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	<title>san Giuseppe &#8211; Monache Minime di Paola &#8211; Mora D&#039;Ebre</title>
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		<title>San Francesco attraverso la «Patris Corde»</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Dec 2021 17:13:18 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: justify;">Alla fine dell&#8217;anno dedicato alla figura di San Giuseppe, ispirate dalla bellissima Lettera Apostolica del Santo Padre Francesco, <em>Patris Corde</em>, ci è piaciuto guardare il nostro Fondatore, Francesco di Paola, considerando quegli aspetti che il Papa ha riconosciuto quali caratteristici della figura del padre putativo di Gesù.</p>

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			<p style="text-align: justify;">Tre attitudini sono indispensabili perché si possa parlare di obbedienza filiale: <strong>predisposizione all’ascolto, apertura umile e infine abbandono fiducioso</strong>. Essa è molto diversa dall’obbedienza servile, che è esecuzione di un comando recepito come un obbligo, una imposizione subita. L’obbedienza di Francesco di Paola, proprio come quella di San Giuseppe, fu quella di figlio amato che ha piena fiducia nella Volontà del Padre. Egli imparò da bambino a comprenderla, riconoscendola negli eventi, leggendola nel proprio cuore, discernendo i movimenti dello Spirito Santo. Da ragazzino, al termine dell’anno votivo trascorso a San Marco Argentano, capì di dover rifiutare l’invito dei frati minori a restare con loro e motivò la sua decisione affermando con convinzione: «Non è la volontà di Dio.». Le stesse parole le ascoltiamo nuovamente sulla sua bocca molti anni dopo, fatto che rimarca il suo cammino di perseverante obbedienza:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>Mentre si intratteneva in colloquio con uno dei suoi frati, Francesco fece questa profezia: “un giorno dovremo andare in un luogo dove non ci capiranno, e neanche noi capiremo loro”. Il frate subito obbiettò: “Padre, se non capiranno e neanche noi capiremo loro, perché dobbiamo andarvi?”  “Poiché è volontà di Dio!”, rispose prontamente Francesco</em>. (Anonimo).</p>
<p style="text-align: justify;">Ascolto- apertura-abbandono. Crescendo, dunque, si affinarono in lui queste attitudini rendendogli sempre più intelligibile la Volontà del Signore e così quando alcuni gli chiesero di poter condurre vita eremitica con lui, <strong>si mise in ascolto di Dio, senza barricarsi nei suoi progetti, né irrigidirsi nell’idea, formatasi in quegli anni di solitudine</strong>, sulla forma di vita da condurre <strong>e con apertura umile si abbandonò pienamente ai voleri divini</strong>, cambiando nuovamente tutta la sua impostazione di vita. Come può non venire in mente San Giuseppe, che rinuncia ai suoi piani per abbracciare il Piano di Dio; lui che, per ben quattro volte, seppe riconoscere nel sogno avuto la manifestazione del volere dell’Altissimo?!</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>In ogni circostanza della sua vita &#8211;</em>ci dice il Papa-<em> Giuseppe seppe pronunciare il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani (Patris Corde 3).</em></p>
<p style="text-align: justify;">E così il nostro Fondatore! In principio Padre di un piccolo gruppo di eremiti, in seguito Padre di un grande Ordine, Francesco di Paola, come il falegname di Nazareth, seppe essere Padre nell’obbedienza poiché continuò sempre a vivere la sua vita da figlio obbediente, capace per questo di guidare gli altri sulla via tracciata dallo Spirito.</p>

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			<p style="text-align: justify;">Lungi dall’essere sinonimo di mollezza, la tenerezza è piuttosto grandezza di cuore. Solo chi ama prova vera tenerezza e solo chi lascia spazio alla tenerezza può diventare compassionevole, può comprendere l’altrui debolezza e farsene carico, può <em>perdonare il torto subito sino a dimenticarlo. </em>Se San Francesco è nell’immaginario comune l’eremita rude, forte, silenzioso, è pur vero che nella sua vita ha dato prova di grande tenerezza. Da Padre Fondatore, si occupò dei suoi religiosi con delicata attenzione. Questo nella Regola risulta evidente nella cura richiesta per gli ammalati, o nell’accondiscendenza verso il bisogno di coloro che soffrono di continuo languore e in altri particolari con i quali si mitigano le austerità se serve per sovvenire alle necessità di un frate in difficoltà e lo si vede con evidenza nel richiamo al reciproco perdono. Un Padre tenero spera di generare figli capaci della medesima tenerezza, attenzione, dolcezza, sensibilità d’animo, apertura di cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma noi Minime, in modo particolare, cogliamo la sua tenerezza in alcuni gesti che ce lo fecero stimare quale Padre accorto e sollecito nonostante la distanza. Infatti, quando completò la redazione della nostra Regola, senza attendere l’approvazione apostolica, designò un suo Vicario per la direzione e formazione delle prime Monache Minime (ricordiamo che il secondo Ramo dell’Ordine sorse in Spagna). E non scelse un Vicario qualsiasi ma padre Giovanni Abundance che era stato il primo Provinciale in Spagna, eletto per comando del Fondatore stesso nel 1496. Un uomo la cui Santità era stimata da tutti nell’Ordine. San Francesco in questo modo si assumeva personalmente la responsabilità delle Minime, nella figura del suo Vicario. Attraverso di lui inviò a ciascuna monaca un rosario in regalo, un segno semplice ma d’amore paterno.</p>
<p style="text-align: justify;">San Francesco però, fu un Padre tenero anche per i tanti fedeli che accorrevano al suo convento. Nei processi leggiamo di un uomo che venne a Paola per chiedere al Frate di guarire suo figlio gravemente malato, Francesco però saputo in spirito che il ragazzo era appena morto dovette informare il povero genitore che scoppiò in pianto. Il buon Padre commosso, si prodigò nel rincuorarlo e gli profetizzò la nascita di due figli l’anno successivo, infine lo mandò via consolato. San Francesco era un Padre tenero con i tanti fedeli che accorrevano al suo convento: guariva gli ammalati, rincuorava gli afflitti e aveva grande tenerezza verso i peccatori pentiti invitandoli a confessarsi: <em>a spazzare la propria casa cioè la coscienza</em>, per riconciliarsi con il Signore e incontrare il suo perdono. Proprio l’anonimo contemporaneo suo primo biografo attesta questa dolcezza con cui l’eremita spingeva chi aveva sbagliato a pentirsi e a cambiare vita, muovendo tutti a confidare nel perdono di <em>Dio che</em> <em>ci aspetta a</em> <em>braccia aperte</em>!</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto quest’ultima prospettiva vogliamo riportare un altro bellissimo passo della <em>Patris Corde</em>:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. Il dito </em><em>puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di </em><em>accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità. Solo la tenerezza ci </em><em>salverà dall’opera dell’Accusatore (cfr Ap 12,10). Per questo è importante incontrare la Misericordia di Dio, specie nel Sacramento della Riconciliazione, facendo un’esperienza di verità e tenerezza. Paradossalmente anche il Maligno può dirci la verità, ma, se lo fa, è per condannarci. </em><em>Noi sappiamo però che la Verità che viene da Dio non ci condanna, ma ci accoglie, ci abbraccia, ci sostiene, ci perdona. La Verità si presenta a noi sempre come il Padre misericordioso della parabola… (Patris Corde 2).</em></p>
<p style="text-align: justify;">Come Gesù e Maria hanno visto la tenerezza di Dio in Giuseppe, così a Paola molti videro in Francesco la tenerezza di Dio: le sue braccia furono le braccia di Dio tese verso l’uomo caduto, l’uomo ferito, l’uomo piagato nel corpo e quello piagato nell’anima.</p>

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			<p style="text-align: justify;">Siamo soliti, nell’Odine, considerare l’accoglienza in San Francesco nella dimensione di ospitalità, ma la Lettera del Papa ci ha portate a considerare l’accoglienza da un punto di vista diverso. Scrive il Papa:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>Tante volte, nella vita, accadono avvenimenti di cui non comprendiamo il significato. La prima reazione è spesso di delusione e ribellione. Giuseppe lascia da parte i suoi ragionamenti per fare spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi misterioso, egli lo accoglie, se ne assume la responsabilità e si riconcilia con la propria storia. La vita spirituale che Giuseppe ci mostra non è una via che spiega, ma una via che accoglie.  </em></p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>Egli non è un uomo rassegnato passivamente. Il suo è un coraggioso e forte protagonismo. L’accoglienza è un modo attraverso cui si manifesta nella vita il dono della fortezza che ci viene dallo Spirito Santo. Solo il Signore può darci la forza di accogliere la vita così com’è, di fare spazio anche a quella parte contradditoria, inaspettata, deludente dell’esistenza (Patris Corde 4).</em></p>
<p style="text-align: justify;">Accoglienza della propria storia! Di questo sta parlando il Pontefice riferendosi a San Giuseppe e crediamo di poter dire che è quanto si sia avverato anche nella vita di San Francesco. Compiere con grande fedeltà e docilità la volontà di Dio su di lui: è il riassunto di tutta la sua vita. Senza grandi manifestazioni esteriori, senza nessuna rivelazione particolare, solo nell’accoglienza umile di quanto Dio gli presentava ogni giorno, anno dopo anno, nelle più svariate vicende, nelle situazioni facili o difficili, senza cercare da parte sua delle risposte, e tanto meno voler capire il disegno di Dio su di lui, come un servo buono e obbediente si mise totalmente a servizio dell’opera che Dio pian piano gli affidava, facendo fruttificare al massimo i talenti ricevuti.</p>
<p style="text-align: justify;">Servendosi della ricchezza del suo forte carattere passionale e della sua tenacia, non si arrese mai di fronte a nessun ostacolo, ma fidandosi unicamente della potenza di Dio che “compie meraviglie”, andò avanti con ardore e decisione, controcorrente, lasciando fare a Dio quello che umanamente alle sue sole forze e capacità sarebbe stato impossibile. Tutto ciò con profonda umiltà, quasi non fosse lui il protagonista di questa storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltrepassato già l’arco dei sessantacinque anni di età, dei quali più di quaranta vissuti da eremita, nella continua preghiera e ardua penitenza, Francesco continuerà a camminare di virtù in virtù, di bene in meglio, configurandosi sempre di più a Cristo Crocifisso. Sotto la sua responsabilità nel momento in cui doveva lasciare tutto e andarsene in Francia, per compiere quella che ha capito essere la volontà di Dio, ha cinque comunità di eremiti, fondate da pochissimi anni; lui stesso ne ha seguito i primi tramiti curandone l’organizzazione, nominando i superiori e i delegati che avrebbero dovuto portare avanti le fondazioni, non tralasciando di formarli con le sue ammonizioni ed esempi a una vita di totale configurazione a Cristo dedita alla preghiera e alla penitenza. Sebbene la precarietà degli inizi lasciasse pensare umanamente alla necessaria presenza del Santo Padre tra i suoi, dinanzi l’ordine del Papa di andare in Francia, Francesco, come un nuovo Giuseppe, compie il suo esodo, senza sapere ciò che avrebbe trovato e ciò che sarebbe accaduto a quanto lasciava ma andando incontro al futuro con senso di responsabilità e accogliendolo in tutta la sua novità.</p>
<p style="text-align: justify;">E allora, leggiamo ancora un passo della Patris Corde, che va a corroborare quanto appena detto:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>Lungi da noi allora il pensare che credere significhi trovare facili soluzioni consolatorie. La fede che ci ha insegnato Cristo è invece quella che vediamo in San Giuseppe, che non cerca scorciatoie, ma affronta “ad occhi aperti” quello che gli sta capitando, assumendone in prima persona la responsabilità (Patris Corde 4).</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ma dall’esperienza francese di San Francesco possiamo evidenziare un altro evento che pone in rilievo la sua capacità di comprendere il Piano di Dio e accoglierlo nella sua totalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal racconto che ci hanno lasciato le fonti, sappiamo con certezza che, dopo la morte improvvisa di Carlo VIII, Francesco credette di aver concluso la sua esperienza alla Corte di Tours e di poter tornare in Calabria, nella sua Terra amata e riprendere in mano la sua opera. Si dispose a tornare in Italia con il permesso del nuovo reggente, Luigi XII, duca d’Orleans, che non conoscendo il frate, né la sua influenza a Corte, non ritenne un problema concedergli il salvacondotto per rientrare in Patria. Francesco era già sulla via del ritorno, quando il Re, informato del ruolo ricoperto dall’Eremita in tutti quegli anni e consigliato di non lasciarlo partire, inviò un’ordinanza con la quale revocò il salvacondotto concesso e richiamò a Corte il buon frate che si sottomise alla volontà del Re vedendo in essa l’intervento di Dio. Non bisogna far troppa fatica per immaginare il travaglio interiore di San Francesco, che nonostante tutto, è capace di riconciliarsi con la sua storia, la storia che Dio ha provveduto a tracciare e che fedelmente lui ha accolto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma lasciamoci illuminare ancora da alcune parole della Lettera Apostolica che stiamo considerando, e dalla figura di San Giuseppe. Leggiamo cosa scrive il Papa:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>Se non ci riconciliamo con la nostra storia, non riusciremo nemmeno a fare un passo successivo, perché rimarremo sempre in ostaggio delle nostre aspettative e delle conseguenti delusioni. </em></p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>La vita spirituale che Giuseppe ci mostra non è una via che spiega, ma una via che accoglie. Solo a partire da questa accoglienza, da questa riconciliazione, si può anche intuire una storia più grande, un significato più profondo</em> <em>(Patris Corde 4).</em></p>
<p style="text-align: justify;">San Giuseppe seppe scorgere negli eventi che si verificavano e che non di rado rompevano i suoi piani, interrompevano i suoi progetti, alle volte li distruggevano totalmente, il Piano più grande dell’Altissimo e così possiamo ben dire del nostro Fondatore.</p>

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			<p style="text-align: justify;">Continuando in questo confronto con la personalità di san Giuseppe, prendiamo quest’altra caratteristica accennata dal Papa: Padre nel coraggio creativo. Dice la lettera apostolica:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>Il coraggio creativo emerge soprattutto quando si incontrano difficoltà. Davanti a una difficoltà ci si può fermare e abbandonare il campo, oppure ingegnarsi in qualche modo. Sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere. </em><em>Molte volte, leggendo i “Vangeli dell’infanzia”, ci viene da domandarci perché Dio non sia intervenuto in maniera diretta e chiara. Ma Dio interviene per mezzo di eventi e persone. Giuseppe è l’uomo mediante il quale Dio si prende cura degli inizi della storia della redenzione. Egli è il vero “miracolo” con cui Dio salva il Bambino e sua madre. Il Cielo interviene fidandosi del coraggio creativo di quest’uomo. (Patris Corde, 5)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>A Giuseppe Dio affida i suoi beni più cari: Gesù e Maria. Al nostro santo Padre, Dio, quale bene gli affida?  La sua famiglia religiosa, della quale lui è il Padre e il Fondatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Francesco seppe leggere e scorgere la mano di Dio nella sua storia personale e nelle vicende del suo Ordine, accogliendo le piccole e le grandi manifestazioni del divino volere, che si presentavano man mano nella sua esistenza, non ponendo mai nessun ostacolo al compimento della volontà di Dio, ma aderendovi con magnanimo spirito di fede e in totale adesione e obbedienza. Egli non si rifiutò mai di compiere il volere di Dio, anche quando portarlo a compimento significò per lui lo sconvolgimento di tutta la sua vita. Accenniamo soltanto alcuni:</p>
<p style="text-align: justify;">Il mutamento notevole avvenuto in seguito al suo arrivo in Francia con il passaggio dalla vita eremitica a quella cenobitica o conventuale richiesto dalle nuove esigenze di vita incontrate dal Fondatore nel nuovo ambiente in cui dovette impiantare il suo movimento. Francesco, ha dovuto saper accogliere le cose valide e buone che questa nuova realtà aveva portato, rifiutare le cose superflue che non rispecchiavano il suo stile di vita, adattare le cose imprescindibili e fondamentali senza venir meno al carisma che aveva ricevuto e che gelosamente custodiva nell’intento di plasmarlo fedelmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo tanti anni di attesa -erano passati ormai 72 anni da quando Francesco accolse i suoi primi compagni a Paola, anni ardui di intenso lavoro nella stesura della sua Regola-egli nel 1502 ottiene l’approvazione di una sua Regola propria nella quale poter delineare il suo carisma e il suo stile di vita; una Regola che, nell’approvarla, il Papa definì come “luce per illuminare i penitenti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Avere tra le mani questo tesoro, dopo tante sofferenze sia all’interno sia all’esterno dell’Ordine: era ricevere il coronamento delle sue fatiche, non solo, era la risposta di Dio che gli assicurava di essere sulla strada giusta. Ormai, si chiudeva l’itinerario di organizzazione e sistemazione. “Nel nome del crocifisso” iniziava Francesco la sua Regola.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma negli ultimi anni della sua vita sorse ancora un fatto totalmente inaspettato. Ad Andújar, dopo aver ricevuto la nuova stesura della Regola, le Sorelle non si manifestarono dal loro punto di vista del tutto soddisfate. Non vedendo ancora appagato in questo documento tutto l’anelito che portano nel cuore, giacché intendevano vivere il carisma in maggiore solitudine, con una separazione dal mondo più radicale. Scrissero pertanto a Francesco, loro fondatore, nel mese di marzo del 1503 per chiedergli di poter vivere come religiose di clausura. Erano trascorsi solo sei mesi dall’approvazione della Regola quando Francesco ricevette questa richiesta delle Sorelle, evento che lo mise nuovamente nell’urgenza di dare una risposta.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>Se certe volte Dio sembra non aiutarci, ciò non significa che ci abbia abbandonati, ma che si fida di noi, di quello che possiamo progettare, inventare, trovare (Patris Corde, 5).</em></p>
<p style="text-align: justify;">La sua risposta non si fece attendere: destando la meraviglia di tutti, non solo rispose alle Sorelle in modo positivo, ritenendo legittimo il loro desiderio di vivere con maggiore radicalità il carisma abbracciato, ma dovendo accingersi a redigere una Regola per loro, riprese tra le mani anche quella già scritta per i fratelli assieme a quella scritta per i terziari e, ricompose i testi compiendo un lavoro di unità e essenzialità per la sua famiglia religiosa. Nacquero così quattro nuovi codici: la Regola dei fratelli (quarta e definitiva redazione), la Regola delle Sorelle (prima e unica redazione), il “Correttorio”, ove stabilisce norme pratiche e disciplinari di organizzazione e di condotta, atti a formare e a correggere; e  la Regola per i Fedeli secolari, anche questa semplificata nel suo insieme. Così dalla difficoltà, la sua coraggiosa intraprendenza seppe trarre una nuova possibilità da cogliere.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>…Il Vangelo ci dice che ciò che conta, Dio riesce sempre a salvarlo, a condizione che usiamo lo stesso coraggio creativo del carpentiere di Nazaret, il quale sa trasformare un problema in un’opportunità anteponendo sempre la fiducia nella Provvidenza.” “….Dio interviene per mezzo di eventi e persone” (Patris Corde, 5).</em></p>

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			<p style="text-align: justify;">Nella Lettera apostolica si legge di un elemento che forse è tra i più caratteristici di San Giuseppe e allo stesso modo di San Francesco: il lavoro. Entrambi furono lavoratori ai quali la fatica non fece mai timore.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>Il lavoro diventa partecipazione all’opera stessa della salvezza, _ spiega Papa Francesco_ occasione per affrettare l’avvento del Regno, sviluppare le proprie potenzialità e qualità, mettendole al servizio della società e della comunione; il lavoro diventa occasione di realizzazione non solo per sé stessi, ma soprattutto per gli altri… La persona che lavora, qualunque sia il suo compito, collabora con Dio stesso, diventa un po’ creatore del mondo che ci circonda</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">E così ci piace pensare a San Francesco il quale, ovunque andasse, riusciva a ricostruire il suo habitat che rivelava il forte attaccamento al mondo della terra e del lavoro. Sceglieva luoghi ai margini del centro abitato, si industriava nel coltivare il suo orticello. Era cresciuto così: uomo <em>pratico, lavoratore, uomo di preghiera e di grande penitenza. Perciò, la Minima deve amare il lavoro</em> sapendo che la profondità della sua vita interiore e il progresso nella virtù, soprattutto nella pazienza e nell’umiltà, si misurano dall’impegno e dalla sua laboriosità. Inoltre, ognuna può dare così il suo apporto alla Comunità della quale fa parte, facendo sì che i doni ricevuti, invece di favorire l’individualismo, producano frutti di comunione.</p>
<p style="padding-left: 60px; text-align: justify;"><em> </em><em>Il lavoro diventa partecipazione all’opera stessa della salvezza, occasione per affrettare l’avvento del Regno, sviluppare le proprie potenzialità e qualità, mettendole al servizio della società e della comunione; il lavoro diventa occasione di realizzazione non solo per sé stessi, ma soprattutto per quel nucleo originario della società che è la famiglia (Patris Corde, 6).</em></p>

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			<p style="text-align: justify;">Ricordando le parole di San Paolo VI, Papa Francesco riafferma che la paternità di San Giuseppe si espresse:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 60px;"><em>nell’aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell’incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro…. Per questo suo ruolo nella storia della salvezza -continua il Santo Padre- San Giuseppe è un padre che è stato sempre amato dal popolo cristiano… (Patris Corde, 1).</em></p>
<p style="text-align: justify;">Queste parole ci hanno fatto pensare alla paternità di San Francesco e al dono che ha fatto di sé a Dio e alla sua Chiesa, in particolare al nostro Ordine per il quale ha lavorato, sofferto, sospirato sino all’ultimo momento della sua vita, quando con in mano un braciere ardente rammentava ai suoi frati che <em>nulla è impossibile a chi ama Dio</em> spronandoli alla fedeltà al carisma quaresimale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo suo ruolo di Fondatore, per questo suo dono totale di sé, San Francesco fu ed è un Padre amato. Noi Minime, sin dai primi albori della nostra vocazione abbiamo fatto riferimento a lui come al Padre buono e premuroso. Si è tramandato nella tradizione dei nostri monasteri il detto: “andiamo dal santo Padre, egli provvederà” e davvero egli sempre provvede</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è un episodio che viene tramandato da una generazione di Minime all’altra e che esprime in modo suggestivo l’amore reciproco tra il Padre Fondatore e le sue figlie. È un episodio la cui storicità non possiamo assicurare, poiché la cronaca di Andùjar andò distrutta durante la guerra civile spagnola della prima metà del XX secolo, ma che le monache hanno continuato a trasmettere con dovizia di particolari, dato, questo, che ci fa supporre che qualcosa di vero possa esserci stato. Si racconta che, il 31 marzo 1507, san Francesco apparve ad un’oblata Minima. Erano quelli i suoi ultimi giorni di vita, come ben sappiamo, ed il Santo Eremita si trovava in Francia, ma secondo la tradizione, conscio che la sua morte si stava avvicinando, volle congedarsi dalle sue figlie. Questo è quanto accadde conformemente a quanto si tramanda da secoli: la Minima mentre si trovava occupata nelle pulizie vide un uomo ritto ai piedi della scalinata principale del monastero; era anziano, barba lunga e grigia, indossava l’abito dei Minimi, il cappuccio gli copriva il capo, un bastone tra le mani. Questi si presentò scoprendosi il volto ed invitò la monaca, che gli si era prostrata dinanzi, ad avvisare le consorelle che venissero, perché voleva salutarle prima della sua dipartita per il Cielo. Quella, stupefatta, rispose che nessuno le avrebbe potuto credere, che avrebbero pensato che avesse perduto il senno, ma il Santo Padre le rispose semplicemente: «Per carità, stendi la mano!». La monaca era priva della mano destra! Senza fare domande, prontamente obbedì e allungò il braccio destro la cui mano era monca, san Francesco lo strinse tra le sue mani, poi lo benedisse facendo su di esso il segno della croce ed istantaneamente iniziò a crescerle la mano mancante. A quel punto il Santo Padre le disse: «Vai a chiamarle, perché ora sì che ti crederanno!». Effettivamente le monache vedendo quel fatto sì eclatante credettero al racconto della emozionatissima consorella che andava ad annunciarle che nel chiostro c’era san Francesco ad attenderle e corsero immediatamente incontro all’amato Padre. Sempre secondo il racconto, san Francesco annunciò la sua prossima morte e raccomandò a tutte loro la fedeltà alla Regola ricevuta. Lasciò in dono una semplice tazzina di legno, nello stile propriamente povero e austero che per tutta la vita lo aveva contraddistinto, infine, le benedisse e scomparve. Ma il racconto non finisce qui! Giunse il Venerdì santo. Conosciamo molti libri in cui si narra la morte del nostro santo padre, ma solo il Padre Morales ha raccontato cosa avvenne ad Andújar nel monastero Gesù Maria delle Monache Minime. Le monache si trovavano in Coro raccolte in preghiera, erano le 15,00 del pomeriggio, il raccoglimento venne interrotto improvvisamente da un suono festoso di campane: erano le campane del monastero. Si guardarono attonite, erano tutte lì, chi poteva suonare in quel momento? Andarono a vedere, e comprovavano che suonavano da sole, senza che nessuno le stesse toccando. Le monache non seppero interpretare subito il fatto, poi quando seppero dai frati l’ora in cui san Francesco era passato da questa vita a quella eterna compresero che con quelle campane lui stesso annunziava loro che il momento del suo transito alla benedizione del Cielo era giunto.</p>

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		<title>Giuseppe Marello, discepolo di San Giuseppe</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2021 13:36:23 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: justify;">Continuiamo in questo anno a proporvi alcune figure di santi, uomini e donne che furono profondamente innamorati di San Giuseppe. Tra queste vogliamo presentarvi anche san Giuseppe Marello, che è stato un vescovo italiano, fondatore della &#8220;Compagnia di San Giuseppe&#8221; &#8211; detta poi Congregazione di San Giuseppe, Oblati di San Giuseppe o Giuseppini d&#8217;Asti. La fondazione avvenne il 14 marzo 1878 ad Asti, diocesi nella quale don Marello aveva frequentato il seminario ed esercitò buona parte del suo ministero sacerdotale, prima della nomina a vescovo d’Acqui.</p>

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			<p style="text-align: justify;">La Congregazione di San Giuseppe, da lui fondata, nasce come gruppo di giovani a servizio di un orfanotrofio presso l&#8217;Opera Pia Michelerio: questi primi giovani conducevano vita fraterna in comunità ed erano formati ad una spiritualità cristocentrica di consacrazione e umile operosità sull&#8217;imitazione di San Giuseppe. Don Marello spiegava ai suoi discepoli: «Le fatiche intellettuali e quelle manuali siano insieme contemperate, come due mezzi che conducono ad un solo fine: il servizio di Dio nell’imitazione di S. Giuseppe»; invitava loro a guardare al falegname di Nazaret come colui che <em>indica la via ma anche come chi sorregge ad ogni passo e conduce dove la Divina Provvidenza desidera che si arrivi</em>.</p>

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			<p style="text-align: justify;">I primi quattro aspiranti della Congregazione nascente vennero riuniti ad Asti il 14 marzo 1878 e il 19 marzo 1879, giorno in cui la Chiesa festeggia San Giuseppe, presero l&#8217;abito religioso. Il vescovo di Asti, Giacinto Arcangeli, il 18 marzo 1901 autorizzò i membri del sodalizio a emettere i voti religiosi, così che diventarono una congregazione di diritto diocesano, L&#8217;istituto divenne una congregazione di diritto pontificio l&#8217;11 aprile 1909. Le prime regole, scritte nel 1892 dal Marello e dai suoi primi seguaci, definirono quale scopo della congregazione &#8220;l&#8217;educazione cristiana della gioventù&#8221;. Come San Giuseppe si prese cura del Figlio di Dio, così i Giuseppini si devono prendere cura dei figli di Dio: della gioventù bisognosa materialmente o spiritualmente. Dopo un primo impegno soprattutto legato all’affiancamento del clero diocesano nell&#8217;educazione cristiana dei giovani e nell&#8217;insegnamento del catechismo e preparando i giovani ai sacramenti dell&#8217;iniziazione cristiana, gli Oblati si aprirono all’apostolato missionario. Attualmente la Congregazione di San Giuseppe si trova n Africa (Nigeria), in America (Bolivia, Brasile, El Salvador, Messico, Perù, Stati Uniti d&#8217;America), in Asia (Filippine, India), in Europa (Italia, Spagna, Polonia) e in Oceania (Australia).</p>

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			<p style="text-align: justify;">Simboleggia in maniera molto efficace il ruolo di modello, di guida, di custode che San Giuseppe ricopre nella Congregazione degli Oblati, la gigantesca statua posta innanzi al Santuario di S. Giuseppe a Pittston, Pennsylvania, U.S.A, del fondatore San Giuseppe Marello (canonizzato da San Giovanni Paolo II nel 2001), che indica il Protettore della Congregazione degli Oblati, come a dire: “guardate a lui, andate da lui in tutte le vostre necessità e in tutti i vostri bisogni”. Raccomandarsi a San Giuseppe voleva dire per il Fondatore <em>ottenere sempre la capacità di conoscere e seguire la volontà di Dio, perché lui che è modello inarrivabile di vita interiore e nascosta, ha saputo in grado esimio, riuscire a cogliere sempre il volere di Dio e a realizza</em>r<em>lo</em>.</p>

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			<p style="text-align: justify;">Lo stemma dei Giuseppini d’Asti porta le parole: <em>Salus nostra in mano tua Joseph</em>, segno di totale confidenza nel Patrono amato al quale il Fondatore piaceva dire: «Eccoci tutti per te e tu sii tutto per noi!». Ma San Giuseppe Marello non spingeva solo i suoi figli spirituali ad amare il padre putativo di Gesù, ma mostrava anche ai fedeli di cui era pastore, ai giovani che catechizzava, ai poveri di cui si prendeva cura, che il Capo della Santa Famiglia, conosce perfettamente, dunque comprende perfettamente, le nostre difficoltà perché anche lui le ha affrontate e ci insegna a non perdere mai la speranza in Gesù, confidando sempre in Lui: «In questo mondo sempre si avvicendano il gaudio e la pena: e la vita di San Giuseppe non fu anch’essa un’alternativa di consolazioni e di timori?». Se ci pensiamo un po&#8217; non possiamo che dare ragione al Vescovo d’Acqui (il 17 febbraio 1889 a Roma, don Marello fu consacrato vescovo e il 16 giugno 1889 fece il suo ingresso ad Acqui, diocesi che gli fu affidata), infatti, San Giuseppe conobbe le difficoltà del dubbio, della precarietà, dell’esilio, del lavoro, dell’incomprensione, della stanchezza, sicuramente della malattia, la difficoltà di essere sposo e genitore, con tutte le responsabilità materiali e morali ad esse connesse, quindi può capire tutti noi e ottenerci dal Figlio suo quegli aiuti divini che in alcuni momenti della vita, rappresentano l’ancora della salvezza. Quindi, possiamo fare nostro e non solo in questo anno, il motto dei Giuseppini: <em>Salus nostra in mano tua Joseph</em>, La nostra salvezza è in mano tua, Giuseppe! Così sia.</p>

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		<title>San Giuseppe ci vede? Ci sente?</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Apr 2021 13:05:01 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: right;"><em>Fonte: www.aciprensa.com</em></p>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="color: #00107f;"><strong>Ciò che gli Eletti conoscono della terra</strong></span></h4>
<p style="text-align: justify;">Gli Eletti, incluso quelli che sono in cielo in corpo e anima, come Maria e -secondo il parere di alcuni santi anche Giuseppe-, non vedono più e non sanno più ciò che accade qui sotto, come al tempo in cui si trovavano sulla terra. Il loro attuale modo di esistere, la distanza che li separa da noi, l’assorbente visione di Dio, che rende la loro felicità essenziale: tutto si oppone a che esistano tra loro e noi le stesse relazioni di un tempo. Tuttavia, ci sono cose e persone della terra che conoscono. Diciamocelo sin d’ora: vedono tutto quello che riguarda il loro cuore, tutto ciò che concerne la loro vita, o la loro storia, o i loro parenti e gli amici che hanno lasciato, e altre cose ancora, delle quali parleremo più in avanti. Vedono soprattutto le nostre preghiere.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="color: #00107f;"><strong>Come vedono questi oggetti diversi?</strong></span></h4>
<p style="text-align: justify;">Non possono percepirli direttamente, però li conoscono guardandoli come in uno specchio che li riflette. Immaginiamo uno specchio, abbastanza grande e sufficientemente luminoso per rappresentare tutto ciò che è, tutto ciò che fu e tutto ciò che sarà: gli esseri animati e inanimati, gli esseri corporali e spirituali, le anime separate o no dai corpi, la sostanza di questi esseri, le loro azioni, le loro volontà, i loro affetti, i loro pensieri, i loro desideri, le loro sofferenze, le loro gioie, le loro necessità, i loro fallimenti, le loro virtù, le loro mancanze e soprattutto le loro preghiere; in una parola, tutti i loro diversi stati.</p>
<p style="text-align: justify;">Immaginiamo lo sguardo dei beati fissati su questo specchio, sguardo tanto acuto che nulla gli scappa. Ebbene, questo specchio è Dio. In Dio si riproduce tutto ciò che accade sulla terra. Ed è guardando Lui che i beati percepiscono anche le persone e le cose di qua giù, la cui storia si vuole conoscere.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="color: #00107f;"><strong>Diversi gradi di visione</strong></span></h4>
<p style="text-align: justify;">Esiste solamente una differenza. Gli occhi che guardano lo specchio non sono ugualmente potenti. Come non vedono Dio nella stessa maniera, percepiscono in Dio più cose terresti e con più esattezza. Una triplice regola stabilisce l’intensità di questa doppia visione. Primariamente, ognuno vede Dio e le creature in Dio secondo la misura della sua gloria, che corrisponde al grado della grazia sanificante nel suo ultimo istante. La seconda regola è questa: ognuno vede Dio e le creature in Dio tanto sia necessario perché tutti i suoi desideri siano saziati e perché siano completamente beati.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="color: #00107f;"><strong>Conclusioni confortanti</strong></span></h4>
<p style="text-align: justify;">Sono ben consolanti le conclusioni che provengono da questi principi relativamente al buon san Giuseppe. Con che intensità e con quanta estensione deve vedere Dio e le creature in Dio, questo uomo di cui solo la grazia santificante di Maria sorpassava la grazia! Quanto immensa deve essere la visione del più santo degli Eletti, di colui che fu degno di essere lo Sposo di Maria e il Padre di Gesù! Che moltitudine di creature deve abbracciare lo sguardo di questo Eletto, che custodì così fedelmente i due tesori più preziosi di Dio! Con quanta chiarezza deve percepire ognuno di noi, ascoltare le nostre preghiere e conoscere i più intimi segreti dei nostri cuori! In secondo luogo, avendogli dato il ruolo di Patrono della Chiesa, di Capo della Sacra Famiglia, della nostra culla, che vita umana potrebbe sfuggire alla sua vita? E parlo di vita umana nei suoi minimi dettagli, della vita delle anime e del corpo, delle anime del Purgatorio e di quelle militanti della terra. E soprattutto ascolta le nostre preghiere, delle quali certamente percepisce le più infime richieste. E poiché tutti i fedeli sono chiamati a entrare nella Chiesa, fatto che Lui desidera ardentemente, la sua visione deve estendersi a tutti gli uomini.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="color: #00107f;"><strong>In fine</strong></span></h4>
<p style="text-align: justify;">In quanto alla conseguenza del primo principio che abbiamo segnalato, possiamo affermare che la piena soddisfazione dei desideri di san Giuseppe esige che ci conosca tutti, che ci veda tutti, che ci ascolti tutti. Siamo chi siamo, non è un bene che lo desideri per ognuno di noi? Voglio dire: la nostra salvezza che aumenta la gloria accidentale del suo divin Figlio. E se uno solo di noi permanesse sconosciuto, la sua felicità non sarebbe incompleta? Quello che una madre deve chiedere al cielo per ognuno dei suoi figli, Lui stesso lo chiede per noi. Perché, non lo dubitiamo, ci ama più di quanto le nostre madri ci possono amare. E se lo preghiamo, se la nostra orazione è filiale e fervente, e se gli raccontiamo le nostre miserie, le virtù che ci mancano, la nostra perseveranza finale e la nostra salvezza quanto sarà grande la gioia di ascoltarci e di occuparsi di noi!</p>
<p style="text-align: justify;">E lo credano bene, non escludo i favori che ci ottiene, i beni temporali che sono utili per la nostra salvezza o non la danneggiano. Chiediamoli anche, confidando nella saggezza: sapendo ciò che ci conviene, lo solleciterà con tutto il suo potere.</p>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #00107f;"><strong>INVOCAZIONE</strong></span></h3>
<p style="text-align: justify;">Gran e buon santo, eccomi fiducioso. Mi conosci, mi vedi, mi ascolti. Nulla di me ti sfugge e ricevi tutte le mie suppliche. Sei stato favorito di una gloria incomparabile, il tuo ruolo nella Chiesa di Dio è tanto esteso, hai per me tanto amore e desideri che mi salvi!</p>
<p style="text-align: justify;">Non sei vicino a Maria, la più santa delle creature? Non sei il patrono dei riscattati da Gesù? Non condividi nei nostri riguardi la sollecitudine di Maria, nostra madre, della quale sei lo Sposo? Non mancherebbe qualcosa alla tua felicità se uno solo tra noi sfuggisse al tuo sguardo? Poiché ho fiducia, prego e pregherò la tua bontà misericordiosa.</p>

		</div>
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		<title>Sta. Faustina e la devozione continua a S. Giuseppe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Mar 2021 15:31:05 +0000</pubDate>
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<p>un aiuto impareggiabile</h4></div></div></div></div></div><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid dgt-bg-inherit"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
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			<p style="text-align: justify;">In quest’anno dedicato a San Giuseppe, meditando di più sulla sua figura, chissà quanti avranno pensato che se guardassimo con maggiore attenzione al suo esempio di umiltà, obbedienza, nascondimento, ci renderemmo conto di quanto stiamo marciando per il verso opposto. Forse il suo silenzio ci sconcerta, o ci risulta difficile da comprendere perché non siamo capaci di fare silenzio e di stare nel silenzio. Vittorio Messori in un suo libro, <em>Scommessa sulla morte</em>, parlando di San Giuseppe fa una considerazione nel suo stile ironico ed eloquente, con cui sottolinea questo atteggiamento di umile silenzio del padre putativo di Gesù. Lo storico fa notare come nella Bibbia tutti parlino, personaggi principali e secondari e aggiunge che persino la mula di Balaam ha detto la sua, ma di San Giuseppe non si legge una sola parola. E forse questo lo ha reso lontano per alcuni. Eppure, ci sono silenzi, come quello di San Giuseppe, che sono capaci di comunicare in maniera sorprendentemente superiore alle parole e questo i santi lo hanno colto, hanno compreso l’importanza di porsi sotto la sua custodia e alla sua scuola che fu per diversi anni anche la scuola del Divino Infante. I santi hanno visto nella storia della Salvezza l’apporto indispensabile della sua presenza protettrice, attenta, capace di una fortezza eroica e hanno compreso che se Gesù ha avuto bisogno Lui, certamente per loro non poteva essere diversamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le pagine del Diario di Santa Faustina Kowalska si scopre che anche l’apostolo della Divina Misericordia era legata a San Giuseppe e non semplicemente perché egli era tra i Patroni della Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, di cui faceva parte, ma piuttosto perché in Lui aveva scoperto un aiuto impareggiabile nella sua missione, nonché un appoggio del quale, da un certo punto in poi, non si sentì mai privata. Nel III Quaderno del suo Diario (il Diario della Santa è costituito da VI Quaderni) si legge, infatti, di un avvenimento che influì decisamente sulla devozione della suora polacca verso San Giuseppe. Così scriveva Santa Faustina:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">«San Giuseppe mi ha chiesto di avere per Lui una devozione continua. Lui stesso mi ha detto di recitare ogni giorno tre preghiere insieme al<span style="color: #000000;"> &#8220;Memorare<em>&#8220;</em>.</span> Mi ha guardata con molta cordialità e mi ha fatto conoscere quanto appoggia quest’opera e mi ha promesso il Suo aiuto particolarissimo e la sua protezione. Recito ogni giorno le preghiere richieste e avverto la Sua speciale protezione».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dalle parole della santa ci pare di poter desumere che stia parlando di una visione avuta, ma potrebbe anche essere stata un’ispirazione interiore, alcuni parlano di propensione intima verso la devozione al santo ma, quell’espressione: <em>mi ha chiesto</em>, sembrerebbe non lasciare moltissimi dubbi, poiché fa intendere che San Giuseppe le abbia fatto direttamente questa richiesta. La preghiera “<span style="color: #000080;"><a style="color: #000080;" href="https://www.minimepaola.it/event/memorare/">Memorare</a></span>”, di cui scriveva santa Faustina e che immediatamente ci fa pensare a quella di San Bernardo scritta alla Vergine Santissima, è invece una preghiera che veniva recitata dalle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia e con la quale ci si rivolgeva a San Giuseppe chiedendogli di non far mancare la sua protezione e custodia ad essa il Santo Patriarca chiese di aggiungere tre preghiere che probabilmente erano un Pater, Ave e Gloria.</p>
<p style="text-align: justify;">Qual era l’opera che San Giuseppe appoggiava? La diffusione del Culto alla Divina Misericordia con l’istituzione di una Festa da celebrare in tutta la Chiesa la <em>Domenica In Albis</em> e la fondazione da parte di suor Faustina di una nuova Congregazione di natura contemplativa, avente come scopo invocare sul mondo intero la Misericordia di Dio. Queste erano le missioni di cui era stata investita da Gesù stesso, missioni che le costarono tante sofferenze, delle quali si sentiva incapace e il cui peso in molti momenti le parve troppo grande per una povera suora di poca cultura e di salute precaria come era lei. Qui scende in campo il falegname di Nazareth, il silenzioso ma volitivo ed efficiente Giuseppe, che neanche a dirlo si pone quale Protettore della grande opera affidata alla santa. Pare che San Giuseppe si confermi quale Custode vigile, pronto, generoso con le anime che a Lui si affidano come si affidò Maria Santissima.</p>

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		<title>La devozione di suor Filomena a san Giuseppe</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2021 10:36:47 +0000</pubDate>
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<p>una grazia straordinaria</h4></div></div></div></div></div><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid dgt-bg-inherit"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
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			<p style="text-align: justify;">Leggendo le testimonianze fornite al processo per la canonizzazione di suor Filomena di Santa Coloma, balzano agli occhi numerose attestazioni della particolare devozione che la Venerabile nutriva per san Giuseppe. Le sue consorelle, interrogate in merito alle devozioni della Ferrer, citano concordemente, oltre al Cuore di Gesù e l’Immacolata -i grandi amori della Minima di Mora d’Ebro- l’Arcangelo san Michele, san Giuseppe, san Francesco di Paola, santa Teresa d’Ávila, san Luigi Gonzaga e santa Filomena della quale portava il nome.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma a legare la nostra consorella, in modo del tutto speciale, al padre putativo di Gesù fu la particolare gratitudine nutrita nei suoi riguardi a motivo di una grazia donatale da Dio proprio per le mani dal Custode di Gesù e Maria. Stiamo parlando del <em>velo della purezza</em>, che nel 1868 ricevette, quale dono inestimabile, a seguito di un triduo di austere penitenze, preghiere e digiuni chiesto dal Cuore di Gesù alla Venerabile e attraverso di lei alla sua comunità e ad altri due monasteri. Ciò che accadde lo racconta lei stessa in uno scritto datato 11 marzo 1868. <em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno, trovandosi non più padrona delle sue potenze, le parve di stare dinanzi al Santissimo Sacramento e che le apparisse un venerabile anziano, che riconobbe essere san Giuseppe. Il Santo Patriarca, facendosi vicino, le pose sopra il capo un velo di un candore non esprimibile che ricoprì non solo la testa ma tutto il corpo. Che cosa significasse lo comprese presto: era una splendida armatura per la sua purezza. Ma non solo… Padre Dalmau, suo confessore, testimoniò a proposito che, tale velo oltre ad essere una garanzia per la custodia della sua purezza, costituì anche il meritato premio conferitole per le sconfitte inferte al demonio attraverso la resistenza ai suoi tentativi di farla cadere nel peccato di lussuria. Difatti, tanto relativamente alla gola come alla virtù della purezza, suor Filomena sperimentò le più insopportabili tentazioni uscendone sempre vittoriosa. Si pensi che il maligno si fece più volte trovare, sotto sembianze di uomini da lei conosciuti, nella sua cella steso su di una stuoia ove lei dormiva, occupato in atteggiamenti indecenti ai quale le chiedeva di unirsi. In queste occasioni suor Filomena non esitò a tirare fuori le unghie per difendersi da colui che desiderava portarla alla perdizione.</p>
<p style="text-align: justify;">San Giuseppe ricoprendola di quel velo le fece comprendere il valore che esso aveva: metterla in salvo dalle presenti e future tentazioni che avrebbe ancora sperimentato. Questo velo che riempì, o se vogliamo ricoprì, di forza e fiducia la giovane Minima (all’epoca aveva ventisei anni), fu l’ennesimo gioiello con il quale lo Sposo adornò la sua sposa.</p>
<p style="text-align: justify;">È indicativo che, proprio per le mani di san Giuseppe, il Signore abbia voluto fare il suddetto dono alla sua figlia amatissima: infatti, come fu custode dell’integrità della Vergine Maria, lo vediamo in un certo qual modo, continuare questa missione, mediante il dono del velo della purezza a suor Filomena. San Giuseppe, spesso rappresentato con un giglio bianco tra le mani, per via del racconto apocrifo della sua elezione a Sposo della Santissima Vergine, è davvero icona di candore e di limpidezza. Nel contemplarlo mentre riveste di questo velo niveo la giovane monaca Minima, desideriamo additarlo quale esempio di pudore e purezza e vogliamo invocarlo perché custodisca la verginità dei giovani, la castità e fedeltà degli sposi cristiani e affinché illumini con la sua vita la vita di quanti preferiscono le tenebre del peccato alla Luce del Vero Bene.</p>

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		<title>Indulgenze</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Dec 2020 21:49:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[religione]]></category>
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			<p style="text-align: right;"><em>Fonte: Agenzia SIR</em></p>
<p style="text-align: justify;">Fino all’8 dicembre 2021, grazie allo speciale Anno di San Giuseppe indetto da Papa Francesco, i fedeli di ogni parte del mondo potranno ricevere l’indulgenza plenaria. Confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre sono le consuete condizioni richieste per lucrare l’indulgenza, in vista della quale la Penitenzieria Apostolica – nel decreto che accompagna la lettera apostolica “Patris Corde” –  ha disposto modalità precise.</p>
<p style="text-align: justify;">Si concede l’indulgenza plenaria, nel dettaglio:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>a quanti mediteranno per almeno 30 minuti la preghiera del Padre Nostro, oppure prenderanno parte a un ritiro spirituale di almeno una giornata che preveda una meditazione su San Giuseppe;</li>
<li>a coloro i quali, sull’esempio di San Giuseppe, compiranno un’opera di misericordia corporale o spirituale;</li>
<li>a quanti reciteranno il Rosario, nelle famiglie e tra fidanzati;</li>
<li>a “chiunque affiderà quotidianamente la propria attività alla protezione di San Giuseppe e ogni fedele che invocherà con preghiere l’intercessione dell’Artigiano di Nazareth, affinché chi è in cerca di lavoro possa trovare un’occupazione e il lavoro di tutti sia più dignitoso”;</li>
<li>ai fedeli che reciteranno le Litanie a San Giuseppe (per la tradizione latina), oppure l’Akathistos a San Giuseppe, per intero o almeno qualche sua parte (per la tradizione bizantina), oppure qualche altra preghiera a San Giuseppe, propria alle altre tradizioni liturgiche, “a favore della Chiesa perseguitata <em>ad intra</em> e <em>ad extra</em> e per il sollievo di tutti i cristiani che patiscono ogni forma di persecuzione”.</li>
</ul>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Per riaffermare l’universalità del patrocinio di San Giuseppe sulla Chiesa, in aggiunta alle summenzionate occasioni si concede l’<em>Indulgenza plenaria </em>ai fedeli che reciteranno qualsivoglia orazione legittimamente approvata o atto di pietà in onore di San Giuseppe, per esempio “A te, o Beato Giuseppe”, specialmente nelle ricorrenze del 19 marzo e del 1° maggio, nella Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, nella Domenica di San Giuseppe (secondo la tradizione bizantina), il 19 di ogni mese e ogni mercoledì, giorno dedicato alla memoria del Santo secondo la tradizione latina.</li>
</ul>

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