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	<title>sacerdote &#8211; Monache Minime di Paola &#8211; Mora D&#039;Ebre</title>
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	<title>sacerdote &#8211; Monache Minime di Paola &#8211; Mora D&#039;Ebre</title>
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		<title>* Francesco Saverio</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Dec 2021 14:07:52 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Francesco nacque in una delle famiglie più illustri e potenti della Navarra, i Saverio, il 7 aprile del 1506, vicino Pamplona. Giovanni, suo padre, era amministratore delle finanze, alcalde della corte e presidente del consiglio reale, che rappresentava la più alta autorità di Navarra. Fedelissimo al re ne aveva conquistato piena fiducia ottenendo gli incarichi che ricopriva. Sposò Donna Maria de Azpilcueta, il cui albero genealogico risaliva ai tempi di Carlo Magno. Nobili entrambi ma non solo di sangue, specialmente di cuore, educarono i loro figli ad una profonda pietà. Ne ebbero cinque: Maddalena che entrò tra le Clarisse di Gandia ove si guadagnò fama di santità; Anna che si sposò; Michele e Giovanni che scelsero la carriera delle armi e infine il nostro Francesco. L’ultimo dei Saverio, occhi neri e capigliatura ricciuta, era il cocco di casa.</p>
<p style="text-align: justify;">La vita serena e agiata della famiglia subì un crollo devastante quando papà Giovanni morì il 15 ottobre 1515, anno in cui Navarra perdeva la sua libertà e indipendenza divenendo provincia della Spagna. Iniziarono in quel tempo i moti dei ribelli navarrini tra le cui file vi erano Giovanni e Michele Saverio i quali, per anni, furono costretti a stare lontano dalla Patria, rifugiati nell’alleata Francia. Ci volle il 1524 perché i Saverio si potessero ritrovare, ottenuta dall’imperatore spagnolo piena amnistia e restituzione dei beni sottratti.</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario dei due fratelli maggiori, il giovane Francesco non provava alcun’attrazione per le armi, voleva piuttosto intraprendere la carriera degli studi. Così nel 1525 partì per Parigi, ove frequentò il Collegio di santa Barbara. Studioso, intelligente, volenteroso, ebbe in principio amicizie piuttosto sbagliate, sino a che non arrivò come suo compagno di stanza Pietro Fabro, un ragazzo di umili origini, buono e con la mente rivolta alle cose di Dio. Francesco che non amava le sue ‘stranezze pietose’, imparò presto però ad apprezzarne i buoni esempi. Ma la svolta della sua vita avvenne nel 1529, con l’arrivo al Collegio di un trentasettenne zoppicante, ex capitano della Guipúzcoa che aveva combattuto contro i fratelli di Francesco, il cui nome era Ignazio di Loyola, per i studenti di latino di Santa Barbara <em>il nonno.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ignazio non piaceva a Francesco a causa del suo predicare il disprezzo del mondo, mentre Pietro si sentì subito attirato e conquistato dai pensieri del vecchio capitano spagnolo. Fu una <em>creta dura da lavorare </em>quella del giovane Saverio, ma alla fine il Loyola lo conquistò alla sua causa <em>a colpi di</em>: «Francesco, a che giova ad un uomo guadagnare il mondo intero se perde l’anima sua?» Nel 1533 Francesco era ormai con il Fabro un discepolo di Ignazio. I tre si unirono l’anno successivo con il fine di fondare la Compagnia di Gesù. Nel 1537 fu ordinato sacerdote e diventò il primo segretario della Compagnia. Fremente dal desiderio di portare il Vangelo a chi non lo aveva ancora conosciuto, Francesco partì missionario nell’India portoghese, nel 1542. Dopo aver predicato per cinque mesi e con gran successo a Goa, si inoltrò verso quella che attualmente è chiamata Sri Lanka, ove convertì folle intere. Nel 1545 andò a Malacca e l’anno successivo cominciarono i suoi viaggi per le isole dell’arcipelago malese ove fondò numerose comunità cristiane. Di ritorno a Malacca, nel 1547, le informazioni di un esiliato giapponese lo animarono a partire per il Giappone, con il desiderio di introdurre anche lì il cristianesimo. Partì da Goa insieme con detto esule, un sacerdote gesuita ed un frate converso, e sbarcò a Kagoshima nel 1549. Non fu impresa semplice però quando nel 1551 partì dal Giappone lasciava con soddisfazione una fiorente comunità cristiana. Non soddisfatto, con l’ansia di portare Cristo ad ogni uomo prese a programmare una missione in Cina. La missione però era ancora più difficile di quella del Giappone a causa dell’ostilità del governo cinese verso gli stranieri, chi voleva entrare rischiava per giunta la pena capitale. Riuscì comunque a programmare il viaggio con l’aiuto della diplomazia portoghese ma a Malacca l&#8217;ammiraglio in carica, irritato di non essere stato scelto lui come ambasciatore, mandò a monte l’impresa e denunciò il Santo come falsificatore di bolle papali e imperiali. Nonostante tutto, Francesco non si fermò, riuscì a giungere, il 17 aprile 1552, all&#8217;isola di Sanciano con un servo cinese convertito, Antonio di Santa Fe e con l’energia di sempre, pur essendo ormai debilitato dalle tante ed eroiche fatiche, decise di proseguire il viaggio, ma non arrivò mai in Cina: si ammalò di polmonite e privo com&#8217;era di ogni cura morì in una capanna il 3 dicembre 1552. Le sue spoglie riposano a Goa nella chiesa del Buon Gesù. Fu canonizzato nel 1622 e dichiarato patrono d’Oriente nel 1748, patrono della fede nel 1904 e nel 1927, insieme alla claustrale francese, Santa Teresa del Bambino Gesù, patrono di tutte le missioni.</p>

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		<title>* Pino Puglisi</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2021 14:38:16 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE  BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Giuseppe Puglisi, un sacerdote dal volto buono, con uno sguardo pulito e un cuore umile, un prete che in nome del Vangelo si è prodigato nella sua Palermo a cercare di strappare i giovani dalle grinfie dei mafiosi, a ridare speranza alla gente ormai succube dei <em>picciotti </em>siciliani, rintanata in un rassegnato atteggiamento omertoso.</p>
<p style="text-align: justify;">Giuseppe nasce nella zona più povera di Brancaccio, nella periferia Palermitana: gli “Stati Uniti”, l’anno 1937. Proveniva da una famiglia umilissima, il padre, Carmelo, era fabbricante di scarpe e sua madre Giuseppina aiutava la famiglia compiendo in casa alcuni lavori di sartoria, sebbene la sua primaria attività fosse crescere Giuseppe e i suoi fratelli, Gaetano e Francesco. I coniugi Puglisi avevano avuto anche un altro figlio, Nicola, ma morì a soli quindici anni. Giuseppe entrò in seminario l’anno 1953: come lui stesso raccontò, ciò che lo spinse ad entrarvi fu una spontanea apertura verso gli altri, ma ancora il vero incontro con Cristo doveva avvenire. Fu grazie alle lezioni del suo professore, Mons. Arena, che cominciò ad amare la Parola di Dio, facendo di essa il centro della sua vita. Nel 1960 il 2 luglio venne ordinato sacerdote dal vescovo Ernesto Ruffini. Don Giuseppe, o più familiarmente don Pino, era un uomo semplice, ma non un sempliciotto, che fondò la sua pastorale su una profonda vita interiore e di preghiera e lo studio della Sacra Scrittura. Chi entrava nella sua casa vi scopriva una grande essenzialità o, per meglio dire, povertà, ma accanto a questa povertà si trovava la ricchezza intellettuale che era manifestata dalla quantità sorprendente di libri che ricoprivano i mobili, il letto e persino il pavimento. Negli anni ’60, conobbe Lia Cerrito e il suo movimento ecclesiale, Crociata del Vangelo. Lia, insieme ad Agostina Aiello, con la quale lavorerà al centro sociale in via Decollati, e suor Carolina Iavazzo, che lo sosterrà nella sua avventura a Brancaccio, saranno le figure femminili che accompagneranno don Pino nella sua avventura apostolica. Don Pino, ricoprì diversi incarichi nella sua diocesi, ma si distinse in modo particolare quale ricostruttore di speranza, lì dove la mafia sembrava averne ormai bruciato ogni traccia, 3P, come era soprannominato don Pino, riusciva a far risvegliare attesa e fiducia. Un esempio fu la realtà di Godrano ove ricoprì l’incarico di Parroco dal 1970 al 1978: in questo piccolo paese in provincia di Palermo segnato da una sanguinosa faida, Puglisi riuscì a riconciliare le famiglie dilaniate dalla violenza e dal rancore, con la forza del perdono. Nelle sue attività 3P coinvolgeva i parrocchiani, li animava e incoraggiava a cambiare loro stessi ciò che vedevano di sbagliato, lo stesso faceva con i giovani che sempre gli gironzolavano intorno. Nel 1978 fu nominato pro-rettore del Seminario minore di Palermo e l&#8217;anno seguente fu scelto come direttore del Centro Diocesano Vocazioni. A conferma del suo ascendente sui giovani, nel 1980 venne nominato vice delegato regionale del Centro vocazioni, per divenire poi dal 1986 direttore del Centro Regionale Vocazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1990 tornò a Brancaccio, la sua zona, nominato Parroco di San Gaetano ed è qui che nasce il Centro di Accoglienza “Padre Nostro”, l’ultimo sogno di 3P che potrà realizzare anche grazie all’aiuto delle Suore Sorelle dei Poveri di Santa Caterina da Siena. Il Centro doveva rappresentare l’alternativa alla criminalità in un quartiere che non proponeva altro. Don Pino fu affiancato anche dagli universitari cattolici della FUCI, da alcuni liceali che si misero a disposizione, ad esempio, per insegnare ai bambini del quartiere, che parlavano solo il dialetto, l’italiano. Don Pino con la sua opera si opponeva al reclutamento dei giovani nella manovalanza mafiosa e questo fu sicuramente tra i motivi principali che gli costarono la vita. Nel cuore dell’egemonia mafiosa insorse la pacifica rivolta del Vangelo! Già da tempo, difatti, sentiva che la sua fine si stava avvicinando, per questo preferiva girare da solo: non voleva che altri fossero colpiti con lui. La sera del suo 56esimo compleanno, 15 settembre 1993, fu assassinato con un colpo di pistola alla nuca. Perché Cosa nostra impegnò cinque dei suoi migliori uomini per uccidere un prete disarmato e pacifico? Per manifestare la propria forza, ribadire il suo dominio ed uccidere con lui la speranza. Ma la testimonianza di questo umile sacerdote continua a spingere tanti altri, laici religiosi e sacerdoti, a continuare la lotta alla mafia, a credere che sia possibile costruire una Palermo, anzi una Sicilia nuova! Don Pino Puglisi è stato beatificato il 23 maggio 2013.</p>

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		<title>* Michel Quoist</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Oct 2021 20:36:09 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE  BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Michel Quoist nasce il 18 giugno 1921 a Le Havre, Francia, dipartimento della Senna Marittima. Sua madre era donna di grande fede, cattolica fervente e, nonostante avesse sposato un uomo ateo, educò i suoi figli cristianamente. La morte improvvisa del padre costrinse Michel a cominciare a lavorare come fattorino avendo solo dodici anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando, nel maggio del 1936, esplose in Francia un&#8217;enorme ondata di scioperi operai spontanei, il giovane Quoist si schierò dalla parte dei lavoratori appoggiandone apertamente le rivendicazioni. Gli scioperanti manifestavano contro l&#8217;aggravamento dello sfruttamento provocato dalla crisi economica e dallo sviluppo dell&#8217;economia di guerra e Michel che credeva nella giustizia e nel rispetto della dignità di ogni uomo, si sentì nel dovere di fare la sua parte, pur piccola che fosse.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1938, partecipando come barelliere ad un pellegrinaggio organizzato dalla diocesi a Lourdes, conobbe un sacerdote del quale Dio si servì per rivelargli la vocazione che dall’eternità aveva pensato per lui: quella sacerdotale. Per questo a diciott&#8217;anni entrò nel seminario vicino a Meaux, per poi passare a Rouen. A pochi mesi dal suddiaconato però, un’improvvisa cecità lo colpì. Furono inutili i controlli fatti in vari ospedali e sebbene la mancanza della vista non fosse totale, era ad uno stadio tale da non permettergli di proseguire il suo cammino verso il sacerdozio. Ma, quando ritenne che tutto fosse perduto, improvvisamente ricominciò a vedere. Poté realizzare così il desiderio che Dio aveva posto nel suo cuore nove anni prima, nel pellegrinaggio alla grotta di Massabielle e fu ordinato sacerdote nel 1947.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo gli studi di teologia Michel volle continuare gli studi in scienze sociali e politiche nell&#8217;Istituto Cattolico di Parigi, dove conseguì il dottorato con una tesi su un quartiere popolare di Rouen dal titolo <em>La città e l&#8217;uomo</em>, poi pubblicata. Quindi divenne vicario d&#8217;una numerosa parrocchia di Le Havre e coordinatore e animatore dei movimenti giovanili della sua regione. In particolare, fu dirigente della JOC: Jeunesse Ouvrière Catholique, ossia la Gioventù Operaia Cattolica, associazione di giovani lavoratori e delle realtà popolari che svolge un&#8217;attività formativa, educativa e di evangelizzazione con e per i giovani stessi. Diciamo che i suoi interessi passati e quelli del presente si erano incontrati! Imparò in questo ambiente a conoscere sempre meglio i problemi, le ansie, ma anche i desideri e i sogni dei giovani del suo tempo, che forse erano quelli dei giovani di ogni tempo e che dunque erano stati anche i suoi. Aiutò i ragazzi che incontrava sul suo cammino a scoprire in Cristo la meta della loro ricerca. Presto, attraverso i libri, trovò un modo per raggiungere uomini e donne di ogni età e di ogni nazione e cominciò una fortunata produzione letteraria; tra le sue opere più note ricordiamo: <em>Riuscire</em>, <em>Cristo è vivo, Appuntamento con Cristo, Dieci minuti con Dio</em>, <em>A cuore aperto, Parlami d’amore e Cammino di preghiera</em>. Nel romanzo<em> Parlami d’amore</em> Michel racconta una storia che ha per protagonisti un ragazzo ed un Saggio, storia ideata al fine di aiutare i giovani (e meno giovani) a cercare l’Amore con la A maiuscola, a non lasciarsi travolgere da esperienze che feriscono se stessi e gli altri, che troppe volte risultano deludenti. Michel Quoist, con questo romanzo mostra la capacità di saper parlare ai giovani, di saper entrare in contatto con il loro mondo, mostra che la sua esperienza lunga e coinvolgente con i vari gruppi giovanili della sua regione, gli hanno fornito un bagaglio tale da poter essere considerato un vero Padre nello Spirito.</p>
<p style="text-align: justify;">Instancabile nell&#8217;ambito delle missioni all&#8217;estero fece istituire un comitato vescovile per l&#8217;America Latina, mettendosi egli stesso a viaggiare per conferenze, ritiri, esercizi spirituali, corsi di formazione e a scrivere libri di meditazione e spiritualità che riscossero un largo successo internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 1970 al 1976 fu curato di Sainte Marie e Saint Léon; nel 1971 aprì a Saint Cyrice nell&#8217;Aveyron un centro di accoglienza per giovani e adulti e nel 1976 proprio per la sua capacità, largamente riconosciuta, di saper parlare ai ragazzi, ma soprattutto di saper comprendere i loro cuori, fu nominato  responsabile delle vocazioni diocesane, svolgendo vari incarichi pastorali. Nel 1988, la sua abilità comunicativa gli ottenne di diventare direttore della radio diocesana di Le Havre, denominata «Arc en Ciel». Si ammalò di cancro al pancreas nel 1996 e fu questo il male che lo portò alla morte nel giro di un anno, difatti, il 19 dicembre del 1997, Michel si spense nella città nella quale era venuto alla luce.</p>

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		<title>* Giacomo Alberione</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Sep 2021 20:42:15 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE  BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Giacomo nacque a San Lorenzo di Fossano, provincia di Cuneo il 4 aprile 1884 in una famiglia modesta e molto cristiana. La sua vocazione fu particolarmente precoce, già in prima elementare, alla maestra che gli domandava cosa desiderasse fare da grande, il piccolo Giacomo rispose che avrebbe fatto il prete. Difatti, a soli dodici anni, il 25 ottobre 1896, lasciò i suoi per entrare nel seminario di Bra ove vi rimase per quattro anni. Nella primavera del 1900 tornò in famiglia trascorrendo sei mesi tra preghiera e lavoro nei campi per poi ripartire alle volte del seminario di Alba. Nella notte tra il 31 dicembre 1900 e il 1° gennaio 1901, il giovanissimo Giacomo, durante l’adorazione eucaristica ebbe l’intuizione di un cammino del quale doveva essere iniziatore, un cammino nuovo, voluto da Dio non solo per lui ma per altri che lo avrebbero seguito. Il sedicenne Alberione intuì che si doveva dare al Vangelo la possibilità di arrivare sempre a più persone, di oltrepassare le mura della Parrocchia, giungere in un modo o nell’altro alle orecchie di tutti, anche a quelle più sorde e che per fare questo bisognava fornire alla Chiesa nuovi mezzi, approfittare delle nuove forme di comunicazione. Come disse il Papa San Paolo VI: «Don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovi messi per dare vigore ed ampiezza al suo apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità della missione nel mondo moderno e con i mezzi moderni». Anticipando il pensiero del Concilio Vaticano II, il giovane Giacomo aveva già intuito che gli strumenti di comunicazione sociale possono essere per la Chiesa un ottimo aiuto al servizio dell’apostolato, poiché il Vangelo è una buona notizia, però una notizia va annunciata perché sia conosciuta. Anche la televisione, i giornali, oggi diremmo i social possono diventare pulpiti dai quali lanciare il messaggio evangelico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, quell’intuizione dinanzi al Santissimo doveva restare tale per molto tempo prima di poter diventare una realtà: c’era un largo percorso da portare avanti fatto di studi, di discernimento, di preghiera, di lavorio nella vita spirituale, bisognava dare tempo al tempo e lasciar maturare quell’illuminazione folgorante con semplicità e fiducia in Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1907 il 29 giugno vi fu la sua ordinazione sacerdotale e il 9 aprile dell’anno successivo il traguardo della laurea in teologia. Trascorse i primi anni di sacerdozio dedicandosi ai suoi fedeli, non mettendo mai da parte l’ispirazione avuta e il 20 agosto 1914, sempre ad Alba aprì la Scuola Tipografica Piccolo Operaio, che costituì il germe della futura Congregazione la cui intuizione aveva coltivato nel tempo con perseveranza. Nel 1915 nasce il ramo femminile: le Figlie di San Paolo. Don Giacomo, silenzioso, attento ai segni dei tempi, raccolto nei suoi pensieri che pone innanzi al Signore nella preghiera prima di trasformarli in opera, finalmente, il 5 ottobre 1921 vide la costituzione della Pia Società San Paolo, che il 12 marzo 1927 divenne società religiosa di diritto diocesano. Il giorno successivo a questo evento così importante don Giacomo emise la sua professione religiosa prendendo il nome di Giuseppe.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra il 1915 e il 1960, fondò quattro congregazioni femminili e diversi istituti secolari. Sosteneva che bisogna “portare Cristo oggi con i mezzi di oggi” e che questa è la vocazione della sua famiglia religiosa, la quale trova nella figura di San Paolo la propria ispirazione. Per don Giacomo, infatti, Paolo di Tarso fu il primo comunicatore sociale ad utilizzare lo strumento mediatico del tempo: le lettere. Proprio ad un intervento miracoloso di San Paolo, don Alberione, attribuì la sua guarigione del 1923, da una malattia inaspettata che sembrava averne compromesso irrimediabilmente la salute.</p>
<p style="text-align: justify;">Don Giacomo morì a Roma ove si era trasferito nel 1936. Chiuse gli occhi a questo mondo il 26 novembre 1971, pochi giorni prima aveva ricevuto, nella casa Generalizia dell’Istituto, l’inattesa e confortante visita di Papa Montini il quale lo aveva definito: <em>meraviglia della nostra epoca.</em></p>
<p style="text-align: justify;">È stato il Santo Padre Giovanni Paolo II nel 2003 a proclamarlo Beato.</p>

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		<title>* Charles de Foucauld</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Aug 2021 13:42:39 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE  BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La famiglia de Foucauld apparteneva alla nobiltà francese, la madre, Élizabeth aristocratica della lorena, sposò nel 1855 Édouard de Foucald de Pontbriand, ispettore forestale. Il loro primo figlio, Charles, morì dopo solo un mese di vita. Il loro secondo figlio, che chiamarono Charles Eugène, nacque a Strasburgo il 15 settembre 1858 nella casa di famiglia. Nel 1861 nacque la seconda figlia, Marie-Inès-Rodolphine. I bambini furono presto educati nella fede cristiana dalla mamma che purtroppo morì il 13 marzo 1864 in conseguenza di un aborto spontaneo. Il marito Édouard morì il 9 agosto dello stesso anno dopo essersi ammalato di nevrastenia. Charles e Marie furono affidati ai nonni materni. Durante l’anno 1868 Charles cominciò a manifestare un temperamento instabile e un carattere aggressivo e introverso e nell&#8217;estate si trasferì dalla zia, Inès Moitessier. Il 28 aprile 1872 ricevette la prima comunione e la Cresima ma dalla fine del 1873 cominciò progressivamente ad allontanarsi dalla fede fino a diventare agnostico. Diplomatosi con buoni voti si trasferì poi a Parigi e frequentò una scuola gestita dai gesuiti dalla quale venne espulso per pigrizia e indisciplina. Nel giugno 1876 entrò nell’accademia militare di Saint-Cyr e compiuti i diciotto anni, cominciò a godere anche dell’eredità che gli era stata assegnata, cosa che non fece che peggiorare la sua condotta di vita, sempre più disordinata: lo chamavano il “festaiolo letterato”. Nel 1880 divenne effettivo del 4º reggimento degli ussari a Pont-à-Mousson. Questo fu il periodo di maggiore dissolutezza e perversione. Sua zia, Inès Moitessier, preoccupata dell’incapacità di Charles di gestire il suo patrimonio, lo fece interdire. Nel febbraio 1881 fu temporaneamente sospeso dall&#8217;esercito per indisciplina. Dopo aver saputo che il suo reggimento combatteva in Tunisia, chiese di essere reintegrato nell&#8217;esercito. La campagna militare segnò la fine della sua vita dissoluta. Sempre in quel periodo maturò il progetto di un viaggio in Oriente. Dopo aver chiesto un congedo che gli fu rifiutato si dimise dall&#8217;esercito. Si trasferì ad Algeri nel maggio 1882 ove l&#8217;incontro con Oscar Mac Carthy, curatore della biblioteca di Algeri e geografo, gli fece decidere di esplorare il Marocco. Questo viaggio, che fece tra il giugno 1883 e il maggio 1884 e l&#8217;enorme quantità di informazioni riportate, gli valsero il 9 gennaio 1885 la medaglia d&#8217;oro da parte della &#8220;Società geografica di Parigi&#8221;. Ritornò stabilmente in Francia nel 1886 e si riavvicinò alla fede. Incominciò a frequentare la parrocchia di Saint Augustin dove celebrava l&#8217;abbé Huvelin che divenne il suo direttore spirituale. Charles sentì immediatamente di voler abbracciare la vita religiosa desideroso di «imitare la vita nascosta dell&#8217;umile e povero operaio di Nazareth». Il 19 agosto 1888 visitò la Trappa di Fontgombault e fu attratto dalla povertà radicale dell&#8217;ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">Decise dunque di entrare nella Trappa di Notre-Dame des neiges: era il 16 gennaio 1889. Pur essendosi adattato molto presto alla vita di povertà, di silenzio, di lavoro e di preghiera del monastero, divenendo modello dei monaci per la condotta di vita santa, maturò il desiderio di vivere maggiormente la povertà e il dono di sé in una vita eremitica e dopo diversi rifiuti, ottenne dall&#8217;abate Generale dei Trappisti, che era convinto della sua personale e particolare vocazione, la dispensa dai voti il 23 gennaio 1897. Così poté partire verso la Terra Santa. Giunto a Nazareth chiese alle clarisse del posto di poter lavorare come giardiniere in cambio di un po&#8217; di pane e di una capanna dove poter dormire. Questo periodo fu quello spiritualmente più ricco e che pose i fondamenti del suo ideale religioso. Così concepì la sua vocazione: «Gridare il Vangelo sui tetti, non con le parole ma con la vita». Rientrò in Francia per prepararsi per il sacerdozio. Fu ordinato presbitero nel Seminario Maggiore di Viviers il 9 giugno 1901. Nel mese di ottobre di quello stesso anno si stabilì a Béni-Abbés. Nel suo cuore c’era il progetto di evangelizzare le zone dei tuareg. Tra il 1904 e il 1905 affiancandosi a delle colonne di militari che erano in viaggio nel deserto, iniziò a prendere contatto con persone del Sahara del centro e del sud e in quest&#8217;occasione iniziò ad apprendere il tamachek, la lingua dei tuareg e a tradurre il Vangelo in quella lingua. Nel 1905 decise di trascorrere ogni anno tre mesi a Béni-Abbés, sei mesi a Tamanrasset e di utilizzare gli altri tre mesi nei viaggi per spostarsi tra le due località.I Tuareg iniziarono ad avere una venerazione per &#8220;Fratel Carlo di Gesù&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel gennaio 1909 ottenne dalla Santa Sede l&#8217;autorizzazione a celebrare la Messa senza assistente. Lavorava fino a undici ore al giorno per i suoi studi sulle lingue che lo assorbirono fino alla fine della vita. Lavorò alla redazione di un glossario che diventò piano piano un monumentale dizionario tuareg-francese.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1909, ritornò in Francia per tre settimane durate le quali ottenne l’approvazione degli statuti da  lui elaborati per l'&#8221;Unione dei Fratelli e delle Sorelle del Sacro Cuore&#8221;, pia unione per l&#8217;evangelizzazione delle colonie. Fu in quell’anno che iniziò a organizzare la &#8220;Confraternita apostolica dei Fratelli e delle Sorelle del Sacro Cuore di Gesù&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1916 le razzie che partivano dal Marocco spagnolo si facevano sempre più numerose per cui Frére Charles fece costruire un fortino per dare alla popolazione di Tamanrasset un rifugio in caso di attacco. Nel giugno i suoi vicini Tuareg gli consigliarono di stabilirvisi. Tuttavia il pericolo non veniva dal Marocco. Una gran parte della popolazione del Sahel e del Sahara, infatti, si stava sollevando contro l&#8217;occupazione francese su iniziativa dei gruppi senussi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 1º dicembre 1916 il fortino fu investito da una razzia dei senussi e Frère Charles fu assassinato. Morì col desiderio insoddisfatto di condividere la sua vita al servizio dei tuareg con qualche altro fratello. In Francia c&#8217;erano solo 49 iscritti all'&#8221;Unione dei Fratelli e Sorelle del Sacro Cuore di Gesù&#8221; che egli era riuscito a fare approvare dalle autorità religiose. Difatti, le congregazioni religiose e i gruppi che si ispirano agli scritti di Charles de Foucald nacquero a partire dal 1933 grazie alla conoscenza che si ebbe della vita di de Foucauld attraverso la biografia scritta da René Bazin.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il 24 aprile 2001, Giovanni Paolo II dichiarò Venerabile il Servo di Dio Charles de Foucauld e il 13 novembre 2005 venne dichiarato Beato da papa Benedetto XVI.</p>

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		<title>* San Giovanni della Croce</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2021 11:55:35 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nasce a Fontiveros (Avila) nel 1542 (non si conosce la data precisa), da Gonzalo Yepes e Caterina Alvarez, genitori di Francesco, Luigi e appunto Giovanni. Vive un’infanzia povera a causa della morte inattesa del padre che li costringe a cambiare diverse volte dimora, in cerca di più sicuri mezzi di sussistenza. Nel 1551 la famiglia fissa finalmente dimora ad Arévalo, ma ormai sono solo Caterina, Francesco e Giovanni, infatti anche Luigi, secondo genito muore prematuramente.</p>
<p style="text-align: justify;">Giovanni riceve una formazione scolastica primaria e un addestramento artigianale nel Collegio “de los doctrinos” di Medina del Campo; successivamente, per venire incontro ai bisogni della famiglia si lancia in molteplici lavori: falegname, sarto, pittore, intagliatore, il commesso ed aiutante infermiere nell’ospedale della Concezione.  Dal 1559 al 1563 compie gli studi umanistici nel Collegio dei Gesuiti di Medina e proprio nel 1563 veste l’abito religioso tra i Carmelitani col nome di Giovanni di San Mattia. Tra l’estate e l’autunno del 1964 fa la sua professione religiosa. Le sue capacità artistiche vengono notate e per tre anni è immatricolato “artista” nell’Università di Salamanca. Il 1567 è un anno di grandi eventi: ad aprile è nominato Prefetto degli studenti del Collegio di Salamanca e nell’estate è ordinato sacerdote. A Medina canterà la sua prima messa dinanzi alla sua amatissima madre. Ed è proprio a Medina che avviene l’incontro che cambia la sua vita, quello con santa Teresa d’Ávila. La riformatrice del Carmelo lo conquista con il suo progetto di riforma. Il 9 agosto 1868 si reca a Valladolid con Madre Teresa di Gesù per la fondazione delle Scalze e vi rimane fino ad ottobre. Appresa dettagliatamente la nuova forma di vita riformata si sposta a Duruelo (Ávila) ove adatta un cascinale a primo convento dei Carmelitani Scalzi. Il 28 novembre insieme a tre confratelli inaugura la vita riformata alla presenza dei Superiori. È nominato formatore degli Scalzi. La crescita (moderata) della comunità di Scalzi richiede un cambio di dimora e nel 1570 il gruppo di frati si trasferisce a Macera de Abajo (Salamanca). Giovanni continua a essere il maestro dei novizi Scalzi e come tale si reca a Pastrana (Guadalajara) per organizzarvi la vita del noviziato degli Scalzi. L’anno successivo viene destinato ad Alcalá de Henares per svolgervi l’ufficio di rettore del primo Collegio di Carmelitani Scalzi fondato da poco con le vocazioni da lui stesso formate. Dal 1572 al 1576 svolge l’incarico di confessore e “vicario” del monastero delle Carmelitane dell’Incarnazione, su richiesta di santa Teresa che era diventata priora di quella comunità ove aveva trovato non poche resistenze e opposizioni da parte delle religiose che non volevano in nessun modo la riforma. Ma le contrarietà ci sono e sono molto forti anche nel ramo maschile, poiché i Calzati vogliono in ogni modo fermare la riforma della Madre Teresa di Gesù e di padre Giovanni della Croce. Nel 1576 viene fatto prigioniero dai Calzati di Avila, ma è presto scarcerato grazie all’intervento del Nunzio. Diverso epilogo fu quello del suo secondo incarceramento, stavolta a Toledo nel 1577. La notte del 2 dicembre, infatti, viene strappato dalla sua casetta dell’Incarnazione  di Ávila per essere condotto al convento dei Calzati di Toledo ove è rinchiuso per più di otto mesi nel carcere conventuale in una cella sempre buia, ove non è possibile stare ritti in piedi. Malnutrito, malato, isolato e maltrattato Giovanni nella celletta di Toledo scrive alcune tra le sue prime poesie. Riesce a fuggire dal carcere nel 1578, probabilmente il 17 agosto. Si rifugia nel monastero delle Carmelitane Scalze che lo nascondono e coraggiosamente affrontano i Carmelitani Calzati venuti a cercarlo, impedendogli l’entrata in clausura. Giovanni è finalmente libero.</p>
<p style="text-align: justify;">Il decennio che va dal 1578 al 1588 lo trascorre in Andalusia. Nel 1578 è infatti eletto Vicario del convento andaluso del Calvario (Jaén), ufficio svolto per circa sette mesi e mezzo. Il 1579 giorno 14 giugno inaugura la fondazione d’un Collegio si Scalzi di cui è nominato rettore. Nel marzo del 1581 partecipa al Capitolo della “separazione” in cui è eretta la Provincia indipendente dei Carmelitani Scalzi; ed è eletto terzo Definitore. Verso il 25 novembre di quell’anno incontra per l’ultima volta S. Teresa ad Avila: la Madre ormai molto malata renderà l’anima al Signore il 4 ottobre 1582. Dal gennaio del 1582 all’ottobre 1585 ricopre l’incarico di Priore di Los Mártires a Granada. In tutti questi anni p. Giovanni continua a essere un punto di riferimento anche per le Carmelitane Scalze. Il 1584 è l’anno della stesura del Cantico Spirituale e di altri trattati spirituali, mentre i due anni successivi intraprende spesso numerosi viaggi, giungendo persino a Lisbona e fondando nuovi conventi di Carmelitani Scalzi e monasteri di Carmelitane Scalze. Gli ultimi tre anni della sua vita li trascorre in parte come Priore del convento di Segovia. Al Capitolo Generale del 1591 non gli viene affidato alcun ufficio, si offre allora per andare in Messico, ma i Superiori dopo un primo consenso cambiano opinione e gli ripropongono di ritornare a Segovia come Priore ma lui rifiuta. Una scelta coraggiosa: Giovanni della Croce sa di essere amato a Segovia, atteso dai suoi confratelli, sa che li avrebbe avuto una permanenza serena, per questo rifiuta, per andare incontro alla Croce di Cristo. Inviato a Peñuela il 10 agosto viene infamato da alcuni frati del convento, a lui contrari. Qui iniziano a manifestarsi delle febbri che non lo abbandoneranno sino alla morte. Il 28 settembre parte ammalato per Ubeda (Jaén) ove due mesi dopo, nella notte tra il venerdì 13 e il sabato 14 dicembre muore santamente, ma solo, tra l’indifferenza dei frati. Ha 49 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 25 gennaio 1675 è beatificato da Clemente X e il 27 dicembre 1726 è canonizzato da Benedetto XIII, il 24 agosto 1926 è dichiarato dottore della Chiesa da Pio XI.</p>

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		<title>Apparizione della Madonna del Miracolo</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2021 15:05:27 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: justify;"><em>Il 20 gennaio 1842 la Vergine Santo apparve all’ebreo Alfonso Ratisbonne, proprio come è raffigurata nella Medaglia Miracolosa, con la sola differenza che la sua mano destra non era aperta, ma nell&#8217;atto di intimargli di inginocchiarsi. Questa conversione è stato un segno della Vergine, a distanza di 12 anni dalla consegna della Medaglia, che veramente Ella ha legato a questa Medaglia molte grazie. Ratisbonne, infatti, portava al collo questa medaglia, anche se solo per divertimento e per condiscendenza ad un amico che gliela aveva consegnata con fede, sperando proprio di ottenerne dalla Vergine la sua conversione. Ecco parte del racconto che Ratisbonne ha fatto dell&#8217;apparizione della Vergine e della sua conversione.</em></p>

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			<p style="text-align: justify;">Giunto a Roma, mi recai a casa del barone Teodoro De Bussiére&#8230; Gli feci conoscere l&#8217;impressione che mi aveva fatto la vista del Ghetto per l&#8217;oppressione dei miei fratelli ebrei, come anche delle superstizioni dei cattolici; e me ne risi con piacere». «Ebbene, rispose il signor De Bussiére, giacché siete une spirito forte, non avrete difficoltà di portare una medaglia, che vi darò». «La porterò, risposi, per mostrarvi che gli Ebrei non sono cosi ostinati».</p>
<p style="text-align: justify;">Il signor De Bussiére ingenuamente trionfando della sua vittoria volle conseguirne tutti gli utili. «Ora, riprese, bisogna dare compimento alla prova: si tratta di recitare mattina e sera il &#8220;Ricordatevi&#8221;, brevissima ed efficacissima preghiera indirizzata alla Vergine Maria da S. Bernardo (&#8230;)».</p>
<p style="text-align: justify;">Nella chiesa di S. Andrea delle Fratte nessun oggetto d&#8217;arte attirava la mia attenzione. Camminavo meccanicamente, con lo sguardo in giro, senza fermarmi su alcun pensiero; mi ricordo soltanto di un cane nero, che saltellava e balzava dinanzi a me. Presto questo cane disparve; tutta la chiesa disparve. Non vidi pia nulla; o piuttosto, mio Dio, vidi una sola cosa! Vidi come un velo dinanzi a me. La chiesa mi sembrava tutta oscura, eccetto una cappella, quasi che tutta la luce della chiesa si fosse concentrata in quella. Alzai gli occhi verso la cappella raggiante di tanta luce e vidi sull&#8217;altare della medesima, in piedi, viva, grande, maestosa, bellissima, misericordiosa, la santissima Vergine Maria simile nell&#8217;atto e nella forma all&#8217;immagine che si vede nella Medaglia Miracolosa dell&#8217;Immacolata.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi fece cenno con la mano d&#8217;inginocchiarmi. Una forza irresistibile mi spinse verso di Lei, che parve dicesse: «Basta cosi». Non lo disse, ma capii. A tal vista caddi in ginocchio nel luogo deve mi trovavo, cercai quindi varie volte di alzare gli occhi verso la santissima Vergine, ma la riverenza e lo splendore me li facevano abbassare, ciò che, però, non m&#8217;impediva l&#8217;evidenza di quella apparizione. Fissai le sue mani e vidi in esse l&#8217;espressione del perdono e della misericordia. Alla presenza della Santissima Vergine, benché ella non mi dicesse parola, compresi 1&#8217;orrore dello stato in cui mi trovavo, la deformità del peccato, la bellezza della religione cattolica; in una parola, compresi tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sapevo dove mi trovavo; non sapevo se fossi Alfonso o un altro; provavo un cambiamento cosi totale che mi credevo un altro. Cercavo di ritrovarmi e non mi ritrovavo. La gioia pin grande si sprigionava dal fondo della mia anima; non potei parlare; non volli rivelar niente; sentivo in me qualche cosa di solenne e di sacro che mi fece chiedere un sacerdote. Vi fui condotto; dopo averne avuto l&#8217;ordine positivo, ne parlai come mi era possibile, in ginocchio e con il cuore tremante.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto quello che posso dire è che, al momento del prodigio, la benda cadde dai miei occhi; non una sola benda, ma una quantità di bende che mi avevano avvolto disparvero, una dopo l&#8217;altra, rapidamente, come la neve, il fango e il ghiaccio sotto l&#8217;azione del sole cocente.</p>
<p style="text-align: justify;">Uscivo da una tomba, da un abisso di tenebre, ed ero vivo, perfettamente vivo. Ma piangevo. Vedevo nel fondo dell&#8217;abisso le miserie estreme alle quali ero stato strappato da una misericordia infinita. Rabbrividivo alla vista di tutte le mie iniquità, ed ero stupito, intenerito, sprofondato in ammirazione e riconoscenza. Come sono arrivato a questa conoscenza? Non saprei dirlo. Questo io so: che entrando in chiesa ignoravo tutto; uscendone vedevo chiaro.</p>

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		<title>* P. Pio di Pietrelcina</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2020 15:54:55 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il 25 maggio 1887 nasce a Pietrelcina (provincia di Benevento), da Giuseppa De Nunzio e Orazio Forgione, Francesco Forgione, noto in tutto il mondo come Padre Pio da Pietrelcina, nome che assunse quando a 16 anni vestì il saio francescano come novizio nel convento dei cappuccini di Morcone.</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi sanno che il signor Orazio diede il nome di Francesco a suo figlio per devozione a San Francesco di Paola e non, come comunemente si crede, per devozione all&#8217;Assisiate al quale, comunque, Francesco si legherà sin dalla giovanissima età di cinque anni, con la promessa di seguire le sue orme. Entrò in convento il 6 gennaio del 1903 e nel 1910, il 10 di agosto, nella cappella dell’arcivescovado di Benevento viene ordinato sacerdote; il 14 dello stesso mese celebra la sua prima Messa a Pietrelcina, tra la sua gente, con grande emozione dei sui familiari. La sua salute è piuttosto precaria, per questo, quando nel 1915 fu chiamato alle armi, dopo pochi mesi viene riformato per broncoalveolite doppia. Il suo stato di salute non gli permise di incorporarsi da subito in comunità, ma dovette restare in famiglia per diverso tempo, poiché il clima di Pietrelcina si era dimostrato l’unico consone alla sua salute, sino a quel momento.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1916 il Padre Provinciale gli ordinò di incorporarsi alla comunità di Foggia, dopo qualche mese però, giunto a San Giovanni Rotondo per adempiere ad alcuni uffici, verificando che l’ambiente ed il clima di quel luogo gli erano favorevoli, chiese di potervi restare ed ottenne il trasferimento nella piccola comunità (solo 2 frati all&#8217;epoca) di San Giovanni Rotondo, nel povero e vecchio (più che antico), convento dei cappuccini.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 20 settembre del 1918 riceve il dono delle stimmate mentre si trova nel coro in preghiera. Da quel momento inizia il calvario terreno di Padre Pio. Viene accusato di impostura e sottoposto a numerosi esami dalla Santa Sede. Intanto la sua fama di santità si era sparsa in tutta Italia e presto in Europa e nel mondo, per questo la gente accorreva per assistere alla sua lunga Messa, celebrata ogni mattina alle 4,00 e per essere confessata dal frate stigmatizzato e ricevere la sua benedizione. Straordinarie guarigioni e conversioni avvenivano di continuo in quel di San Giovanni Rotondo e Padre Pio è presto su tutti i giornali, con suo enorme dolore. Il Sant’Uffizio il 22 giugno del 1922 a seguito del clamore esploso intorno al frate del Gargano, mette in atto una serie di restrizioni sino a vietargli di celebrare la Santa Messa in pubblico. Nel 1931 Padre Pio viene completamente isolato, non può ricevere né inviare corrispondenza, non può essere avvicinato dai fedeli, né confessare, l’unico ministero a non essergli sospeso è quello della celebrazione della Messa che deve officiare rigorosamente da solo. Nel 1933, caduta ogni accusa, il religioso può ritornare a svolgere il suo ministero sacerdotale pubblicamente e San Giovanni Rotondo viene giornalmente assediata dai fedeli.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel gennaio del 1940 nasce nella sua cella, in compagnia di alcuni medici, l’idea della Casa Sollievo della Sofferenza. L’ospedale, il più all&#8217;avanguardia del Meridione, è anche tra i migliori in Europa: costruito con la carità dei fedeli di tutto il mondo, riceverà gli ammalati poveri gratuitamente e quelli abbienti ad un costo modico. Lodato da molti per quest’opera evangelica, Padre Pio, sarà da altri crudelmente attaccato e calunniato. Sempre in quell&#8217;anno nascono i gruppi di preghiera di Padre Pio che si diffusero in tutto il mondo a macchia d’olio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 25 aprile del 1959 cade gravemente ammalato a causa di un cancro alla pleura ma guarisce miracolosamente il 6 agosto dello stesso anno, ricevendo la grazia dalla Madonna di Fatima: mentre la statua, trasportata a San Giovanni Rotondo con un elicottero, al termine della sua visita, sta prendendo il volo, Padre Pio affacciato dalla sua finestra sventolando un fazzoletto bianco dice: “Madonnina mia, te ne vai senza guarirmi?” e la Madonna lo esaudisce.</p>
<p style="text-align: justify;">Le prove per il frate però sono interminabili. Nel 1960 nuove restrizioni gli vengono imposte dopo la visita apostolica del monsignor Maccari. Si parla addirittura di un trasferimento in Spagna e il card. Montini fa sapere al religioso cappuccino che, <em>se a San Giovanni Rotondo non c’è posto per lui, nel suo episcopio c’è</em>. Divenuto Papa, il card. Montini, ormai Paolo VI, come il suo predecessore Papa Giovanni XXIII dimostrerà sempre riverenza e devozione per il frate di Pietrelcina. Nel 1964 Padre Pio ha nuovamente libertà assoluta per svolgere il suo ministero, ma è ormai anziano e soprattutto provato da diverse malattie e dalle continue ed abbondanti emorragie causate dalle stimmate. Il 23 settembre 1968 alle ore 2,30 di notte si addormenta nel Signore. Viene beatificato il 2 maggio 1999 da San Giovanni Paolo II e, pochi anni dopo, il 16 giugno del 2002 viene proclamato santo dallo stesso Pontefice.</p>

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		<title>* Ireneo di Lione</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2020 20:40:15 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ireneo nacque a Smirne (attuale Izmir, Turchia) verso il 135-140 d.C., dove, ancora giovane, fu discepolo del Vescovo Policarpo, che a sua volta era stato discepolo dell’apostolo San Giovanni. Trasferitosi in Gallia, nel 177, ormai presbitero, fu incaricato di portare una lettera al Papa Eleuterio da parte della comunità di Lione della quale fa parte. L’aver ricevuto l’incarico di essere latore di tale missiva sottrasse Ireneo dalle mani di Marco Aurelio, il quale perseguitò la Chiesa di Gallia martirizzando almeno quarant’otto cristiani tra i quali il novantenne Vescovo di Lione, Potino, morto per i maltrattamenti in carcere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritornato a Lione, Ireneo fu eletto Vescovo della città al posto del martire Potino. Da Vescovo di Lione conseguì molte conversioni tra i galli. Intervenne davanti al papato affinché non fossero separati dalla comunione gli orientali che celebrano la Pasqua lo stesso giorno degli ebrei Fu un Pastore dotto che lottò contro le eresie dell’epoca e lavorò per esporre con la maggiore chiarezza le verità della fede. In particolare, il Vescovo di Lione si batté contro la gnosi, pensiero che si stava diffondendo nella Chiesa del II secolo per cui la fede insegnata dalla Chiesa era solo un simbolismo per i semplici che non sono capaci di capire ciò che invece possono comprendere esclusivamente i dotti e gli intellettuali. Questa eresia sboccava poi in altre correnti dal pensiero stravagante e forviante. Verso l’anno 180 scrisse contro gli gnostici l’opera <em>Contro le eresie</em> che, oltre ad essere importante per la sua satira, ci ha permesso di conoscere meglio le basi del gnosticismo.</p>
<p style="text-align: justify;">San Gregorio di Tours, cronista del secolo VI, fu il primo a menzionarlo come martire, descrivendo le sofferenze che patì sotto l’imperatore romano Lucio Settimio Severo Augusto, subentrato a Marco Aurelio. Ireneo subì il martirio nell&#8217;anno 202. La memoria di questo grande Padre della Chiesa si celebra il 28 giugno.</p>

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		<title>* San Josemaría Escrivá</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Nov 2019 20:45:33 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong> *  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Josemaría Escrivá de Balaguer (1902-1975), nacque in Barbastro, Huesca e fu ordinato sacerdote a 23 anni. Nel 1928 fondò a Madrid l’Opus Dei e in seguito la Prelatura della Santa Croce. L’Opus Dei è una congregazione cattolica dedicata al raggiungimento della santificazione attraverso l’apostolato e il lavoro personale, è composta da un prelato con il proprio clero e da una gran componente di laici, i quali, con vocazione divina, si incorporano liberamente alla prelatura, senza che per questo motivo cambino la propria condizione di fedeli della rispettiva diocesi. Il lavoro principale del prelato e del clero è attendere e sostenere i fedeli laici nel compimento di impegni ascetici, formativi e apostolici che assumono integrandosi nella prelatura. Da parte loro, i membri laici adempiono al proprio compito apostolico nell’ambiente e nelle strutture proprie della società civile. L’idea di Escrivá, come si evince da queste poche premesse, era quella di fornire ai laici che volevano impegnarsi nel cammino della perfezione cristiana, i mezzi e i supporti necessari, e creare allo stesso tempo persone preparate che facessero da <em>lievito nella pasta,</em> dunque, secondo l’idea evangelica, capaci di diffondere e far crescere silenziosamente ma vigorosamente il Regno di Dio tra gli uomini. Inizialmente l’Opus Dei si spanse nell’ambiente universitario, nei quartieri delle periferie e in diversi ospedali di Madrid. Terminata la II Guerra Mondiale, iniziò la sua attività in molti Paesi europei, in Messico, e negli Stati Uniti.  Dopo che Escrivá stabilì la sede centrale dell’Opus Dei a Roma nel 1946, l’organizzazione continuò la sua espansione geografica, anche in forza dell’approvazione della Santa Sede del 1950, arrivando anche in Asia, Africa e Oceania.</p>
<p style="text-align: justify;">Josemaría Escrivá fu un gran oratore, si preoccupò instancabilmente della gioventù e riuscì ad accrescere l’influenza della sua congregazione apostolica nell’ordine sociale e religioso. Morì a Roma nel 1975 e fu beatificato da Giovanni Paolo II il 17 maggio del 1992. Il Santo Padre lo proclamò santo il 6 di ottobre del 2002.</p>

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