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	<title>pensieri &#8211; Monache Minime di Paola &#8211; Mora D&#039;Ebre</title>
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		<title>Le parole del Sacro Cuore ci giungono ancora&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jun 2023 20:08:48 +0000</pubDate>
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<div style="height:40px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="has-text-color wp-block-heading" style="color:#ff2b00">Attraverso suor Filomena Ferrer</h3>



<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-2 wp-block-columns-is-layout-flex">
<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<p>Immersa nella preghiera, contemplando il dolore del Cuore di Gesù, esclamò una notte suor Filomena:</p>



<p class="has-black-color has-text-color"><strong>«Signore e Dio mio! Chi vi ha posto su questa trave? Perché riceveste questi dardi che il peccatore lancia contro il vostro adorabile Cuore? E non vi sarà alcun’anima cristiana che si associ al vostro dolore, pianga con Voi e per Voi?»</strong></p>



<p>La domanda che la mistica spagnola si poneva l’animò non solo ad unirsi intimamente al dolore di Cristo ma a sacrificare la sua esistenza nel ricercare e formare <strong>apostoli per il Cuore di Gesù</strong>.<em> </em>Per Suor Filomena ciò voleva dire arruolare un esercito di anime pronte a trasmettere il Suo messaggio, la cui devozione è pegno sicuro di santità e di salvezza. <strong>Non si contentava, dunque, di convertire le anime alle quali parlava del Sacro Cuore, non si accontentava neanche di vederli a Lui consacrate, ma faceva di tutto perché anche essi diventassero ‘cercatori’, ‘conquistatori’</strong><a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>, insomma, apostoli del Sacro Cuore di Gesù. </p>
</div>



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<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-1 wp-block-columns-is-layout-flex">
<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:100%">
<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="788" height="1100" src="https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Sor-Filimena-788x1100.jpg" alt="" class="wp-image-33593" srcset="https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Sor-Filimena-788x1100.jpg 788w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Sor-Filimena-215x300.jpg 215w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Sor-Filimena-768x1073.jpg 768w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Sor-Filimena-600x838.jpg 600w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Sor-Filimena.jpg 852w" sizes="(max-width: 788px) 100vw, 788px" /><figcaption class="wp-element-caption"><br><em>Scultura il legno che rappresenta suor Filomena in contemplazione della croce: «Signore e Dio mio! Chi vi ha posto su questa trave? Perché riceveste questi dardi che il peccatore lancia contro il vostro adorabile Cuore?</em></figcaption></figure>
</div>
</div>
</div>
</div>



<p>La Venerabile sarà messaggera di questo Sacratissimo Cuore, si sentirà chiamata a trasmettere a tutti <strong>il desiderio vivissimo del Redentore che il suo amore sia corrisposto, soprattutto da certe anime generosamente capaci di supplire il gran numero di persone che siffatto amore non vogliono ricambiarlo</strong>.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="has-text-color wp-block-heading" style="color:#ff2b00">Un esercito di apostoli</h3>



<p>Per chi conosce la storia, saprà bene che <strong>la prima a ricevere la missione di messaggera e confidente del Cuore di Gesù fu suor Margherita Maria Alacoque, nella metà del 1600. </strong>Gesù, in diverse apparizioni, le aveva mostrato il Suo Divin Cuore avvolto in fiamme e crivellato di spine. Le fiamme sono l’immenso amore di Gesù per gli uomini, e le spine sono gli innumerevoli e gravi peccati con i quali gli uomini feriscono il Divin Cuore. Gesù chiese a Margherita di darle il suo amore e la sua fedeltà e che si offrisse come vittima di amore, di riparazione e di espiazione per i peccati degli uomini. <strong>Oltre duecento anni dopo, fu la giovane Filomena a svolgere l’eccelsa missione di richiamare l’Umanità a questa Fonte dolcissima d’Amore e di Salvezza.</strong></p>



<p><strong>C’è però una diversità abbastanza evidente nella missione delle due</strong>: S. Margherita ha avuto il compito di rivelare al mondo le richieste del Cuore di Cristo, ma soprattutto il suo Amore non corrisposto, offeso, oltraggiato e di invitare gli uomini alla riparazione; suor Filomena ebbe il compito di ribadire questo messaggio, di confermare la sua validità e attualità dopo due secoli dalle prime rivelazioni ma soprattutto quello di <strong>formare un esercito di Apostoli per il Cuore di Gesù: uomini e donne impegnati, non solo a riparare alle offese che continuano a ferire il Sacro Cuore, ma a cercare altri apostoli, altri cercatori di cuori</strong>, sentendo la responsabilità di una missione talmente grande e certamente decisiva nella battaglia contro le forze del male da continuare sino all’Avvento Ultimo di Cristo.</p>



<p class="has-black-color has-text-color">Suor Filomena difatti raccontò che trovandosi alla presenza del Santissimo Sacramento udì queste parole: <strong>«Chi mi darà cuori che mi amino e trattengano il mio braccio così giustamente adirato con i peccatori?»</strong> Ed ella, attraversata nel più intimo da queste parole, rispose:<strong> «Io ve li darò, Dio mio: per primo prendete il mio»</strong>.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="has-text-color wp-block-heading" style="color:#ff2b00">Amore, penitenza, elemosina</h3>



<p>Ecco cosa desidera Gesù: cuori che ricambino il Suo Amore, che adempiano a questo giusto dovere di riamare Dio, Creatore e Redentore dell’Umanità peccatrice; cuori che riparino alle offese arrecate al Cuore di Cristo dai peccatori, dagli increduli, dagli indifferenti al suo amore, dai cristiani tiepidi. &nbsp;<strong>Cosa deve fare dunque un’anima che generosamente vuole rispondere a questa chiamata?</strong> Lo spiega la stessa suor Filomena:</p>



<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-3 wp-block-columns-is-layout-flex">
<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow"><div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1100" height="825" src="https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/gerajuarez-1547079605894-cathopic-1100x825.jpg" alt="" class="wp-image-33588" srcset="https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/gerajuarez-1547079605894-cathopic-1100x825.jpg 1100w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/gerajuarez-1547079605894-cathopic-300x225.jpg 300w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/gerajuarez-1547079605894-cathopic-768x576.jpg 768w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/gerajuarez-1547079605894-cathopic-1536x1152.jpg 1536w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/gerajuarez-1547079605894-cathopic-2048x1536.jpg 2048w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/gerajuarez-1547079605894-cathopic-600x450.jpg 600w" sizes="(max-width: 1100px) 100vw, 1100px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Rappresentazione artistica del Cuore di Gesù ferito dai peccati degli uomini</em></figcaption></figure></div></div>



<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<p>«<strong>Chi ama molto Gesù, prima di tutto avrà zelo per i suoi interessi divini e per la sua gloria</strong>, facendo che essa risplenda, non solo nelle proprie azioni, anche in quelle del prossimo, <strong>e lavorerà perché si estenda la conoscenza e l’amore di Gesù Cristo la cui aspirazione suprema è che il suo Cuore divino regni nel cuore di tutti gli uomini</strong>. Chi ama veramente Gesù, prenderà anche come propri gli oltraggi e le offese che vengono rivolti contro il suo amante Cuore, perché si sa quanto è suscettibile il vero amore»<a href="https://www.minimepaola.it/wp-admin/post.php?post=33563&amp;action=edit#_ftn2"><strong>[2]</strong></a>.</p>
</div>
</div>



<p>In un altra sua relazione rivolto al direttore spirituale, spiegandogli quanto aveva promesso a Gesù scrisse:</p>



<p>«…la promessa che ho fatta al mio divino Salvatore, cioè, di <strong>cercare con grande sollecitudine di attrarre cuori verso l’amore di Gesù; e con amore, penitenze ed elemosine, trattengano la giusta indignazione del Signore</strong>; poiché mi sembra, Padre, che è tanto grande il pericolo che ci minaccia che, per non restare vittime di tante spaventose e fiere burrasche, è necessario prendere sul serio tutto quanto detto…» .</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="has-text-color wp-block-heading" style="color:#ff2b00">Siamo tutti richiesti dal Cuore di Gesù</h3>



<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-4 wp-block-columns-is-layout-flex">
<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<p>Facilmente si coglie la continuità del messaggio del Cuore di Gesù rivolto a suor Filomena con quello del Cuore Immacolato di Maria rivolto ai pastorelli di Fatima. <strong>Dio e la Madonna ci chiamano ad un Amore Crocifisso, che è l’unico vero amore, cioè che nulla chiede, che nulla tiene per sé ma tutto si dona, tutto si consegna. </strong>Nella pratica il cristiano è chiamato all’amore, alla penitenza, all’elemosina e questa chiamata ribadita da tanti mistici anche negli ultimi anni (si pensi a Natuzza Evolo, Madre Speranza di Gesù), continua a non essere ascoltata, a non essere compresa, in alcuni casi forse boicottata, perché parlare di penitenza oggi è più che mai scandaloso, com’è scandaloso parlare di Croce e per questo forse lo stesso messaggio della Misericordia di Dio viene svuotato nella sua essenza.</p>
</div>



<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow"><div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full"><img decoding="async" width="493" height="564" src="https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Suor-Filomena-Busto-Fratello.jpg" alt="" class="wp-image-33575" srcset="https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Suor-Filomena-Busto-Fratello.jpg 493w, https://www.minimepaola.it/wp-content/uploads/2023/06/Suor-Filomena-Busto-Fratello-262x300.jpg 262w" sizes="(max-width: 493px) 100vw, 493px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Busto realizzato dal fratello di suor Filomena, lo scultore Félix Ferrer, rapresentando l&#8217;immagine del Cuore di Gesù scolpita sul cuore di suor Filomena.</em></figcaption></figure></div></div>
</div>



<p>Eppure, suor Filomena con la forza delle sue parole, che stiamo cercando di rendere note, ci conferma che s<strong>iamo tutti richiesti dal Cuore di Gesù, tutti <em>convocati</em> <em>in questa sua squadra</em>, per giocare una partita che può cambiare in primo luogo la nostra vita e poi quella degli altri</strong>. La nostra vita perché la spoglierà di ogni egoismo, l’arricchirà di amore vero verso il Signore e verso i fratelli, perché <strong>le darà un senso che niente può annientare</strong>, neanche la malattia, neanche i fallimenti umani, anzi, <strong>rispondere a questa chiamata del Cuore di Gesù significa che il proprio dolore, le proprie sofferenze offerte a Lui acquistano una portata riparatrice inestimabile, una forza capace di ottenere grazie impensabili per la Chiesa, miracoli di conversione dei cuori più induriti.</strong> E ovviamente, può cambiare la vita degli altri, perché lì dove c’è morte con il nostro annuncio possiamo portare vita, dove c’è disperazione possiamo portare la speranza, perché possiamo testimoniare a quanti incontriamo che <strong>Dio vuole bruciare i nostri peccati nel fuoco ardente del Suo Amore, ma ha bisogno che questi peccati gli vengano consegnati</strong>; possiamo testimoniare che <strong>l’unico desiderio di Dio è perdonare e salvare l’uomo</strong>, non desiderando la condanna di nessuno, ma la redenzione. Questo messaggio di perdono, di amore, di salvezza, può riportare la pace nei cuori in guerra.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="has-text-color wp-block-heading" style="color:#ff2b00">Dobbiamo essere portatori di questo messaggio</h3>



<p>L’uomo di oggi deve capire che il peccato offende Dio, certamente lo addolora, ma soprattutto uccide chi lo compie! <strong>Senza accorgersene il peccatore si trova schiavo dei suoi vizi, incatenato nel male, imbruttito dal peccato, reso irriconoscibile persino a se stesso. Ma Dio vuole ridonargli la dignità persa, Dio vuole spalancargli il Suo Cuore e investirlo con quelle fiamme che purificano, riscaldano, ma che non bruciano.</strong> Dio è disposto a dimenticare le spine conficcate nel Suo Divino Cuore dal peccatore.</p>



<p>Dobbiamo essere portatori di questo messaggio e i primi ad incarnarlo perché, come diceva la Venerabile suor Filomena: «se vogliamo terminare il corso della vita pieni di amore, di tranquillità e di meriti, dobbiamo obbedire ai gemiti che (questo divin Cuore) ha, perché gli teniamo compagnia, nell’amara solitudine che soffre, facendo dei nostri cuori un completo sacrificio di immolazione».</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Cfr. <em>La Venerable Filomena Ferrer y el monasterio del Sagrado Corazón de Jesús en Móra d’Ebre</em>, Monasterio del Sagrado Corazón, cit., p. 20.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> <em>Manoscritto </em>del 2 aprile 1866.</p>
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		<title>* Martin Luther King</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2022 21:31:11 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE  BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Martin Luther King, l’uomo che aveva un sogno grande: l’abolizione della discriminazione raziale, nacque ad Atlanta, Georgia, il 15 gennaio 1929. Suo padre dopo aver esercitato umili mestieri era diventato assistente del pastore battista della Ebenezer Baptist Church e ne aveva sposato la figlia. La situazione economica della famiglia permise a Martin, sua sorella Christine e al piccolo, Alfred Daniel, di vivere dignitosamente. Alla morte del nonno suo padre subentrò nel ruolo di pastore. Durante l’infanzia non si rese conto della discriminazione raziale che lo attorniava ma, con l’inizio della scuola, le cose si fecero più chiare: i neri non andavano a scuola con i bianchi, né nei ristoranti o negozi se non vi era un’aria predisposta solo per loro; sugli autobus dovevano sedere agli ultimi posti e alzarsi per far sedere i bianchi in piedi. Mentre frequentava il Morehouse College, il liceo dei neri, sentì la chiamata del Signore e, nel 1947, giovanissimo fu consacrato pastore battista. Si iscrisse l’anno dopo all’Università di teologia in Pennsylvania. La vita al Nord era diversa, la gente viveva senza fare discriminazioni e Martin frequentava i corsi insieme a giovani bianchi e di colore. Era socievole e simpatico con un’intelligenza fuori della norma.  Un pomeriggio partecipò ad una conferenza sulla figura del Mahatma Gandhi e il metodo della nonviolenza gli parve il cammino da seguire anche per la lotta dei diritti dei neri negli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1951 si laureò a pieni voti e ottenne una Borsa di Studio che gli permise di proseguire i suoi studi e si trasferì all’Università di Boston ove frequentò Filosofia. Lì conobbe Coretta Scott che, nel 1953, divenne sua moglie e dalla quale ebbe quattro figli.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1954 accettò il suo primo incarico di Pastore nella chiesa battista di Montgomery desideroso di tornare al Sud dove i neri erano ancora emarginati. E qui organizzò il primo atto di <em>ribellione non violenta</em>: la causa fu l’ennesimo gesto di discriminazione ai danni di una donna di colore. Il 5 dicembre 1955 venne indetto il boicottaggio degli autobus: nessun uomo di colore vi salì in tutta la giornata e quella stessa sera nacque la MIA, Montgomery Improvement Association, la cui presidenza fu conferita al pastore King. L’associazione formulò alcune richieste riguardo al trattamento sugli autobus, minacciando il proseguimento della protesta. Poiché nulla di quanto richiesto fu accolto, il boicottaggio proseguì: per oltre un anno, sotto la pioggia, al freddo o con il caldo torrido, i neri si spostarono a piedi, o in bici, o attraverso le macchine comprate dalle parrocchie. Ci furono aggressioni da parte dei bianchi, furono lanciate bombe contro alcune chiese e contro casa King. Martin fu processato con l’accusa di aver organizzato il boicottaggio contrariamente a quanto stabilito dalla legge dello Stato dell’Alabama, ma la Corte Costituzionale degli Stati Uniti dichiarò incostituzionale tale legge e ci fu l’assoluzione. Inoltre, fu dichiarata illegale qualsiasi forma di segregazione negli autobus. Ciò diede più forza al movimento che si allargò in altre parti del Paese e Martin ne fu considerato il capo. Ormai si trattava di combattere contro ogni forma di discriminazione. Il pastore King si recava su e giù per l’America chiamato a fare discorsi, a tenere sermoni, nacque per sua iniziativa la SCLC. Southern Christian Leadership Conference.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1957 il Presidente Nixon decise di ascoltare le richieste della SCLC. ma non prese alcuna iniziativa. Il 1960 fu l’anno dei sit-in degli studenti per la desegregazione nelle tavole calde e nei ristoranti: agli studenti neri si univano anche alcuni bianchi. Questa nuova forma di protesta non violenta si espanse nelle città universitarie di tutto il Sud. Martin festeggiò questa iniziativa dei giovani e vi aderì. Ma la reazione delle autorità fu quella di arrestare i giovani e lo stesso pastore King, che rischiò sei mesi di lavori forzati. L’intervento del Senatore e Candidato alla Presidenza degli Stati Uniti, J.F. Kennedy, permise la sua scarcerazione. Kennedy vinse le elezioni e manifestò da subito la volontà di contribuire alla causa dei neri in America e presentò alla Casa Bianca un disegno di legge per i diritti civili, il Civil Rights Bill, ma non ne vide l’approvazione perché fu assassinato prima. Cominciarono le marce pacifiche in diverse città, contro le quali non mancarono reazioni violente anche delle autorità locali, oltre che da bianchi razzisti. Il 2 luglio 1964 il nuovo Presidente, Lyndon Johnson, firmò la legge che affermava il principio di uguaglianza di tutti i cittadini, il cui progetto era stato presentato da Kennedy.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 10 dicembre di quell’anno Martin Luther King ricevette il Premio Nobel per la Pace a soli 35 anni. Il 2 agosto 1965 fu approvata la legge sui diritti elettorali che impedì tutti i trucchi escogitati per evitare che i neri si iscrivessero alle liste. La lotta del dottor King continuò ancora qualche anno, l’ultimo atto fu quello della “Campagna dei poveri” con la quale abbracciò la causa di tutti i poveri e dimenticati d’America. Il 4 aprile 1968, però la vita del pastore King fu stroncata da un colpo d’arma da fuoco sparato da un killer appostato dinanzi al Motel di Memphis nel quale era alloggiato con i suoi collaboratori. Al suo funerale oltre 150.000 persone, la sua bara venne trasportata da un carro agricolo trainato da una coppia di muli, simbolo della povertà della gente per la quale aveva combattuto.</p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div>
</div>]]></content:encoded>
					
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		<title>* Thomas Merton</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 14:11:36 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nato a Prades nel 1915, nei Pirenei francesi da padre neozelandese e madre americana, entrambi pittori. A causa dello scoppio della Prima guerra mondiale, quando aveva ancora un anno, si traferì con tutta la famiglia vicino a New York, a casa dei nonni materni. Nel 1918 nacque suo fratello, John Paul, e subito dopo sua madre, Ruth, si ammalò di cancro allo stomaco. Quando nel 1921 Ruth morì, suo padre, Owen, decise di lasciare l’America trasferendosi prima alle Bermuda ove portò con sé anche Thomas, per poi tornare in Francia ma stavolta da solo. Thomas e John Paul restarono con i nonni materni in America. Il loro nonno materno, Pop, instillò in Thomas un acceso odio per i cattolici, sebbene la sua appartenenza alla Chiesa Anglicana non fosse particolarmente fervente. Nel 1925 fece ritorno in Francia con suo padre a St. Antonin. Iniziò la sua carriera liceale in Francia ma la terminò in Inghilterra ove si trasferì con Owen nel 1928. Nel 1931 sopravvenne la morte improvvisa del padre, anche lui malatosi, però al cervello. Thomas si trovò solo ma, dopo alcuni mesi di depressione, si accorse di non avere più alcun legame che gli impedisse di condurre la sua vita ove gli piacesse. Nonostante una grande grazia mistica, ricevuta durante un viaggio a Roma nel 1933, che gli fece iniziare a maturare l&#8217;idea di convertirsi dall&#8217;anglicanesimo al cattolicesimo, Thomas cominciò il suo cammino come studente al Clare College di Cambridge totalmente indifferente a tutto ciò che sapesse di religione e presto fu immerso in quella che definì la “buia e sinistra atmosfera di Cambridge”. Si iscrisse a Lingue e Letterature straniere, ma il suo comportamento ribelle, la sua vita dissoluta lo portarono ad abbandonare Cambridge nel ’34 e a terminare la sua carriera negli Stati Uniti.  In quegli anni di studi la sua dipendenza da piaceri, che in verità lo disgustavano, il vuoto morale, affettivo, spirituale nel quale era piombato lo trascinarono fino al fondo, ma fu da quella sconfitta che germinò la sua salvezza. Comprese infatti di aver bisogno di Dio! Partecipò alla prima Messa della sua vita nel 1938, prese a leggere molti libri cattolici e si sentì sempre più convinto della solidità della dottrina cattolica e più la sua esperienza si approfondiva più nella sua mente appariva un’idea pressante, quella di voler essere sacerdote. In questo periodo così importante un punto di riferimento divenne il professore Daniel Walsh il quale alla Columbia insegnava San Tommaso e Duns Scoto. L’amicizia di quest’uomo buono e dotto gli furono preziosissimi nella preparazione al grande passo di diventare cattolico, infatti, il 16 novembre 1938, Thomas viene accolto nella Chiesa cattolica ricevendo il Battesimo e la Prima Comunione.</p>
<p style="text-align: justify;">Conseguita finalmente la laurea, per qualche anno si dedicò all&#8217;insegnamento della letteratura inglese presso la Columbia University e poi presso la Saint Bonaventure University di Allegany, gestita dai frati francescani. Ma nella sua mente ormai era chiaro il pensiero di voler essere sacerdote. Pensò inizialmente di entrare tra i francescani, le ragioni erano molto umane: riteneva di poter seguire la loro Regola senza troppe difficoltà e si sentiva attratto dalla vita di insegnamento e di studio che l’Ordine offriva ma quando si stava avvicinando il fatidico momento dell’ingresso al noviziato pensò di dover parlare con il Padre Maestro del suo passato e i dubbi che nella sua mente si stavano affollando. La scoperta di avere dinanzi a sé un convertito recente, con un passato molto agitato, pose un freno al Padre Maestro che lo invitò a riesaminare la sua domanda di ammissione al noviziato. Era un modo gentile per invitarlo a tirarsi indietro. Uscì dal colloquio con il Padre Maestro sconvolto e come se non bastasse entrando per confessarsi in una chiesa dei Cappuccini, incappò in un frate che lo scacciò malamente dicendogli di dimenticarsi tanto la storia della vita religiosa quanto quella del sacerdozio. Il mondo gli era crollato in un’istante. Ma il Signore che ferisce e risana, sapeva dove voleva portarlo. L’anno 1941, chiese e ottenne di poter fare un ritiro, durante la Settimana Santa, nel monastero Trappista di Nostra Signora del Getsemani nel Kentucky. La vita trappista lo folgorò. Durante quei giorni sentì fortissima l’attrazione verso un’esistenza fatta di solitudine e di silenzio, di totale oblio di sé. Uscì da quel ritiro pieno di domande. Passò del tempo, la sua attrazione divenne convinzione, lasciò la sua carriera di professore tra lo stupore dei colleghi, diede tutto quanto aveva in possesso e fece ingresso nel monastero di Nostra Signora del Getsemani, era il 10 dicembre del 1941. Il 19 marzo 1944 emise la sua prima professione religiosa, assumendo il nome di Louis; il 19 marzo 1947 pronunciò i voti solenni, diventando monaco; nel frattempo si dedicò agli studi teologici e il 26 maggio 1949 venne ordinato sacerdote. A ben vedere, l’itinerario spirituale di Thomas Merton, proprio come il viaggio dantesco cui si rifà il titolo della sua autobiografia e opera più famosa, <em>La montagna dalle sette balze</em>, conosce intoppi, soste, tonfi, momenti di disperazione, ma si conclude con la conquista di una nuova consapevolezza di vita e di pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;">Fra Louis simpatizzò con fenomeni moderni come il movimento pacifista, il movimento per i diritti civili e il rinascimento liturgico Fu amico di Giovanni XXIII. Scrisse opere spirituali che chiamarono l’attenzione di una grande vastità di pubblico non solo cattolico. Durante la guerra del Vietnam, maturò un profondo interesse per il monachesimo buddista e nel 1968 intraprese un lungo viaggio in oriente, incontrando anche il XIV Dalai Lama che per lui ebbe modo di manifestare profonda stima; durante questo viaggio però trovò la morte, folgorato a causa di un ventilatore difettoso, sebbene ci sia chi, ancora oggi sospetti che non si sia trattato di un semplice incidente, ma queste restano mere ipotesi che non hanno trovato per ora alcuna conferma, certo è che la morte di Thomas Merton colpì tutto il mondo religioso, non solo cristiano. Un grande mistico del nostro tempo, un uomo capace di dialogare con tutti, creando ponti, abbattendo muri, un maestro spirituale che ci fa sentire forte la mancanza di persone come lui nel nostro tempo!</p>

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		<title>* Francesco Saverio</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Dec 2021 14:07:52 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Francesco nacque in una delle famiglie più illustri e potenti della Navarra, i Saverio, il 7 aprile del 1506, vicino Pamplona. Giovanni, suo padre, era amministratore delle finanze, alcalde della corte e presidente del consiglio reale, che rappresentava la più alta autorità di Navarra. Fedelissimo al re ne aveva conquistato piena fiducia ottenendo gli incarichi che ricopriva. Sposò Donna Maria de Azpilcueta, il cui albero genealogico risaliva ai tempi di Carlo Magno. Nobili entrambi ma non solo di sangue, specialmente di cuore, educarono i loro figli ad una profonda pietà. Ne ebbero cinque: Maddalena che entrò tra le Clarisse di Gandia ove si guadagnò fama di santità; Anna che si sposò; Michele e Giovanni che scelsero la carriera delle armi e infine il nostro Francesco. L’ultimo dei Saverio, occhi neri e capigliatura ricciuta, era il cocco di casa.</p>
<p style="text-align: justify;">La vita serena e agiata della famiglia subì un crollo devastante quando papà Giovanni morì il 15 ottobre 1515, anno in cui Navarra perdeva la sua libertà e indipendenza divenendo provincia della Spagna. Iniziarono in quel tempo i moti dei ribelli navarrini tra le cui file vi erano Giovanni e Michele Saverio i quali, per anni, furono costretti a stare lontano dalla Patria, rifugiati nell’alleata Francia. Ci volle il 1524 perché i Saverio si potessero ritrovare, ottenuta dall’imperatore spagnolo piena amnistia e restituzione dei beni sottratti.</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario dei due fratelli maggiori, il giovane Francesco non provava alcun’attrazione per le armi, voleva piuttosto intraprendere la carriera degli studi. Così nel 1525 partì per Parigi, ove frequentò il Collegio di santa Barbara. Studioso, intelligente, volenteroso, ebbe in principio amicizie piuttosto sbagliate, sino a che non arrivò come suo compagno di stanza Pietro Fabro, un ragazzo di umili origini, buono e con la mente rivolta alle cose di Dio. Francesco che non amava le sue ‘stranezze pietose’, imparò presto però ad apprezzarne i buoni esempi. Ma la svolta della sua vita avvenne nel 1529, con l’arrivo al Collegio di un trentasettenne zoppicante, ex capitano della Guipúzcoa che aveva combattuto contro i fratelli di Francesco, il cui nome era Ignazio di Loyola, per i studenti di latino di Santa Barbara <em>il nonno.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ignazio non piaceva a Francesco a causa del suo predicare il disprezzo del mondo, mentre Pietro si sentì subito attirato e conquistato dai pensieri del vecchio capitano spagnolo. Fu una <em>creta dura da lavorare </em>quella del giovane Saverio, ma alla fine il Loyola lo conquistò alla sua causa <em>a colpi di</em>: «Francesco, a che giova ad un uomo guadagnare il mondo intero se perde l’anima sua?» Nel 1533 Francesco era ormai con il Fabro un discepolo di Ignazio. I tre si unirono l’anno successivo con il fine di fondare la Compagnia di Gesù. Nel 1537 fu ordinato sacerdote e diventò il primo segretario della Compagnia. Fremente dal desiderio di portare il Vangelo a chi non lo aveva ancora conosciuto, Francesco partì missionario nell’India portoghese, nel 1542. Dopo aver predicato per cinque mesi e con gran successo a Goa, si inoltrò verso quella che attualmente è chiamata Sri Lanka, ove convertì folle intere. Nel 1545 andò a Malacca e l’anno successivo cominciarono i suoi viaggi per le isole dell’arcipelago malese ove fondò numerose comunità cristiane. Di ritorno a Malacca, nel 1547, le informazioni di un esiliato giapponese lo animarono a partire per il Giappone, con il desiderio di introdurre anche lì il cristianesimo. Partì da Goa insieme con detto esule, un sacerdote gesuita ed un frate converso, e sbarcò a Kagoshima nel 1549. Non fu impresa semplice però quando nel 1551 partì dal Giappone lasciava con soddisfazione una fiorente comunità cristiana. Non soddisfatto, con l’ansia di portare Cristo ad ogni uomo prese a programmare una missione in Cina. La missione però era ancora più difficile di quella del Giappone a causa dell’ostilità del governo cinese verso gli stranieri, chi voleva entrare rischiava per giunta la pena capitale. Riuscì comunque a programmare il viaggio con l’aiuto della diplomazia portoghese ma a Malacca l&#8217;ammiraglio in carica, irritato di non essere stato scelto lui come ambasciatore, mandò a monte l’impresa e denunciò il Santo come falsificatore di bolle papali e imperiali. Nonostante tutto, Francesco non si fermò, riuscì a giungere, il 17 aprile 1552, all&#8217;isola di Sanciano con un servo cinese convertito, Antonio di Santa Fe e con l’energia di sempre, pur essendo ormai debilitato dalle tante ed eroiche fatiche, decise di proseguire il viaggio, ma non arrivò mai in Cina: si ammalò di polmonite e privo com&#8217;era di ogni cura morì in una capanna il 3 dicembre 1552. Le sue spoglie riposano a Goa nella chiesa del Buon Gesù. Fu canonizzato nel 1622 e dichiarato patrono d’Oriente nel 1748, patrono della fede nel 1904 e nel 1927, insieme alla claustrale francese, Santa Teresa del Bambino Gesù, patrono di tutte le missioni.</p>

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		<title>* Pino Puglisi</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2021 14:38:16 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE  BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Giuseppe Puglisi, un sacerdote dal volto buono, con uno sguardo pulito e un cuore umile, un prete che in nome del Vangelo si è prodigato nella sua Palermo a cercare di strappare i giovani dalle grinfie dei mafiosi, a ridare speranza alla gente ormai succube dei <em>picciotti </em>siciliani, rintanata in un rassegnato atteggiamento omertoso.</p>
<p style="text-align: justify;">Giuseppe nasce nella zona più povera di Brancaccio, nella periferia Palermitana: gli “Stati Uniti”, l’anno 1937. Proveniva da una famiglia umilissima, il padre, Carmelo, era fabbricante di scarpe e sua madre Giuseppina aiutava la famiglia compiendo in casa alcuni lavori di sartoria, sebbene la sua primaria attività fosse crescere Giuseppe e i suoi fratelli, Gaetano e Francesco. I coniugi Puglisi avevano avuto anche un altro figlio, Nicola, ma morì a soli quindici anni. Giuseppe entrò in seminario l’anno 1953: come lui stesso raccontò, ciò che lo spinse ad entrarvi fu una spontanea apertura verso gli altri, ma ancora il vero incontro con Cristo doveva avvenire. Fu grazie alle lezioni del suo professore, Mons. Arena, che cominciò ad amare la Parola di Dio, facendo di essa il centro della sua vita. Nel 1960 il 2 luglio venne ordinato sacerdote dal vescovo Ernesto Ruffini. Don Giuseppe, o più familiarmente don Pino, era un uomo semplice, ma non un sempliciotto, che fondò la sua pastorale su una profonda vita interiore e di preghiera e lo studio della Sacra Scrittura. Chi entrava nella sua casa vi scopriva una grande essenzialità o, per meglio dire, povertà, ma accanto a questa povertà si trovava la ricchezza intellettuale che era manifestata dalla quantità sorprendente di libri che ricoprivano i mobili, il letto e persino il pavimento. Negli anni ’60, conobbe Lia Cerrito e il suo movimento ecclesiale, Crociata del Vangelo. Lia, insieme ad Agostina Aiello, con la quale lavorerà al centro sociale in via Decollati, e suor Carolina Iavazzo, che lo sosterrà nella sua avventura a Brancaccio, saranno le figure femminili che accompagneranno don Pino nella sua avventura apostolica. Don Pino, ricoprì diversi incarichi nella sua diocesi, ma si distinse in modo particolare quale ricostruttore di speranza, lì dove la mafia sembrava averne ormai bruciato ogni traccia, 3P, come era soprannominato don Pino, riusciva a far risvegliare attesa e fiducia. Un esempio fu la realtà di Godrano ove ricoprì l’incarico di Parroco dal 1970 al 1978: in questo piccolo paese in provincia di Palermo segnato da una sanguinosa faida, Puglisi riuscì a riconciliare le famiglie dilaniate dalla violenza e dal rancore, con la forza del perdono. Nelle sue attività 3P coinvolgeva i parrocchiani, li animava e incoraggiava a cambiare loro stessi ciò che vedevano di sbagliato, lo stesso faceva con i giovani che sempre gli gironzolavano intorno. Nel 1978 fu nominato pro-rettore del Seminario minore di Palermo e l&#8217;anno seguente fu scelto come direttore del Centro Diocesano Vocazioni. A conferma del suo ascendente sui giovani, nel 1980 venne nominato vice delegato regionale del Centro vocazioni, per divenire poi dal 1986 direttore del Centro Regionale Vocazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1990 tornò a Brancaccio, la sua zona, nominato Parroco di San Gaetano ed è qui che nasce il Centro di Accoglienza “Padre Nostro”, l’ultimo sogno di 3P che potrà realizzare anche grazie all’aiuto delle Suore Sorelle dei Poveri di Santa Caterina da Siena. Il Centro doveva rappresentare l’alternativa alla criminalità in un quartiere che non proponeva altro. Don Pino fu affiancato anche dagli universitari cattolici della FUCI, da alcuni liceali che si misero a disposizione, ad esempio, per insegnare ai bambini del quartiere, che parlavano solo il dialetto, l’italiano. Don Pino con la sua opera si opponeva al reclutamento dei giovani nella manovalanza mafiosa e questo fu sicuramente tra i motivi principali che gli costarono la vita. Nel cuore dell’egemonia mafiosa insorse la pacifica rivolta del Vangelo! Già da tempo, difatti, sentiva che la sua fine si stava avvicinando, per questo preferiva girare da solo: non voleva che altri fossero colpiti con lui. La sera del suo 56esimo compleanno, 15 settembre 1993, fu assassinato con un colpo di pistola alla nuca. Perché Cosa nostra impegnò cinque dei suoi migliori uomini per uccidere un prete disarmato e pacifico? Per manifestare la propria forza, ribadire il suo dominio ed uccidere con lui la speranza. Ma la testimonianza di questo umile sacerdote continua a spingere tanti altri, laici religiosi e sacerdoti, a continuare la lotta alla mafia, a credere che sia possibile costruire una Palermo, anzi una Sicilia nuova! Don Pino Puglisi è stato beatificato il 23 maggio 2013.</p>

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		<title>* Michel Quoist</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Oct 2021 20:36:09 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE  BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Michel Quoist nasce il 18 giugno 1921 a Le Havre, Francia, dipartimento della Senna Marittima. Sua madre era donna di grande fede, cattolica fervente e, nonostante avesse sposato un uomo ateo, educò i suoi figli cristianamente. La morte improvvisa del padre costrinse Michel a cominciare a lavorare come fattorino avendo solo dodici anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando, nel maggio del 1936, esplose in Francia un&#8217;enorme ondata di scioperi operai spontanei, il giovane Quoist si schierò dalla parte dei lavoratori appoggiandone apertamente le rivendicazioni. Gli scioperanti manifestavano contro l&#8217;aggravamento dello sfruttamento provocato dalla crisi economica e dallo sviluppo dell&#8217;economia di guerra e Michel che credeva nella giustizia e nel rispetto della dignità di ogni uomo, si sentì nel dovere di fare la sua parte, pur piccola che fosse.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1938, partecipando come barelliere ad un pellegrinaggio organizzato dalla diocesi a Lourdes, conobbe un sacerdote del quale Dio si servì per rivelargli la vocazione che dall’eternità aveva pensato per lui: quella sacerdotale. Per questo a diciott&#8217;anni entrò nel seminario vicino a Meaux, per poi passare a Rouen. A pochi mesi dal suddiaconato però, un’improvvisa cecità lo colpì. Furono inutili i controlli fatti in vari ospedali e sebbene la mancanza della vista non fosse totale, era ad uno stadio tale da non permettergli di proseguire il suo cammino verso il sacerdozio. Ma, quando ritenne che tutto fosse perduto, improvvisamente ricominciò a vedere. Poté realizzare così il desiderio che Dio aveva posto nel suo cuore nove anni prima, nel pellegrinaggio alla grotta di Massabielle e fu ordinato sacerdote nel 1947.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo gli studi di teologia Michel volle continuare gli studi in scienze sociali e politiche nell&#8217;Istituto Cattolico di Parigi, dove conseguì il dottorato con una tesi su un quartiere popolare di Rouen dal titolo <em>La città e l&#8217;uomo</em>, poi pubblicata. Quindi divenne vicario d&#8217;una numerosa parrocchia di Le Havre e coordinatore e animatore dei movimenti giovanili della sua regione. In particolare, fu dirigente della JOC: Jeunesse Ouvrière Catholique, ossia la Gioventù Operaia Cattolica, associazione di giovani lavoratori e delle realtà popolari che svolge un&#8217;attività formativa, educativa e di evangelizzazione con e per i giovani stessi. Diciamo che i suoi interessi passati e quelli del presente si erano incontrati! Imparò in questo ambiente a conoscere sempre meglio i problemi, le ansie, ma anche i desideri e i sogni dei giovani del suo tempo, che forse erano quelli dei giovani di ogni tempo e che dunque erano stati anche i suoi. Aiutò i ragazzi che incontrava sul suo cammino a scoprire in Cristo la meta della loro ricerca. Presto, attraverso i libri, trovò un modo per raggiungere uomini e donne di ogni età e di ogni nazione e cominciò una fortunata produzione letteraria; tra le sue opere più note ricordiamo: <em>Riuscire</em>, <em>Cristo è vivo, Appuntamento con Cristo, Dieci minuti con Dio</em>, <em>A cuore aperto, Parlami d’amore e Cammino di preghiera</em>. Nel romanzo<em> Parlami d’amore</em> Michel racconta una storia che ha per protagonisti un ragazzo ed un Saggio, storia ideata al fine di aiutare i giovani (e meno giovani) a cercare l’Amore con la A maiuscola, a non lasciarsi travolgere da esperienze che feriscono se stessi e gli altri, che troppe volte risultano deludenti. Michel Quoist, con questo romanzo mostra la capacità di saper parlare ai giovani, di saper entrare in contatto con il loro mondo, mostra che la sua esperienza lunga e coinvolgente con i vari gruppi giovanili della sua regione, gli hanno fornito un bagaglio tale da poter essere considerato un vero Padre nello Spirito.</p>
<p style="text-align: justify;">Instancabile nell&#8217;ambito delle missioni all&#8217;estero fece istituire un comitato vescovile per l&#8217;America Latina, mettendosi egli stesso a viaggiare per conferenze, ritiri, esercizi spirituali, corsi di formazione e a scrivere libri di meditazione e spiritualità che riscossero un largo successo internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 1970 al 1976 fu curato di Sainte Marie e Saint Léon; nel 1971 aprì a Saint Cyrice nell&#8217;Aveyron un centro di accoglienza per giovani e adulti e nel 1976 proprio per la sua capacità, largamente riconosciuta, di saper parlare ai ragazzi, ma soprattutto di saper comprendere i loro cuori, fu nominato  responsabile delle vocazioni diocesane, svolgendo vari incarichi pastorali. Nel 1988, la sua abilità comunicativa gli ottenne di diventare direttore della radio diocesana di Le Havre, denominata «Arc en Ciel». Si ammalò di cancro al pancreas nel 1996 e fu questo il male che lo portò alla morte nel giro di un anno, difatti, il 19 dicembre del 1997, Michel si spense nella città nella quale era venuto alla luce.</p>

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		<title>* Giacomo Alberione</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Sep 2021 20:42:15 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE  BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Giacomo nacque a San Lorenzo di Fossano, provincia di Cuneo il 4 aprile 1884 in una famiglia modesta e molto cristiana. La sua vocazione fu particolarmente precoce, già in prima elementare, alla maestra che gli domandava cosa desiderasse fare da grande, il piccolo Giacomo rispose che avrebbe fatto il prete. Difatti, a soli dodici anni, il 25 ottobre 1896, lasciò i suoi per entrare nel seminario di Bra ove vi rimase per quattro anni. Nella primavera del 1900 tornò in famiglia trascorrendo sei mesi tra preghiera e lavoro nei campi per poi ripartire alle volte del seminario di Alba. Nella notte tra il 31 dicembre 1900 e il 1° gennaio 1901, il giovanissimo Giacomo, durante l’adorazione eucaristica ebbe l’intuizione di un cammino del quale doveva essere iniziatore, un cammino nuovo, voluto da Dio non solo per lui ma per altri che lo avrebbero seguito. Il sedicenne Alberione intuì che si doveva dare al Vangelo la possibilità di arrivare sempre a più persone, di oltrepassare le mura della Parrocchia, giungere in un modo o nell’altro alle orecchie di tutti, anche a quelle più sorde e che per fare questo bisognava fornire alla Chiesa nuovi mezzi, approfittare delle nuove forme di comunicazione. Come disse il Papa San Paolo VI: «Don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovi messi per dare vigore ed ampiezza al suo apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità della missione nel mondo moderno e con i mezzi moderni». Anticipando il pensiero del Concilio Vaticano II, il giovane Giacomo aveva già intuito che gli strumenti di comunicazione sociale possono essere per la Chiesa un ottimo aiuto al servizio dell’apostolato, poiché il Vangelo è una buona notizia, però una notizia va annunciata perché sia conosciuta. Anche la televisione, i giornali, oggi diremmo i social possono diventare pulpiti dai quali lanciare il messaggio evangelico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, quell’intuizione dinanzi al Santissimo doveva restare tale per molto tempo prima di poter diventare una realtà: c’era un largo percorso da portare avanti fatto di studi, di discernimento, di preghiera, di lavorio nella vita spirituale, bisognava dare tempo al tempo e lasciar maturare quell’illuminazione folgorante con semplicità e fiducia in Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1907 il 29 giugno vi fu la sua ordinazione sacerdotale e il 9 aprile dell’anno successivo il traguardo della laurea in teologia. Trascorse i primi anni di sacerdozio dedicandosi ai suoi fedeli, non mettendo mai da parte l’ispirazione avuta e il 20 agosto 1914, sempre ad Alba aprì la Scuola Tipografica Piccolo Operaio, che costituì il germe della futura Congregazione la cui intuizione aveva coltivato nel tempo con perseveranza. Nel 1915 nasce il ramo femminile: le Figlie di San Paolo. Don Giacomo, silenzioso, attento ai segni dei tempi, raccolto nei suoi pensieri che pone innanzi al Signore nella preghiera prima di trasformarli in opera, finalmente, il 5 ottobre 1921 vide la costituzione della Pia Società San Paolo, che il 12 marzo 1927 divenne società religiosa di diritto diocesano. Il giorno successivo a questo evento così importante don Giacomo emise la sua professione religiosa prendendo il nome di Giuseppe.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra il 1915 e il 1960, fondò quattro congregazioni femminili e diversi istituti secolari. Sosteneva che bisogna “portare Cristo oggi con i mezzi di oggi” e che questa è la vocazione della sua famiglia religiosa, la quale trova nella figura di San Paolo la propria ispirazione. Per don Giacomo, infatti, Paolo di Tarso fu il primo comunicatore sociale ad utilizzare lo strumento mediatico del tempo: le lettere. Proprio ad un intervento miracoloso di San Paolo, don Alberione, attribuì la sua guarigione del 1923, da una malattia inaspettata che sembrava averne compromesso irrimediabilmente la salute.</p>
<p style="text-align: justify;">Don Giacomo morì a Roma ove si era trasferito nel 1936. Chiuse gli occhi a questo mondo il 26 novembre 1971, pochi giorni prima aveva ricevuto, nella casa Generalizia dell’Istituto, l’inattesa e confortante visita di Papa Montini il quale lo aveva definito: <em>meraviglia della nostra epoca.</em></p>
<p style="text-align: justify;">È stato il Santo Padre Giovanni Paolo II nel 2003 a proclamarlo Beato.</p>

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		<title>* Charles de Foucauld</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Aug 2021 13:42:39 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE  BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La famiglia de Foucauld apparteneva alla nobiltà francese, la madre, Élizabeth aristocratica della lorena, sposò nel 1855 Édouard de Foucald de Pontbriand, ispettore forestale. Il loro primo figlio, Charles, morì dopo solo un mese di vita. Il loro secondo figlio, che chiamarono Charles Eugène, nacque a Strasburgo il 15 settembre 1858 nella casa di famiglia. Nel 1861 nacque la seconda figlia, Marie-Inès-Rodolphine. I bambini furono presto educati nella fede cristiana dalla mamma che purtroppo morì il 13 marzo 1864 in conseguenza di un aborto spontaneo. Il marito Édouard morì il 9 agosto dello stesso anno dopo essersi ammalato di nevrastenia. Charles e Marie furono affidati ai nonni materni. Durante l’anno 1868 Charles cominciò a manifestare un temperamento instabile e un carattere aggressivo e introverso e nell&#8217;estate si trasferì dalla zia, Inès Moitessier. Il 28 aprile 1872 ricevette la prima comunione e la Cresima ma dalla fine del 1873 cominciò progressivamente ad allontanarsi dalla fede fino a diventare agnostico. Diplomatosi con buoni voti si trasferì poi a Parigi e frequentò una scuola gestita dai gesuiti dalla quale venne espulso per pigrizia e indisciplina. Nel giugno 1876 entrò nell’accademia militare di Saint-Cyr e compiuti i diciotto anni, cominciò a godere anche dell’eredità che gli era stata assegnata, cosa che non fece che peggiorare la sua condotta di vita, sempre più disordinata: lo chamavano il “festaiolo letterato”. Nel 1880 divenne effettivo del 4º reggimento degli ussari a Pont-à-Mousson. Questo fu il periodo di maggiore dissolutezza e perversione. Sua zia, Inès Moitessier, preoccupata dell’incapacità di Charles di gestire il suo patrimonio, lo fece interdire. Nel febbraio 1881 fu temporaneamente sospeso dall&#8217;esercito per indisciplina. Dopo aver saputo che il suo reggimento combatteva in Tunisia, chiese di essere reintegrato nell&#8217;esercito. La campagna militare segnò la fine della sua vita dissoluta. Sempre in quel periodo maturò il progetto di un viaggio in Oriente. Dopo aver chiesto un congedo che gli fu rifiutato si dimise dall&#8217;esercito. Si trasferì ad Algeri nel maggio 1882 ove l&#8217;incontro con Oscar Mac Carthy, curatore della biblioteca di Algeri e geografo, gli fece decidere di esplorare il Marocco. Questo viaggio, che fece tra il giugno 1883 e il maggio 1884 e l&#8217;enorme quantità di informazioni riportate, gli valsero il 9 gennaio 1885 la medaglia d&#8217;oro da parte della &#8220;Società geografica di Parigi&#8221;. Ritornò stabilmente in Francia nel 1886 e si riavvicinò alla fede. Incominciò a frequentare la parrocchia di Saint Augustin dove celebrava l&#8217;abbé Huvelin che divenne il suo direttore spirituale. Charles sentì immediatamente di voler abbracciare la vita religiosa desideroso di «imitare la vita nascosta dell&#8217;umile e povero operaio di Nazareth». Il 19 agosto 1888 visitò la Trappa di Fontgombault e fu attratto dalla povertà radicale dell&#8217;ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">Decise dunque di entrare nella Trappa di Notre-Dame des neiges: era il 16 gennaio 1889. Pur essendosi adattato molto presto alla vita di povertà, di silenzio, di lavoro e di preghiera del monastero, divenendo modello dei monaci per la condotta di vita santa, maturò il desiderio di vivere maggiormente la povertà e il dono di sé in una vita eremitica e dopo diversi rifiuti, ottenne dall&#8217;abate Generale dei Trappisti, che era convinto della sua personale e particolare vocazione, la dispensa dai voti il 23 gennaio 1897. Così poté partire verso la Terra Santa. Giunto a Nazareth chiese alle clarisse del posto di poter lavorare come giardiniere in cambio di un po&#8217; di pane e di una capanna dove poter dormire. Questo periodo fu quello spiritualmente più ricco e che pose i fondamenti del suo ideale religioso. Così concepì la sua vocazione: «Gridare il Vangelo sui tetti, non con le parole ma con la vita». Rientrò in Francia per prepararsi per il sacerdozio. Fu ordinato presbitero nel Seminario Maggiore di Viviers il 9 giugno 1901. Nel mese di ottobre di quello stesso anno si stabilì a Béni-Abbés. Nel suo cuore c’era il progetto di evangelizzare le zone dei tuareg. Tra il 1904 e il 1905 affiancandosi a delle colonne di militari che erano in viaggio nel deserto, iniziò a prendere contatto con persone del Sahara del centro e del sud e in quest&#8217;occasione iniziò ad apprendere il tamachek, la lingua dei tuareg e a tradurre il Vangelo in quella lingua. Nel 1905 decise di trascorrere ogni anno tre mesi a Béni-Abbés, sei mesi a Tamanrasset e di utilizzare gli altri tre mesi nei viaggi per spostarsi tra le due località.I Tuareg iniziarono ad avere una venerazione per &#8220;Fratel Carlo di Gesù&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel gennaio 1909 ottenne dalla Santa Sede l&#8217;autorizzazione a celebrare la Messa senza assistente. Lavorava fino a undici ore al giorno per i suoi studi sulle lingue che lo assorbirono fino alla fine della vita. Lavorò alla redazione di un glossario che diventò piano piano un monumentale dizionario tuareg-francese.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1909, ritornò in Francia per tre settimane durate le quali ottenne l’approvazione degli statuti da  lui elaborati per l'&#8221;Unione dei Fratelli e delle Sorelle del Sacro Cuore&#8221;, pia unione per l&#8217;evangelizzazione delle colonie. Fu in quell’anno che iniziò a organizzare la &#8220;Confraternita apostolica dei Fratelli e delle Sorelle del Sacro Cuore di Gesù&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1916 le razzie che partivano dal Marocco spagnolo si facevano sempre più numerose per cui Frére Charles fece costruire un fortino per dare alla popolazione di Tamanrasset un rifugio in caso di attacco. Nel giugno i suoi vicini Tuareg gli consigliarono di stabilirvisi. Tuttavia il pericolo non veniva dal Marocco. Una gran parte della popolazione del Sahel e del Sahara, infatti, si stava sollevando contro l&#8217;occupazione francese su iniziativa dei gruppi senussi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 1º dicembre 1916 il fortino fu investito da una razzia dei senussi e Frère Charles fu assassinato. Morì col desiderio insoddisfatto di condividere la sua vita al servizio dei tuareg con qualche altro fratello. In Francia c&#8217;erano solo 49 iscritti all'&#8221;Unione dei Fratelli e Sorelle del Sacro Cuore di Gesù&#8221; che egli era riuscito a fare approvare dalle autorità religiose. Difatti, le congregazioni religiose e i gruppi che si ispirano agli scritti di Charles de Foucald nacquero a partire dal 1933 grazie alla conoscenza che si ebbe della vita di de Foucauld attraverso la biografia scritta da René Bazin.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il 24 aprile 2001, Giovanni Paolo II dichiarò Venerabile il Servo di Dio Charles de Foucauld e il 13 novembre 2005 venne dichiarato Beato da papa Benedetto XVI.</p>

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		<title>* Mahatma Gāndhī</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Aug 2021 15:20:31 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: center;"><strong>NOTE  BIOGRAFICHE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*  *  *</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mohāndās Karamchand Gāndhī</strong> comunemente noto con l&#8217;appellativo onorifico di Mahatma letteralmente &#8220;grande anima&#8221;, nacque, il 2 ottobre 1869, a Porbandar, città situata a metà strada tra Bombay e Karachi. Il padre, Karamchand Uttamchand Gandhi, era il primo ministro dello Stato di Porbandar: da ben cinque generazioni i Gandhi servivano i rajah di quel regno; sua madre, Putlibai, era una pia indù dedita alla cura della famiglia. Mohandas era l’ultimo di quattro figli, il più timido. Nel 1882, i genitori gli presentarono Kasturbai, sua promessa sposa dall’età di 5 anni. I due si dovettero sposare, pur essendo entrambi tredicenni.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando nel 1885 morì Karamchand, lasciò la famiglia sull’astrico, perciò il giovane Mohandas partì per Londra al fine di frequentare la facoltà di Legge e tornare a casa per esercitare la professione di avvocato. Pur sforzandosi di adattarsi allo stile londinese non vi riuscì. E quando dopo due anni e otto mesi concluse i suoi corsi, si iscrisse all’Alta Corte e senza attendere si imbarcò per Bombay. A casa lo aspettavano sua moglie e il suo figlio primogenito Harital che già aveva quattro anni (avrà altri tre figli).. Aprì uno studio legale, ma aveva serie difficoltà a parlare in pubblico. La timidezza lo pregiudicò a tal punto da non avere clienti, fino a che una ditta musulmana di Portbandar gli propose di andare un anno in Sudafrica a sbrigare delle pratiche legali, offerta che accettò. Questo evento fu ciò che cambiò radicalmente la storia di Mohāndās e con la sua quella dell’India e non solo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sin dal suo arrivo a Durban, nel 1893, fece amara esperienza dell&#8217;apartheid e della conseguente intolleranza, del razzismo, dei pregiudizi che gli indiani pativano in Sudafrica. Il timido Gandhi sentì il dovere di prendere parte attiva nella lotta contro i soprusi a cui erano sottoposti gli indiani nel Natal e indisse a Pretoria una riunione a cui presero parte tutti i connazionali del Sudafrica. In quell’occasione pronunciò il suo primo discorso pubblico. Alla fine del suo contratto, Gandhi, venuto a sapere che l&#8217;assemblea del Natal stava preparando una legge pregiudizievole per gli indiani, decise di non rimpatriare per aiutare i suoi connazionali. Nel 1893, Gandhi fondò il Natal Indian Congress, di cui divenne il segretario e che trasformerà la comunità indiana in un&#8217;omogenea forza politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1899, allo scoppio della seconda guerra boera, Gandhi organizzò un corpo di portantini e infermieri occupandosi dei soldati inglesi feriti. Al termine della guerra vinta dagli inglesi, contribuì a fondare, nel 1903, il giornale Indian Opinion. L&#8217;anno successivo si trasferì a Phoenix in una fattoria agricola con la famiglia e i collaboratori del giornale. Nella fattoria tutti partecipavano ai lavori agricoli ed erano retribuiti con lo stesso salario. Phoenix fu il primo modello di ashram in cui si praticava, in un regime di vita monastico, la povertà volontaria, il lavoro manuale e la preghiera. Ivi Gandhi cominciò la pratica del digiuno, a vestire come il più povero degli indù, a compiere i lavori più umili e vivendo come un’asceta alla ricerca dell’autocontrollo della propria interiorità.</p>
<p style="text-align: justify;">A Johannesburg, l&#8217;11 settembre 1906, durante una protesta contro il governo del Transvaal, Gandhi adotta per la prima volta la metodologia della satyagraha fondata sulla satya (verità) e sull&#8217;ahimsa (nonviolenza o amore) e che consiste nella resistenza all&#8217;oppressione tramite la disobbedienza civile di massa..  Entrato nel partito del Congresso Nazionale Indiano, Gandhi si prefissò come obiettivo la Swaraj, ovvero un&#8217;indipendenza completa: individuale, spirituale e politica (che si realizza nell&#8217;autogoverno). In poco tempo Gandhi diventò il leader del movimento anticoloniale indiano e nel 1921 il presidente del Partito del Congresso Indiano. Sotto la sua direzione viene approvata una nuova costituzione. Gandhi allarga il suo principio di nonviolenza al movimento Swadeshi che puntava all&#8217;autonomia e all&#8217;autosufficienza economica del paese, attraverso l&#8217;utilizzo dei beni locali. Così cominciò quel lungo cammino che portò l&#8217;India all&#8217;indipendenza dopo una lotta durata dal 1914 al 1946 e che a Gandhi, la sua famiglia e i suoi collaboratori costò molte volte la prigione e tante sofferenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 13 aprile 1942 infatti, Gandhi intensificò le sue richieste d&#8217;indipendenza scrivendo una risoluzione che richiede ai britannici di lasciare l&#8217;India: Quit India. Con questa il Mahatma invita alla ribellione non-violenta totale. Vengono anche organizzate grandi manifestazioni di protesta e gli inglesi reagiscono con arresti di massa, violenze e repressioni senza precedenti. Gandhi e tutti i dirigenti del Congresso vengono arrestati a Bombay il 9 agosto 1942. Gandhi viene detenuto per due anni, sua moglie Kasturbai invece, dopo 18 mesi di prigionia, muore per una crisi cardiaca causata da una polmonite.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine del 1943 il movimento Quit India riesce a ottenere dei risultati: conclusa la guerra, il nuovo Primo Ministro britannico annuncia che il potere verrà trasferito in mano agli indiani. Ma ci vorrà il 1947 perché il Regno Unito conceda la piena indipendenza alla sua colonia. Un anno dopo, il 30 gennaio 1948 a Nuova Delhi, il Mahatma verrà assassinato con tre colpi di pistola da Nathuram Godse, un fanatico indù radicale che non tollerava la sua politica pacifista.</p>
<p style="text-align: justify;">La fine tragica di Gandhi non ha ucciso il suo messaggio: la metodologia della satyagraha ispirò inseguito altri grandi uomini come Martin Luter King e Nelson Mandela.</p>
<p style="text-align: justify;">A noi piace ricordare il Mahatma Gandhi in visita alla Cappella Sistina dove la sua attenzione venne colpita, dal Crocifisso dell&#8217;altare della cappella che rappresenta un Gesù magrissimo, dimesso e sofferente. Il Mahatma dopo aver indugiato per parecchi minuti dinanzi a quell’immagine, esclamò: «Non si può fare a meno di commuoversi fino alle lacrime»</p>

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		<title>Giuseppe Marello, discepolo di San Giuseppe</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2021 13:36:23 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: justify;">Continuiamo in questo anno a proporvi alcune figure di santi, uomini e donne che furono profondamente innamorati di San Giuseppe. Tra queste vogliamo presentarvi anche san Giuseppe Marello, che è stato un vescovo italiano, fondatore della &#8220;Compagnia di San Giuseppe&#8221; &#8211; detta poi Congregazione di San Giuseppe, Oblati di San Giuseppe o Giuseppini d&#8217;Asti. La fondazione avvenne il 14 marzo 1878 ad Asti, diocesi nella quale don Marello aveva frequentato il seminario ed esercitò buona parte del suo ministero sacerdotale, prima della nomina a vescovo d’Acqui.</p>

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			<p style="text-align: justify;">La Congregazione di San Giuseppe, da lui fondata, nasce come gruppo di giovani a servizio di un orfanotrofio presso l&#8217;Opera Pia Michelerio: questi primi giovani conducevano vita fraterna in comunità ed erano formati ad una spiritualità cristocentrica di consacrazione e umile operosità sull&#8217;imitazione di San Giuseppe. Don Marello spiegava ai suoi discepoli: «Le fatiche intellettuali e quelle manuali siano insieme contemperate, come due mezzi che conducono ad un solo fine: il servizio di Dio nell’imitazione di S. Giuseppe»; invitava loro a guardare al falegname di Nazaret come colui che <em>indica la via ma anche come chi sorregge ad ogni passo e conduce dove la Divina Provvidenza desidera che si arrivi</em>.</p>

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			<p style="text-align: justify;">I primi quattro aspiranti della Congregazione nascente vennero riuniti ad Asti il 14 marzo 1878 e il 19 marzo 1879, giorno in cui la Chiesa festeggia San Giuseppe, presero l&#8217;abito religioso. Il vescovo di Asti, Giacinto Arcangeli, il 18 marzo 1901 autorizzò i membri del sodalizio a emettere i voti religiosi, così che diventarono una congregazione di diritto diocesano, L&#8217;istituto divenne una congregazione di diritto pontificio l&#8217;11 aprile 1909. Le prime regole, scritte nel 1892 dal Marello e dai suoi primi seguaci, definirono quale scopo della congregazione &#8220;l&#8217;educazione cristiana della gioventù&#8221;. Come San Giuseppe si prese cura del Figlio di Dio, così i Giuseppini si devono prendere cura dei figli di Dio: della gioventù bisognosa materialmente o spiritualmente. Dopo un primo impegno soprattutto legato all’affiancamento del clero diocesano nell&#8217;educazione cristiana dei giovani e nell&#8217;insegnamento del catechismo e preparando i giovani ai sacramenti dell&#8217;iniziazione cristiana, gli Oblati si aprirono all’apostolato missionario. Attualmente la Congregazione di San Giuseppe si trova n Africa (Nigeria), in America (Bolivia, Brasile, El Salvador, Messico, Perù, Stati Uniti d&#8217;America), in Asia (Filippine, India), in Europa (Italia, Spagna, Polonia) e in Oceania (Australia).</p>

		</div>
	</div>
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	<div class="wpb_text_column wpb_content_element" >
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			<p style="text-align: justify;">Simboleggia in maniera molto efficace il ruolo di modello, di guida, di custode che San Giuseppe ricopre nella Congregazione degli Oblati, la gigantesca statua posta innanzi al Santuario di S. Giuseppe a Pittston, Pennsylvania, U.S.A, del fondatore San Giuseppe Marello (canonizzato da San Giovanni Paolo II nel 2001), che indica il Protettore della Congregazione degli Oblati, come a dire: “guardate a lui, andate da lui in tutte le vostre necessità e in tutti i vostri bisogni”. Raccomandarsi a San Giuseppe voleva dire per il Fondatore <em>ottenere sempre la capacità di conoscere e seguire la volontà di Dio, perché lui che è modello inarrivabile di vita interiore e nascosta, ha saputo in grado esimio, riuscire a cogliere sempre il volere di Dio e a realizza</em>r<em>lo</em>.</p>

		</div>
	</div>
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			<p style="text-align: justify;">Lo stemma dei Giuseppini d’Asti porta le parole: <em>Salus nostra in mano tua Joseph</em>, segno di totale confidenza nel Patrono amato al quale il Fondatore piaceva dire: «Eccoci tutti per te e tu sii tutto per noi!». Ma San Giuseppe Marello non spingeva solo i suoi figli spirituali ad amare il padre putativo di Gesù, ma mostrava anche ai fedeli di cui era pastore, ai giovani che catechizzava, ai poveri di cui si prendeva cura, che il Capo della Santa Famiglia, conosce perfettamente, dunque comprende perfettamente, le nostre difficoltà perché anche lui le ha affrontate e ci insegna a non perdere mai la speranza in Gesù, confidando sempre in Lui: «In questo mondo sempre si avvicendano il gaudio e la pena: e la vita di San Giuseppe non fu anch’essa un’alternativa di consolazioni e di timori?». Se ci pensiamo un po&#8217; non possiamo che dare ragione al Vescovo d’Acqui (il 17 febbraio 1889 a Roma, don Marello fu consacrato vescovo e il 16 giugno 1889 fece il suo ingresso ad Acqui, diocesi che gli fu affidata), infatti, San Giuseppe conobbe le difficoltà del dubbio, della precarietà, dell’esilio, del lavoro, dell’incomprensione, della stanchezza, sicuramente della malattia, la difficoltà di essere sposo e genitore, con tutte le responsabilità materiali e morali ad esse connesse, quindi può capire tutti noi e ottenerci dal Figlio suo quegli aiuti divini che in alcuni momenti della vita, rappresentano l’ancora della salvezza. Quindi, possiamo fare nostro e non solo in questo anno, il motto dei Giuseppini: <em>Salus nostra in mano tua Joseph</em>, La nostra salvezza è in mano tua, Giuseppe! Così sia.</p>

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