospeso dall&#8217;esercito per indisciplina. Dopo aver saputo che il suo reggimento combatteva in Tunisia, chiese di essere reintegrato nell&#8217;esercito. La campagna militare segnò la fine della sua vita dissoluta. Sempre in quel periodo maturò il progetto di un viaggio in Oriente. Dopo aver chiesto un congedo che gli fu rifiutato si dimise dall&#8217;esercito. Si trasferì ad Algeri nel maggio 1882 ove l&#8217;incontro con Oscar Mac Carthy, curatore della biblioteca di Algeri e geografo, gli fece decidere di esplorare il Marocco. Questo viaggio, che fece tra il giugno 1883 e il maggio 1884 e l&#8217;enorme quantità di informazioni riportate, gli valsero il 9 gennaio 1885 la medaglia d&#8217;oro da parte della &#8220;Società geografica di Parigi&#8221;. Ritornò stabilmente in Francia nel 1886 e si riavvicinò alla fede. Incominciò a frequentare la parrocchia di Saint Augustin dove celebrava l&#8217;abbé Huvelin che divenne il suo direttore spirituale. Charles sentì immediatamente di voler abbracciare la vita religiosa desideroso di «imitare la vita nascosta dell&#8217;umile e povero operaio di Nazareth». Il 19 agosto 1888 visitò la Trappa di Fontgombault e fu attratto dalla povertà radicale dell&#8217;ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">Decise dunque di entrare nella Trappa di Notre-Dame des neiges: era il 16 gennaio 1889. Pur essendosi adattato molto presto alla vita di povertà, di silenzio, di lavoro e di preghiera del monastero, divenendo modello dei monaci per la condotta di vita santa, maturò il desiderio di vivere maggiormente la povertà e il dono di sé in una vita eremitica e dopo diversi rifiuti, ottenne dall&#8217;abate Generale dei Trappisti, che era convinto della sua personale e particolare vocazione, la dispensa dai voti il 23 gennaio 1897. Così poté partire verso la Terra Santa. Giunto a Nazareth chiese alle clarisse del posto di poter lavorare come giardiniere in cambio di un po&#8217; di pane e di una capanna dove poter dormire. Questo periodo fu quello spiritualmente più ricco e che pose i fondamenti del suo ideale religioso. Così concepì la sua vocazione: «Gridare il Vangelo sui tetti, non con le parole ma con la vita». Rientrò in Francia per prepararsi per il sacerdozio. Fu ordinato presbitero nel Seminario Maggiore di Viviers il 9 giugno 1901. Nel mese di ottobre di quello stesso anno si stabilì a Béni-Abbés. Nel suo cuore c’era il progetto di evangelizzare le zone dei tuareg. Tra il 1904 e il 1905 affiancandosi a delle colonne di militari che erano in viaggio nel deserto, iniziò a prendere contatto con persone del Sahara del centro e del sud e in quest&#8217;occasione iniziò ad apprendere il tamachek, la lingua dei tuareg e a tradurre il Vangelo in quella lingua. Nel 1905 decise di trascorrere ogni anno tre mesi a Béni-Abbés, sei mesi a Tamanrasset e di utilizzare gli altri tre mesi nei viaggi per spostarsi tra le due località.I Tuareg iniziarono ad avere una venerazione per &#8220;Fratel Carlo di Gesù&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel gennaio 1909 ottenne dalla Santa Sede l&#8217;autorizzazione a celebrare la Messa senza assistente. Lavorava fino a undici ore al giorno per i suoi studi sulle lingue che lo assorbirono fino alla fine della vita. Lavorò alla redazione di un glossario che diventò piano piano un monumentale dizionario tuareg-francese.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1909, ritornò in Francia per tre settimane durate le quali ottenne l’approvazione degli statuti da  lui elaborati per l'&#8221;Unione dei Fratelli e delle Sorelle del Sacro Cuore&#8221;, pia unione per l&#8217;evangelizzazione delle colonie. Fu in quell’anno che iniziò a organizzare la &#8220;Confraternita apostolica dei Fratelli e delle Sorelle del Sacro Cuore di Gesù&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1916 le razzie che partivano dal Marocco spagnolo si facevano sempre più numerose per cui Frére Charles fece costruire un fortino per dare alla popolazione di Tamanrasset un rifugio in caso di attacco. Nel giugno i suoi vicini Tuareg gli consigliarono di stabilirvisi. Tuttavia il pericolo non veniva dal Marocco. Una gran parte della popolazione del Sahel e del Sahara, infatti, si stava sollevando contro l&#8217;occupazione francese su iniziativa dei gruppi senussi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 1º dicembre 1916 il fortino fu investito da una razzia dei senussi e Frère Charles fu assassinato. Morì col desiderio insoddisfatto di condividere la sua vita al servizio dei tuareg con qualche altro fratello. In Francia c&#8217;erano solo 49 iscritti all'&#8221;Unione dei Fratelli e Sorelle del Sacro Cuore di Gesù&#8221; che egli era riuscito a fare approvare dalle autorità religiose. Difatti, le congregazioni religiose e i gruppi che si ispirano agli scritti di Charles de Foucald nacquero a partire dal 1933 grazie alla conoscenza che si ebbe della vita di de Foucauld attraverso la biografia scritta da René Bazin.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il 24 aprile 2001, Giovanni Paolo II dichiarò Venerabile il Servo di Dio Charles de Foucauld e il 13 novembre 2005 venne dichiarato Beato da papa Benedetto XVI.</p>

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		<title>* Mahatma Gāndhī</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Aug 2021 15:20:31 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[religione]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE  BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mohāndās Karamchand Gāndhī</strong> comunemente noto con l&#8217;appellativo onorifico di Mahatma letteralmente &#8220;grande anima&#8221;, nacque, il 2 ottobre 1869, a Porbandar, città situata a metà strada tra Bombay e Karachi. Il padre, Karamchand Uttamchand Gandhi, era il primo ministro dello Stato di Porbandar: da ben cinque generazioni i Gandhi servivano i rajah di quel regno; sua madre, Putlibai, era una pia indù dedita alla cura della famiglia. Mohandas era l’ultimo di quattro figli, il più timido. Nel 1882, i genitori gli presentarono Kasturbai, sua promessa sposa dall’età di 5 anni. I due si dovettero sposare, pur essendo entrambi tredicenni.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando nel 1885 morì Karamchand, lasciò la famiglia sull’astrico, perciò il giovane Mohandas partì per Londra al fine di frequentare la facoltà di Legge e tornare a casa per esercitare la professione di avvocato. Pur sforzandosi di adattarsi allo stile londinese non vi riuscì. E quando dopo due anni e otto mesi concluse i suoi corsi, si iscrisse all’Alta Corte e senza attendere si imbarcò per Bombay. A casa lo aspettavano sua moglie e il suo figlio primogenito Harital che già aveva quattro anni (avrà altri tre figli).. Aprì uno studio legale, ma aveva serie difficoltà a parlare in pubblico. La timidezza lo pregiudicò a tal punto da non avere clienti, fino a che una ditta musulmana di Portbandar gli propose di andare un anno in Sudafrica a sbrigare delle pratiche legali, offerta che accettò. Questo evento fu ciò che cambiò radicalmente la storia di Mohāndās e con la sua quella dell’India e non solo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sin dal suo arrivo a Durban, nel 1893, fece amara esperienza dell&#8217;apartheid e della conseguente intolleranza, del razzismo, dei pregiudizi che gli indiani pativano in Sudafrica. Il timido Gandhi sentì il dovere di prendere parte attiva nella lotta contro i soprusi a cui erano sottoposti gli indiani nel Natal e indisse a Pretoria una riunione a cui presero parte tutti i connazionali del Sudafrica. In quell’occasione pronunciò il suo primo discorso pubblico. Alla fine del suo contratto, Gandhi, venuto a sapere che l&#8217;assemblea del Natal stava preparando una legge pregiudizievole per gli indiani, decise di non rimpatriare per aiutare i suoi connazionali. Nel 1893, Gandhi fondò il Natal Indian Congress, di cui divenne il segretario e che trasformerà la comunità indiana in un&#8217;omogenea forza politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1899, allo scoppio della seconda guerra boera, Gandhi organizzò un corpo di portantini e infermieri occupandosi dei soldati inglesi feriti. Al termine della guerra vinta dagli inglesi, contribuì a fondare, nel 1903, il giornale Indian Opinion. L&#8217;anno successivo si trasferì a Phoenix in una fattoria agricola con la famiglia e i collaboratori del giornale. Nella fattoria tutti partecipavano ai lavori agricoli ed erano retribuiti con lo stesso salario. Phoenix fu il primo modello di ashram in cui si praticava, in un regime di vita monastico, la povertà volontaria, il lavoro manuale e la preghiera. Ivi Gandhi cominciò la pratica del digiuno, a vestire come il più povero degli indù, a compiere i lavori più umili e vivendo come un’asceta alla ricerca dell’autocontrollo della propria interiorità.</p>
<p style="text-align: justify;">A Johannesburg, l&#8217;11 settembre 1906, durante una protesta contro il governo del Transvaal, Gandhi adotta per la prima volta la metodologia della satyagraha fondata sulla satya (verità) e sull&#8217;ahimsa (nonviolenza o amore) e che consiste nella resistenza all&#8217;oppressione tramite la disobbedienza civile di massa..  Entrato nel partito del Congresso Nazionale Indiano, Gandhi si prefissò come obiettivo la Swaraj, ovvero un&#8217;indipendenza completa: individuale, spirituale e politica (che si realizza nell&#8217;autogoverno). In poco tempo Gandhi diventò il leader del movimento anticoloniale indiano e nel 1921 il presidente del Partito del Congresso Indiano. Sotto la sua direzione viene approvata una nuova costituzione. Gandhi allarga il suo principio di nonviolenza al movimento Swadeshi che puntava all&#8217;autonomia e all&#8217;autosufficienza economica del paese, attraverso l&#8217;utilizzo dei beni locali. Così cominciò quel lungo cammino che portò l&#8217;India all&#8217;indipendenza dopo una lotta durata dal 1914 al 1946 e che a Gandhi, la sua famiglia e i suoi collaboratori costò molte volte la prigione e tante sofferenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 13 aprile 1942 infatti, Gandhi intensificò le sue richieste d&#8217;indipendenza scrivendo una risoluzione che richiede ai britannici di lasciare l&#8217;India: Quit India. Con questa il Mahatma invita alla ribellione non-violenta totale. Vengono anche organizzate grandi manifestazioni di protesta e gli inglesi reagiscono con arresti di massa, violenze e repressioni senza precedenti. Gandhi e tutti i dirigenti del Congresso vengono arrestati a Bombay il 9 agosto 1942. Gandhi viene detenuto per due anni, sua moglie Kasturbai invece, dopo 18 mesi di prigionia, muore per una crisi cardiaca causata da una polmonite.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine del 1943 il movimento Quit India riesce a ottenere dei risultati: conclusa la guerra, il nuovo Primo Ministro britannico annuncia che il potere verrà trasferito in mano agli indiani. Ma ci vorrà il 1947 perché il Regno Unito conceda la piena indipendenza alla sua colonia. Un anno dopo, il 30 gennaio 1948 a Nuova Delhi, il Mahatma verrà assassinato con tre colpi di pistola da Nathuram Godse, un fanatico indù radicale che non tollerava la sua politica pacifista.</p>
<p style="text-align: justify;">La fine tragica di Gandhi non ha ucciso il suo messaggio: la metodologia della satyagraha ispirò inseguito altri grandi uomini come Martin Luter King e Nelson Mandela.</p>
<p style="text-align: justify;">A noi piace ricordare il Mahatma Gandhi in visita alla Cappella Sistina dove la sua attenzione venne colpita, dal Crocifisso dell&#8217;altare della cappella che rappresenta un Gesù magrissimo, dimesso e sofferente. Il Mahatma dopo aver indugiato per parecchi minuti dinanzi a quell’immagine, esclamò: «Non si può fare a meno di commuoversi fino alle lacrime»</p>

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		<title>La personalità. Guida esperta e saggia.</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Jul 2021 20:35:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Per conoscerlo meglio]]></category>
		<category><![CDATA[fondatore ordine minimi]]></category>
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		<category><![CDATA[mons. morosini]]></category>
		<category><![CDATA[ordine minimi]]></category>
		<category><![CDATA[personalità]]></category>
		<category><![CDATA[san francesco di paola]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
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			<p style="text-align: justify;">Francesco nella sua vita si è dimostrato un vero leader, svolgendo con prudenza, saggezza e fermezza il ruolo di capo e animatore di una comunità prima e di un movimento dopo, lanciato lentamente verso dimensioni internazionali. Certamente la ricerca costante della solitudine è stata per lui fattore di interiorità, che lo ha portato ad essere saggio e prudente, capace, quindi, di governare con equilibrio e fortezza. Egli è il protagonista della nascita e dello sviluppo dell’Ordine. La collaborazione datagli dai religiosi suoi seguaci, più dotti e più esperti, non offuscò mai il suo ruolo di guida; l’impulso all’agire, perciò, veniva sempre da lui; così come era sua l’ultima decisione nelle varie questioni…</p>

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			<p style="text-align: justify;">Le testimonianze concordano sull’equilibrio, che egli ha saputo creare tra mitezza e severità. L’Anonimo scrive: Coi suoi religiosi era terribile in volto come un leone e terribile nelle parole con le sue minacce. Affettuosamente paterno invece, e tutto benevolo era con gli umili e i pentiti. E si mostrava terribile per conservare nel timore quelli che non erano venuti meno al loro dovere&#8230; non usava punizioni troppo severe. Richiamava gli ostinati con parole dolci e altri buoni espedienti. Stesso quadro appare dalle testimonianze dei religiosi che depongono al Processo di Tours: Quando gli veniva riferito dai frati qualcosa di spiacevole sugli altri conventi&#8230; egli sopportava tutto questo con volto preoccupato; nonostante tutto provvedeva però con carità a risolvere i vari problemi; nelle ammonizioni qualche volta era severo, tuttavia con i frati inadempienti si comportava con molta mitezza. Non rinuncia alla sua autorità e comanda quando lo ritiene opportuno.</p>

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			<p style="text-align: justify;">Mitezza e severità manifesta anche nei confronti delle persone che lo accostano per i più svariati motivi: ai sofferenti si rivolge con <em>admiratione et compassione</em>, accompagnando spesso le parole con gesti affettuosi, mettendo ad esempio le mani sulle spalle come segno di condivisione, di incoraggiamento e di speranza verso quanti vuole correggere. e recuperare al bene si mostra <em>cum vulto alquanto sdegnuso</em>. Questo atteggiamento denota in Francesco un temperamento tendenzialmente incline alla collera, che egli però ha saputo ben dominare. Quando occorre, non manca di rimproverare, come fa, per esempio, con la gente che non si recava subito a visitarlo nei momenti di bisogno. Mostra sempre con tutti una grande prudenza, virtù propria di chi comanda.</p>
<p style="padding-left: 90px;">G. FIORINI MOROSINI<em>, Il Carisma Penitenziale </em><em>di S. Francesco di Paola</em><em> e dell’Ordine dei Minimi</em><em>, </em>pp. 129-131.</p>

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		<title>IL TRAMONTO DEL PADRE: GUARDANDO SAN GIUSEPPE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jun 2021 12:58:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anno di San Giuseppe]]></category>
		<category><![CDATA[chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
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		<category><![CDATA[relazione]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
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			<h5 style="text-align: justify;">Il vescovo spagnolo Mons. Juan Antonio Reig ha scritto una bellissima riflessione sulla figura di San Giuseppe, in questo anno a lui dedicato, ponendo in rilievo l’insegnamento che dovremmo saper cogliere dalla sua vita. Abbiamo pensato di proporvi questo testo, sperando che possa servire ad aprire le nostre menti e i nostri occhi, dinanzi ai molteplici attacchi che nei nostri tempi stanno calpestando la vita umana, distruggendo l’identità della persona, imponendo il proprio pensiero e privandoci del diritto alla libertà di opinione. Di seguito il testo.</h5>
<h5 style="text-align: right;"><em>Fonte: https://www.obispadoalcala.org/</em></h5>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid dgt-bg-inherit"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><div class="dgt-custom-heading vc_custom_heading vc_custom_1622629712061 dgt-al-center"><h4 style="color: #b51e00;text-align: center;font-family:Amarante;font-weight:400;font-style:normal" class="dgt-heading">SAN GIUSEPPE,</p>
<p>NOSTRO MODELLO E PROTETTORE</h4></div></div></div></div></div><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid dgt-bg-inherit"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
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			<h4><span style="color: #b51e00;">MAESTRO DI VITA INTERIORE</span></h4>
<p style="text-align: justify;">Nessuna parola di San Giuseppe è raccolta nei Vangeli. <span style="color: #b51e00;"><strong>È l&#8217;uomo del silenzio e della vita interiore </strong></span>che accoglie l&#8217;annuncio dell&#8217;angelo e obbedisce immediatamente.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;angelo gli disse in sogno: &#8220;Non temere di accogliere Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù, perché salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Quando Giuseppe si svegliò fece come l&#8217;angelo del Signore gli aveva comandato e accolse la sua sposa&#8221; (Mt 1,20-2,4).</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi esiste una <span style="color: #b51e00;"><strong>grande carenza di vita interiore.</strong></span>  L&#8217;assenza di Dio e la crisi della verità lasciano <strong><span style="color: #b51e00;">l&#8217;uomo vuoto</span>, </strong>in balia dei sentimenti e delle emozioni. Questo spiega perché ce ne siano così tanti intrappolati dalla pornografia, dallo spettacolo e dalla moltitudine di immagini e voci che distraggono lo spirito. Senza silenzio interiore l&#8217;uomo, maschio o femmina, finisce per non conoscersi e diventa incapace di virtù e di grandi opere: incapace di<strong><span style="color: #b51e00;"> magnificenza</span>.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><span style="color: #b51e00;">MODELLO DI GENITORE</span></h4>
<p style="text-align: justify;">Quando l&#8217;angelo lo informa che Maria darà alla luce un figlio, affida a Giuseppe la missione di padre: &#8220;Lo chiamerai Gesù&#8221;. Mettere il nome è, infatti, affidato al padre.</p>
<p style="text-align: justify;">Giuseppe esercitò la missione <span style="color: #b51e00;"><strong>da uomo giusto </strong></span>ed essendo un <span style="color: #b51e00;"><strong>lavoratore</strong> </span><strong><span style="color: #b51e00;">onesto</span>.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi siamo immersi in una società in cui da anni viviamo il <span style="color: #b51e00;"><strong>&#8220;tramonto del padre&#8221; </strong></span>e la perdita dell’<span style="color: #b51e00;"><strong>autorità</strong>.</span> <strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo &#8220;tramonto del padre&#8221; si verifica sia in famiglia, che nelle istituzioni educative e nel governo dei popoli e della nazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #b51e00;"><strong>La crisi della verità</strong></span>, l&#8217;irrilevanza della ragione, troppo debole per affrontarla, hanno prodotto una profonda crisi dell’autorità. L&#8217;autorità è servizio della verità, altrimenti diventa dominio, dispotismo o tirannia. Pertanto, la rinuncia alla ricerca della verità si traduce nella &#8220;<span style="color: #b51e00;"><strong>dittatura</strong> </span><strong><span style="color: #b51e00;">del relativismo</span>&#8221; </strong>&#8211; ogni opinione vale allo stesso modo-, nell&#8217;arbitrarietà di coloro che ci governano, proponendo leggi malvagie <span style="color: #b51e00;"><strong>che provocano la decostruzione di ciò che è veramente umano e la rovina dell&#8217;anima.</strong></span>  Questo spiega la distruzione permanente della vita iniziale con l&#8217;aborto o la proposta di eutanasia in fase di infermità o terminale. Allo stesso modo, continuano a essere promosse leggi permissive che non rispettano l&#8217;identità umana.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla base di tutto c&#8217;è il <span style="color: #b51e00;"><strong>collasso della mente </strong></span>che è rimasta intrappolata da una ragione &#8220;semplicemente strumentale&#8221; che si sviluppa con la tecnica e la tecnologia che si presentano come la vera &#8220;salvezza&#8221;. L’assenza del padre e &#8220;la crisi della verità&#8221; portano a una <span style="color: #b51e00;"><strong>società nichilista</strong></span> in cui la libertà umana, invece di essere governata dall&#8217;intelligenza unita alla verità, diventa un fascio di istinti ed emozioni che finiscono per schiavizzare l&#8217;uomo sotto <span style="color: #b51e00;"><strong>le esigenze della &#8220;spontaneità&#8221; e dell'&#8221;autenticità&#8221; </strong></span>che di solito servono a mimetizzazione delle menzogne.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #b51e00;"><strong>Gesù si sottomise ai suoi genitori con obbedienza</strong></span> e ratifica così l&#8217;autorità dei genitori per l&#8217;educazione dei loro figli. Si tratta di un diritto che è loro in origine e che non può essere rubato dallo Stato come previsto dalla nuova legge sull&#8217;istruzione (in Spagna). I genitori hanno il diritto di educare i loro figli per aver dato loro la vita cooperando con Dio. &#8220;Il <span style="color: #b51e00;"><strong>diritto-dovere educativo dei genitori</strong></span> è classificato come <em>essenziale, </em>relazionato, come lo è, alla trasmissione della vita umana; come <em>originale e primario, </em>rispetto al dovere educativo degli altri, per l&#8217;unicità del rapporto d&#8217;amore che rimane tra genitori e figli; come <em>insostituibile e inalienabile</em> e che, quindi, non può essere completamente delegato o usurpato da altri&#8221; (Familiaris <em>consortio</em>, 36). Gesù apre l&#8217;educazione alla <span style="color: #b51e00;"><strong>trascendenza </strong></span>religiosa e ricorda a Giuseppe e Maria che la famiglia è aperta al Regno di Dio e che Egli deve prendersi cura delle cose di suo Padre del cielo. Da qui l&#8217;importanza <strong><span style="color: #b51e00;">della libertà di culto e di religione nella sfera pubblica e privata</span>.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><span style="color: #b51e00;">TESTIMONE DI CASTITÀ</span></h4>
<p style="text-align: justify;">Di solito quando ci riferiamo a San Giuseppe lo <span style="color: #b51e00;"><strong>chiamiamo &#8220;il casto&#8221; o &#8220;castissimo&#8221;</strong></span> San Giuseppe.</p>
<p style="text-align: justify;">Come Giuseppe, quello venduto dai suoi fratelli, i figli di Giacobbe, fu un modello di governante come viceré d&#8217;Egitto, dopo aver superato le tentazioni della moglie di Putiphar, San Giuseppe è testimone della castità che visse insieme a Maria sua sposa. In ogni momento come marito riconobbe e rispettò Maria come Arca della Nuova Alleanza vivendo <strong><span style="color: #b51e00;">con lei una coniugalità governata dallo spirito</span>.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il disprezzo e l&#8217;oblio della castità sono un altro dei <span style="color: #b51e00;"><strong>grandi deficit</strong></span> della nostra cultura e della nostra società. La castità è una <strong><span style="color: #b51e00;">grande virtù personale e sociale</span>.</strong>  Come tutte le virtù, garantisce la capacità di fare del bene e prontamente. In questo caso la castità modera i dinamismi istintivi e le emozioni, attraverso l&#8217;autogoverno e l&#8217;autocontrollo dello spirito, per indirizzare la libertà verso la verità dell&#8217;amore e del bene.</p>
<p style="text-align: justify;">La castità non annulla l&#8217;impulso erotico o le emozioni. Questi sono il bagaglio umano per l&#8217;azione, ma hanno bisogno di essere guidate verso la promozione del proprio bene personale, nel rispetto degli altri e della fedeltà coniugale che è la chiave dell&#8217;alleanza della vita sponsale.</p>
<p style="text-align: justify;">La virtù della castità nei coniugi implica <span style="color: #b51e00;"><strong>l&#8217;integrazione</strong></span> di tutti i dinamismi finalizzati all&#8217;azione amorosa nell&#8217;atto libero. In questo modo gli impulsi fisico-biologici e psichici possono essere condotti nel linguaggio del corpo ad essere espressione della comunione <span style="color: #b51e00;"><strong>interpersonale</strong></span> che è il destino dell&#8217;unione coniugale. <strong><span style="color: #b51e00;">Senza castità non si arriva all&#8217;unione amorosa</span>.</strong>  La persona dell&#8217;altro è usata come mezzo di soddisfazione. Uno attraverso la castità si &#8220;possiede&#8221; non per dare qualcosa che ha &#8211; tempo, soldi, voglia di soddisfazione &#8211; ma per dare se stesso <strong><span style="color: #b51e00;">come persona con un amore totale</span>.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nell’ambito della <span style="color: #b51e00;"><strong>verginità e del celibato per</strong></span> il Regno dei Cieli, la virtù della castità concreta la vocazione all&#8217;amore attraverso la piena e perfetta rinuncia alla genitalità per radicalizzare e universalizzare l&#8217;amore. San Paolo disse: &#8220;Pur essendo libero come sono, mi sono fatto schiavo di tutti per guadagnarne il maggior numero&#8221; (1 Cor 9,19). Così facendo ha adempiuto alle parole di Gesù in cui diceva che, conquistati dal Regno dei Cieli, alcuni non si sposano. Chi può capire capisca (Mt 19,12). In ogni caso è un dono, una grazia che viene concessa ad alcuni che rendono visibile Cristo povero, casto e obbediente e proclamano la bellezza del cielo che verrà.  <strong><span style="color: #b51e00;">La verginità e il celibato sono anche una vocazione all&#8217;amore totale</span>.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chi non è casto non raggiunge la libertà per il bene, finisce per essere schiavo intrappolato da <span style="color: #b51e00;"><strong>una &#8220;cecità spirituale&#8221; </strong></span>che gli impedisce <strong><span style="color: #b51e00;">di vedere l'&#8221;intelligibile&#8221; della realtà</span>.</strong>  L&#8217;assenza di castità genera personalità velleitarie, arbitrarie e violente. Ecco perché questa è una virtù che deve accompagnare tutte le persone, specialmente quelle con responsabilità educative e di governo.</p>
<p style="text-align: justify;">Coloro che disprezzano la castità la traducono come repressione dell&#8217;impulso erotico. Al contrario, è <strong><span style="color: #b51e00;">la virtù dell&#8217;integrazione</span>; </strong>questa virtù integra, nel libero atto dell&#8217;autogoverno, i dinamismi fisico-biologici e psichici nei dinamismi spirituali dell&#8217;intelligenza e nella libertà. L&#8217;uomo casto è l&#8217;uomo libero per il dono di sé perché possiede se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #b51e00;"><strong>L&#8217;uomo senza castità è</strong> <strong>schiavo</strong></span>, non conduce la sua vita ma è guidato dagli stimoli di una società pansessuale come la nostra. In questo contesto, la figura di San Giuseppe è una rivendicazione del trionfo dello spirito che conduce alla libertà per il dono e non per il dominio o la violenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Coloro che non sono casti sono intrappolati dal piacere e dall&#8217;utilità che, anche quando sono legittimi, non raggiungono l&#8217;amore per la persona in se stessa rispettando la sua dignità. Il bene morale della castità non usa nessuno e ama la persona in quanto persona. <strong><span style="color: #b51e00;">La castità è il vero custode dell&#8217;amore</span>.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><span style="color: #b51e00;">PROTETTORE DELLA FAMIGLIA E DELLA CHIESA</span></h4>
<p style="text-align: justify;">Il segno dato dall&#8217;angelo ai pastori e a tutto il popolo che il &#8220;Salvatore&#8221; era venuto era il seguente: &#8220;Ecco il segno: <em>troverete un bambino avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia&#8221; </em>(Lc 2,12).</p>
<p style="text-align: justify;">La nascita del &#8220;Bambino Gesù&#8221; è il trionfo <strong><span style="color: #b51e00;">della cultura della vita</span>.</strong>  Come ci ricorda il Concilio Vaticano II, &#8220;Il Figlio di Dio con la sua incarnazione si è in un certo senso unito ad ogni uomo&#8221;<em>(Gadium et Spes,</em>n. 22).</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il più alto livello di dignità di tutta la vita umana. Non solo l&#8217;uomo <span style="color: #b51e00;"><strong>è</strong> <strong>stato creato &#8220;a immagine e a somiglianza di Dio&#8221; e non </strong><strong>degli animali</strong></span>, ma lo stesso Figlio di Dio è diventato uomo e ci invita ad essere <span style="color: #b51e00;"><strong>figli di</strong> <strong>Dio</strong></span> nel suo Figlio unigenito.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla nascita di Gesù come Salvatore, tutta la furia del male e la cultura della <strong><span style="color: #b51e00;">morte si scatenano</span>.</strong>  Erode vuole uccidere il bambino e causa la morte dei Santi Innocenti. Giuseppe si distingue come protettore della Sacra Famiglia e custodisce Maria e suo figlio fuggendo in Egitto e accettando l&#8217;esilio. Anni dopo compirà questa missione continuando la sua custodia nella casa di Nazaret.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questa missione il Magistero ha posto San Giuseppe come <strong><span style="color: #b51e00;">protettore della famiglia umana e della famiglia dei figli di Dio: la Chiesa</span>.</strong>  Da qui l&#8217;importanza di invocare San Giuseppe di fronte agli assalti della <span style="color: #b51e00;">&#8220;<strong>cultura della </strong><strong>morte</strong>&#8220;</span> che ci invade ovunque con l&#8217;aborto, l&#8217;eutanasia, la manipolazione e la distruzione degli embrioni, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo, dobbiamo invocare la protezione di San Giuseppe per le nostre famiglie in modo che i matrimoni non si rompano e non regni l&#8217;infedeltà. Con San Giuseppe dobbiamo superare la <span style="color: #b51e00;"><strong>&#8220;mentalità del divorzio&#8221; </strong></span>che si presenta come portabandiera della libertà mentre nega la verità dell&#8217;amore e la grandezza della fedeltà che è dono di Dio ricevuto nel sacramento del matrimonio. Il sacramento del matrimonio dona agli sposi lo stesso amore di Cristo per la Chiesa manifestato sulla croce. È un amore che spezza la durezza del cuore <span style="color: #b51e00;"><strong>e rende possibile</strong></span> l&#8217;amore fedele ed esclusivo fino alla morte. Questo è il vangelo del matrimonio che supera la concupiscenza come amore disordinato e garantisce il bene degli individui, delle famiglie e della società stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">È un <span style="color: #b51e00;"><strong>amore aperto alla vita perché</strong></span> implica il dono totale delle persone nel linguaggio del corpo come cooperatori di Dio Creatore, che è l&#8217;autore della vita che riceviamo sempre come dono. <span style="color: #b51e00;"><strong>L&#8217;inverno demografico</strong></span> di cui soffriamo è di cattivo auspicio perché ci conduce a una società debole e invecchiata dominata dal multiculturalismo che mette in ombra la nostra identità cattolica e il nostro patrimonio spirituale.</p>
<p style="text-align: justify;">Così come custodiva la Santa Famiglia, San Giuseppe è il protettore dei nostri seminari dove <span style="color: #b51e00;"><strong>vengono coltivate vocazioni sacerdotali</strong></span> per guidare la Santa Chiesa Cattolica come pastori santi. Il Patriarca San Giuseppe è il protettore della Chiesa e, come lui, i sacerdoti devono custodire verginalmente i figli di Dio costruendo, per grazia di Dio, il popolo santo di Dio. Così come san Giuseppe custodiva sua moglie, opera di Dio, immacolata fin dall&#8217;inizio, noi sacerdoti <span style="color: #b51e00;"><strong>dobbiamo</strong> <strong>vivere la nostra sponsalità con la comunità cristiana</strong></span> donata da Dio senza macchia né ruga (Ef 5). Ad essa ci dobbiamo con un amore di consacrazione sponsale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><span style="color: #b51e00;">MODELLO DI OPERAIO, UMILE E ONESTO</span></h4>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #b51e00;"><strong>Giuseppe insegnò a Gesù a lavorare con le sue mani, indicando così l&#8217;importanza dell&#8217;attività umana</strong></span> come via di santificazione. Il lavoro ha due significati: ciò che viene fatto (che devono essere sempre cose buone per il bene) e chi lo fa (il senso soggettivo di chi lavora). Entrambi gli aspetti furono coltivati nella casa di Nazaret.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, quando tante famiglie soffrono per la pandemia e la mancanza di lavoro, dobbiamo invocare San Giuseppe operaio per intercedere per la dignità dei <span style="color: #b51e00;"><strong>lavoratori</strong></span> e per fare delle imprese e delle istituzioni del lavoro, <span style="color: #b51e00;"><strong>laboratori di onestà, di convivenza fraterna e di giustizia.</strong></span></p>

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