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	<title>ordine minimi &#8211; Monache Minime di Paola &#8211; Mora D&#039;Ebre</title>
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		<title>Luce di Dio per il nostro tempo</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2022 20:58:01 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: justify;">I santi, tutti, sono state figure ricche di sfaccettature diverse, proprio perché santi, cioè pieni dello Spirito di Dio e delle sue multiformi ricchezze. Loro sono stati portatori della luce di Dio, e noi, quando li contempliamo, cogliamo nel loro splendore quel raggio di luce che illumina le nostre necessità. Così, fra tanti altri, lo è stato San Francesco.</p>
<p style="text-align: justify;">Nato a Paola il 27 marzo 1416, per intercessione del santo d’Assisi, del quale porterà il nome, dopo aver servito come oblato per un anno nel convento dei francescani di S. Marco Argentano, Francesco, poco più che adolescente, decise di farsi eremita, e iniziò così il lungo itinerario che lo porterà ad essere annoverato tra i più grandi santi della Chiesa di tutti i secoli.</p>

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	<div class="wpb_text_column wpb_content_element vc_custom_1644353522826" >
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			<p style="text-align: justify;">I testimoni dei processi hanno dichiarato dei suoi genitori che erano cristiani esemplari, virtuosi ed anche che in famiglia si faceva una vita molto austera; particolarmente riguardo a suo padre, Giacomo, c’è stata tramandata notizia che era solito praticare digiuni, preghiere notturne ed altre forme di mortificazione. Sappiamo pure che nella sua adolescenza ha avuto dei contatti con la spiritualità benedettina e francescana, le quali lasceranno in lui una profonda traccia, in particolare quest’ultima per l’ardente e tenera devozione che nutriva verso l’Assissiate e che l’accompagnerà per tutta la vita. La più antica biografia di San Francesco, quella scritta da un frate suo contemporaneo, ci ha lasciato notizia che egli ebbe anche l’occasione di prendere contatto con alcuni dei tanti gruppi di eremiti che popolavano l’Appennino campano e calabro. L’impatto avuto al contatto con quei solitari fu assolutamente decisivo, sicché, stando alla narrazione del suo discepolo, non fece più ritorno nel focolare domestico ma si fermò fuori dell’abitato; in una piccola grotta o capanna, in principio non molto lontana dal paese. Più tardi, per sottrarsi al continuo via vai dei devoti e curiosi, s’inoltrerà nel fitto bosco irrorato dal torrente Isca, presso il quale scavò una piccola cavità, sufficiente appena per ripararsi dalle intemperie e pregare.</p>
<p style="text-align: justify;">Un tenore di vita simile, mantenuto per diversi anni, durante i quali Francesco visse in totale solitudine, cibandosi di erbe crude, bevendo l’acqua del torrente e mortificandosi aspramente, per dedicarsi alla meditazione e alla preghiera, temprarono il suo spirito in modo che, giovane ancora, poté contare su una forte esperienza della lotta contro la debolezza della carne e contro le insidie della tentazione. Nel deserto, infatti, Francesco ha digiunato, ha pregato, ha fatto penitenza; e ha anche imparato, alla scuola dello Spirito, l’importanza dell’essere uomo e di vivere il progetto della propria esistenza come risposta ad un Amore che ci ha amati per primo e che da noi attende corrispondenza. Dal deserto è uscito irrobustito nella sua scelta di Dio come valore supremo della vita, ma n’è uscito anche forte della conoscenza di sé, e pertanto avvantaggiato nell’umiltà. È questo, davvero, uno degli effetti più sorprendenti che l’esperienza del deserto porta con sé: proprio perché ci distacca dalle cose e ci fa prendere le distanze da ogni realtà, il deserto ci spoglia dalle nostre false sicurezze e fa scomparire davanti a noi il miraggio di essere i protagonisti del mondo; fa cadere dai nostri occhi il velo che li copre, permettendoci di costatare i nostri limiti e salvandoci così dall’errore che ci fa credere di essere quello che possediamo. Il deserto ci fa toccare con mano la nostra indigenza creaturale, e perciò genera in noi l’umiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Francesco di Paola ha trascorso nella grotta gli anni della sua adolescenza e prima gioventù, gli anni cioè di formazione e consolidamento della sua personalità, ed ecco che è divenuto un uomo forte, proprio perché forgiato nell’essenzialità e nell’umiltà. Quando ricomparve nella società degli uomini, era già tutto preso dallo stupore della contemplazione del mistero di Cristo, della sua umiliazione e del suo volontario spogliamento per arricchire noi con la sua povertà, e deciso ad imitare il suo esempio. Infatti, chi, come Francesco di Paola, è riuscito a vincere il timore dell’umiliazione e il disprezzo degli uomini, non teme più nulla, e si rende così strumento utile e docile nelle mani della divina Provvidenza. Da allora in poi sarà questa la constante della sua vita e della sua spiritualità, nella doppia dimensione di relazione con Dio e con gli altri. Di fatto, egli cominciò subito a chiamarsi “il minimo” e “il minimo dei minimi”, ed a comportarsi come tale non solo nel suo rapporto con Dio, ma anche nel suo modo di attuare con gli uomini.</p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid dgt-bg-inherit"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><div class="dgt-custom-heading vc_custom_heading vc_custom_1644355007232 dgt-al-right"><h4 style="font-size: 16px;color: #993300;text-align: right" class="dgt-heading">Povertà e umiltà, armi vincenti</h4></div>
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element vc_custom_1644354253278" >
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			<p style="text-align: justify;">Una tale scelta è stata per Francesco, ed è tuttora per la sua Famiglia religiosa, una sfida lanciata ai poteri di questo mondo. Rivela la sua ferma decisione di non assoggettarsi alla mentalità comune, ma di vivere secondo lo spirito e l’insegnamento del Cristo, suo Maestro e Redentore. Scegliere per sé e per i suoi figli il nome di “Minimo” è, difatti, il rifiuto più chiaro che Francesco di Paola abbia potuto opporre alle potenze di questo mondo: equivale a proclamare la propria libertà e indipendenza di criterio, di pensiero, di attuazione. Non ambiva nulla di quanto il mondo gli poteva offrire; perciò, non ha temuto di perdere niente di quanto i grandi di questa terra gli potevano dare, e così è riuscito a mantenersi sino alla fine della vita in perfetta coerenza con la sua coscienza e in fedeltà piena al suo unico Signore. Francesco, secondo le parole dell’antifona che si recita ogni venerdì in suo onore: “Sull’esempio di Cristo, in santità e giustizia, sostenne un lungo martirio, dominò se stesso; sprezzò le seduzioni mondane; lottando da forte prevalse, povero e umile, sul fiero avversario”.</p>
<p style="text-align: justify;">La povertà e l’umiltà furono, infatti, le sue grandi armi. Con esse riuscì a vincere ogni insidia e ogni contrarietà.</p>
<p style="text-align: justify;">Vinse, Francesco, con la povertà e l’umiltà quando un legato pontificio ebbe a recarsi a Paola per verificare l’ortodossia del suo movimento e, non trovando nulla da richiamare, prese a rimproverarlo sull’austerità della vita che facevano lui e i suoi compagni, cercando di dissuaderlo ad ogni costo. Con gran mansuetudine ed umiltà, il santo rispose al messo papale: “È vero, avete ragione, perché io sono rustico e campagnolo riesco a fare queste cose”, accostando intanto con le sue mani dei carboni accesi per fare riscaldare l’ospite. Quel monsignore, gran personaggio della Curia romana, rimase talmente scosso nel vedere il santo compiere un tale prodigio e contemporaneamente comportarsi con tanta umiltà, che, tornato a Roma e informato il Papa di quanto accaduto, chiese la sua benedizione per incorporarsi al seguito di Francesco, vivendo esemplarmente nell’Ordine fino alla fine dei suoi giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la povertà e l’umiltà l’Eremita sconfisse un distaccamento di soldati inviato dal re di Napoli per arrestarlo. Pensando che sarebbe stata inutile e inconveniente la fuga che tanti gli consigliavano, se ne andò in chiesa dove, prostrato davanti all’altare e rimettendo, come povero, in Dio la sua fiducia, supplicava intensamente il Signore che fosse compiuta la sua santa volontà sul suo servo. Fu così che le guardie passarono ripetutamente vicino a lui senza vederlo fino a quando Dio permise che si rendesse di nuovo visibile ai loro occhi; allora san Francesco li accolse e trattò con amabilità e carità, in modo da farli rimanere così colpiti da venerarlo come uomo di Dio e tornarsene dal re a mani vuote, nonostante sapessero di stare mettendo a rischio la propria vita.</p>
<p style="text-align: justify;">La povertà e l’umiltà di Francesco vinsero sempre, anche quando, apparentemente, il potere dei grandi venne a prevalere su di lui. Fu, infatti, la prepotenza del re francese Luigi XI a volerlo in Francia con l’intenzione di strumentalizzare il suo potere taumaturgico a beneficio proprio. Il santo resistette rifiutandosi ripetutamente, ma Luigi XI riuscì ad ottenere dal Pontefice, Sisto IV, un mandato di obbedienza imponendo a Francesco di recarsi in Francia. Un mandato questo, del quale l’eremita paolano conosceva bene l’origine e le motivazioni, e che ad uno sguardo umano appariva come disastroso per la sua nascente congregazione. Essa rimaneva, infatti, senza essere ancora consolidata, orfana ed esposta alla ferocia dei potenti del regno, i quali cercavano sempre di divorarla, infastiditi dall’insegnamento degli eremiti. Anche qui vinse l’umiltà del povero Francesco, il quale, sottomettendosi docilmente al mandato del Papa, vide in Francia spianarsi provvidenzialmente la strada per il consolidamento e l’estensione della sua Congregazione, articolata poi come famiglia religiosa in primo ordine (maschile), secondo ordine (femminile, claustrale) e terz’ordine (secolare).</p>
<p style="text-align: justify;">Vinse Francesco di Paola, il povero, quando rifiutò impavido le magnanime offerte dei sovrani di Napoli e di Francia, col rischio anche di attirare su di se e la sua Congregazione l’ira regale, e non si accontentò di rifiutare le loro splendide donazioni, ma li richiamò coraggiosamente all’onestà e alla giustizia nei riguardi dei loro sudditi.</p>
<p style="text-align: justify;">Vinse Francesco, il Minimo, poiché né prima in Calabria, né dopo in Francia, né le moltitudini dei poveri che accorrevano a lui in cerca di aiuto o di conforto, né l’ammirazione dei potenti che lo acclamavano santo già in vita, riuscì a suscitare in lui il minore sentimento di superbia o di vanagloria.</p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid dgt-bg-inherit"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><div class="dgt-custom-heading vc_custom_heading vc_custom_1644355025170 dgt-al-right"><h4 style="font-size: 16px;color: #993300;text-align: right" class="dgt-heading">Forgiato dallo Spirito</h4></div>
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element vc_custom_1644354348120" >
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			<p style="text-align: justify;">Strappato al suo eremo e alla sua gente dal capriccio di un re crudele, venne a trovarsi al centro della corte più importante, ma anche più depravata del tempo, e lì si dimostrò uomo veramente pieno dello Spirito Santo. Essendo rude, senza cultura, visse vent’anni tra i più colti e raffinati del tempo, fu consigliere di tre re: il temuto Luigi XI, il giovane Carlo VIII e l’astuto Luigi XII, espletando presso di loro gli incarichi che intanto gli erano affidati dai Pontefici romani e favorendo la causa della Riforma della Chiesa. Contemporaneamente riuscì ad impiantare la sua Congregazione eremitica in Francia e ad avere l’approvazione di una Regola propria, nonostante le forti contrarietà e persecuzioni subite da parte di altri Ordini già consolidati. Ed in tutto ciò non commise imprudenza, e nessuno ebbe a poter dire niente di meno edificante sul suo conto.</p>
<p style="text-align: justify;">Si mantenne sempre solitario, ma sempre accogliente. Le sue forme erano apparentemente aspre, ma in realtà delicate fino alla squisitezza. A tanti di coloro che si rivolgevano a lui chiedendo di essere guariti da gravi da patologie, storpi, paralitici, dolenti, indicava di prendere una zappa e lavorare, di colpire le rocce con una mazza o di aiutarlo a portare travi pesantissime, e tutto ciò, nell’obbedire al suo comando, riuscivano a farlo con grande facilità, rimanendo prodigiosamente guariti. Forma squisita questa di non far pesare il favore del miracolo, di non farsi ringraziare, ma di convertirsi egli stesso in debitore di chi lo aiutava: Francesco si era forgiato alla scuola della divina bontà!</p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid dgt-bg-inherit"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><div class="dgt-custom-heading vc_custom_heading vc_custom_1644355439061 dgt-al-right"><h4 style="font-size: 16px;color: #993300;text-align: right" class="dgt-heading">L'orazione, segreto della sua personalità</h4></div>
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element vc_custom_1644354289386" >
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			<p style="text-align: justify;">Digiuno quaresimale per tutta la vita, povertà, umiltà, carità verso tutti: sono queste le caratteristiche principali del suo metodo di vita spirituale, che lo portarono a vivere un’esperienza contemplativa praticamente ininterrotta. Infatti, Il suo cuore, purificato e libero da ogni desiderio di questo mondo, ardeva continuamente del fuoco dello Spirito ed egli orava sempre, sia nel silenzio profondo della notte, nella vallata dell’Isca, nella sua Paola nativa, dove fu sorpreso da un testimone che “vide la valle, dove si trovava Francesco, tutta in fiamme e illuminata; quindi se ne tornò in camera frettolosamente e tutto pieno di spavento” <em>(Biografia del discepolo anonimo, cap. V), </em>sia nella solitudine della sua cella, ove si rinchiudeva spesso per diversi giorni consecutivi per dedicarsi alla contemplazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi si avvicinava a lui aveva, in ogni caso, l’impressione di trovarsi dinanzi ad un orante. A tale riguardo, sempre il biografo anonimo contemporaneo ci racconta di un episodio che dimostra ben chiaramente quanto l’orazione continua fosse diventata per lui una seconda natura, o quasi potremmo dire, il segreto della sua personalità:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Una volta, mentre lavorava nel Convento </em><em>di Paola, trasportava via la terra dal luogo, ove </em><em>adesso c&#8217;è l&#8217;altare maggiore. Venuta l&#8217;ora di an</em><em>dare a pranzo, vi rimase solo il buon Padre. E </em><em>dopo che i Religiosi finirono di mangiare, ritornò </em><em>da lui solo Frate Nicola da S. Lucido, il quale, nell&#8217;avvicinarsi al buon Padre, lo vide che lavo</em><em>rava ancora nello stesso posto, ma sulla testa </em><em>aveva una corona simile a quella che porta il Pa</em><em>pa, risplendente di vari colori. A quella vista, ne </em><em>restò meravigliato, e corse subito a confidarlo </em><em>ad un altro Frate, di nome Fiorentino; tutti e </em><em>due, subito dopo furono di nuovo testimoni della stessa visione. Ritornati, chiamarono un Fratello Oblato, di nome Angelo da Saracena; e vista di nuovo la stessa visione, se ne ritornarono del tutto spaventati” (</em>Biografia del discepolo anonimo, cap. VI<em>).</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, allora, la prova che Francesco orava sempre, anche mentre svolgeva le attività più svariate, le quali non riuscivano a sviare la sua attenzione dall’intima unione con Dio che continuamente viveva. E Dio, nella sua inscrutabile Provvidenza, permise una tale manifestazione straordinaria davanti agli occhi stupiti dei testimoni, e ordinò che ciò accadesse mentre il suo Servo si premurava in un lavoro così umile e così faticoso come portare via la terra dal posto dove si doveva costruire il tempio per il Signore.</p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid dgt-bg-inherit"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><div class="dgt-custom-heading vc_custom_heading vc_custom_1644355410448 dgt-al-right"><h4 style="font-size: 16px;color: #993300;text-align: right" class="dgt-heading">Esempio per il nostro tempo</h4></div>
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			<p style="text-align: justify;">Magnifico esempio, messaggio assordante per noi, uomini dell’era tecnologica e secolarizzata, cristiani della lotta quotidiana per difendere i valori della trascendenza dagli attacchi del materialismo e della incredulità, operatori di pastorale stracolmi di impegni, sempre di più in corsa contro il tempo, e sempre più bisognosi di pregare: l’orazione vera non ha necessità di particolari schemi, né di vistose strutture, né di tecniche speciali; non occorrono studi specializzati, non ce la possono impedire le molte faccende da sbrigare. Dobbiamo ricordare, però, che l’autentica preghiera richiede la libertà interiore dell’orante, e che questa libertà l’acquista soltanto chi è disposto, come Francesco di Paola, a dominare se stesso e a tenere a freno la propria carne, a disprezzare le seduzioni e i criteri ingannevoli del mondo, e a lottare coraggiosamente contro il Nemico, menzognero e padre della superbia, adoperando le armi della povertà e dell’umiltà.</p>

		</div>
	</div>
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		<title>La personalità. Guida esperta e saggia.</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Jul 2021 20:35:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Per conoscerlo meglio]]></category>
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		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[mons. morosini]]></category>
		<category><![CDATA[ordine minimi]]></category>
		<category><![CDATA[personalità]]></category>
		<category><![CDATA[san francesco di paola]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
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			<p style="text-align: justify;">Francesco nella sua vita si è dimostrato un vero leader, svolgendo con prudenza, saggezza e fermezza il ruolo di capo e animatore di una comunità prima e di un movimento dopo, lanciato lentamente verso dimensioni internazionali. Certamente la ricerca costante della solitudine è stata per lui fattore di interiorità, che lo ha portato ad essere saggio e prudente, capace, quindi, di governare con equilibrio e fortezza. Egli è il protagonista della nascita e dello sviluppo dell’Ordine. La collaborazione datagli dai religiosi suoi seguaci, più dotti e più esperti, non offuscò mai il suo ruolo di guida; l’impulso all’agire, perciò, veniva sempre da lui; così come era sua l’ultima decisione nelle varie questioni…</p>

		</div>
	</div>
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			<p style="text-align: justify;">Le testimonianze concordano sull’equilibrio, che egli ha saputo creare tra mitezza e severità. L’Anonimo scrive: Coi suoi religiosi era terribile in volto come un leone e terribile nelle parole con le sue minacce. Affettuosamente paterno invece, e tutto benevolo era con gli umili e i pentiti. E si mostrava terribile per conservare nel timore quelli che non erano venuti meno al loro dovere&#8230; non usava punizioni troppo severe. Richiamava gli ostinati con parole dolci e altri buoni espedienti. Stesso quadro appare dalle testimonianze dei religiosi che depongono al Processo di Tours: Quando gli veniva riferito dai frati qualcosa di spiacevole sugli altri conventi&#8230; egli sopportava tutto questo con volto preoccupato; nonostante tutto provvedeva però con carità a risolvere i vari problemi; nelle ammonizioni qualche volta era severo, tuttavia con i frati inadempienti si comportava con molta mitezza. Non rinuncia alla sua autorità e comanda quando lo ritiene opportuno.</p>

		</div>
	</div>
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	<div class="wpb_text_column wpb_content_element" >
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			<p style="text-align: justify;">Mitezza e severità manifesta anche nei confronti delle persone che lo accostano per i più svariati motivi: ai sofferenti si rivolge con <em>admiratione et compassione</em>, accompagnando spesso le parole con gesti affettuosi, mettendo ad esempio le mani sulle spalle come segno di condivisione, di incoraggiamento e di speranza verso quanti vuole correggere. e recuperare al bene si mostra <em>cum vulto alquanto sdegnuso</em>. Questo atteggiamento denota in Francesco un temperamento tendenzialmente incline alla collera, che egli però ha saputo ben dominare. Quando occorre, non manca di rimproverare, come fa, per esempio, con la gente che non si recava subito a visitarlo nei momenti di bisogno. Mostra sempre con tutti una grande prudenza, virtù propria di chi comanda.</p>
<p style="padding-left: 90px;">G. FIORINI MOROSINI<em>, Il Carisma Penitenziale </em><em>di S. Francesco di Paola</em><em> e dell’Ordine dei Minimi</em><em>, </em>pp. 129-131.</p>

		</div>
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		<title>La personalità. Disponibile e servizievole.</title>
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		<pubDate>Sun, 16 May 2021 13:02:33 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: justify;"><em>Era benigno e servizievole con tutti, sia con i secolari che con gli stessi suoi religiosi.</em> Gli esempi di generosità, di disponibilità e di servizio, che i Processi ci offrono, sono presi tutti dalla quotidianità della vita, espressione di quel mondo semplice, nel quale Francesco era stato educato e viveva, e che costituisce la base della sua umiltà e della sua penitenza: di sera chiudeva le porte del convento, serviva i frati a tavola, si preoccupava dell’ordine in chiesa e sugli altari, lavava gli indumenti dei religiosi e dei novizi. Ma al di là di questi esempi, è tutta la sua attività lavorativa che va collocata nel contesto della sua generosa volontà di servizio. La sua disponibilità è piena e immediata […] dalla testimonianza dell’Anonimo risulta che egli è stato un grande lavoratore… <em>Si studiava di lavorar molto, far molto, pregare e contemplare.</em> Non è tanto e solo, quindi, la quantità di lavoro che il biografo anonimo registra, ma è la premura che spinge Francesco a rendersi utile, come può e dove può, alla sua comunità e a quanti hanno bisogno del suo aiuto. Anche quando interviene nel lavoro con qualche miracolo, l’intento è sempre quello di servire gli altri e di aiutarli.  Se nel lavoro egli rende per più di sei persone, questo esprime, sì, la sua prestanza fisica, ma è tipico altresì di uno che cerca il lavoro per la gioia di servire. E il lavoro che fa non è fine a stesso, perché è il lavoro di un contemplativo che prega anche molto, che cioè ha alla base, come vedremo, il rapporto con Dio.</p>
<p style="padding-left: 150px; text-align: left;">G. FIORINI MOROSINI<em>, Il Carisma Penitenziale </em><em>di S. Francesco di Paola </em><em>e dell’Ordine dei Minimi</em><em>, </em>pp. 126-127                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    .</p>

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		<title>La personalità. Coraggioso e autorevole.</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2021 12:53:28 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: justify;">Sono i pregi delle personalità forti. Francesco è stato un uomo tutto d’un pezzo, che non ha ammesso compromessi nella sua vita. Schietto sempre in tutte le sue cose, non si è piegato dinanzi ai vari allettamenti che poteva subire. L’episodio dei ripetuti tentativi di corruzione da parte di Luigi XI, che voleva provare la sua costanza, ne è una prova. Ma la sua fermezza e costanza era stata già provata dal re di Napoli. In entrambi i casi la sincerità di vita di Francesco prevale sui loro oscuri disegni e spinge l’Eremita ad affrontarli con rispetto, sì, ma con decisione. Al re di Napoli invia una severa ammonizione con minaccia di castigo da parte di Dio; al re di Francia fa sapere che era meglio restituire la roba altrui che corromperlo con denaro e oggetti preziosi.</p>

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			<p style="text-align: justify;">Dinanzi al bene Francesco non si ferma, costi quel che costi. Non si intimorisce dinanzi all’autorità degli uomini, fosse anche quella degli uomini di Chiesa; non si intenerisce per le sollecitazioni affettuose di chi gli sta attorno; non desiste dinanzi alla protesta di chi gli sta sottomesso ciò egli non si piega. Mostra così un coraggio veramente straordinario, che aveva coltivato fin dagli anni della prima giovinezza, quando seppe fare scelte coraggiose, come quella eremitica. […]</p>
<p style="text-align: justify;">Francesco mostra altresì coraggio nel saper affrontare gli imprevisti della vita e nel saper rischiare: fu così per i vari viaggi in Calabria e in Sicilia, ma soprattutto per quello fatto in Francia, che rivoluzionò la sua vita; fu così per le varie svolte date al movimento, che dalla sua esperienza prese vita e nome. Se noi analizziamo in chiave umana (e siamo legittimati a farlo) tutte le vicende della sua vita, che per lo più si è abituati a vedere nel contesto della fede, del piano di Dio e del soprannaturale da esse racchiuso, ci accorgiamo che si staglia nitida la figura di un uomo coraggioso e intraprendente. […]</p>

		</div>
	</div>
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			<p style="text-align: justify;">I valori che abbiamo indicato lo rendono un uomo autorevole, e questa autorevolezza gli derivava, proprio come in Gesù (At 1,1), dal perfetto equilibrio tra il dire e il fare.  Perciò l’Anonimo poteva osservare che la sua vita era una predica continua e benefica, completando così l’informazione che fu proprio la sua vita virtuosa a dare origine al movimento eremitico a Paola. […]</p>
<p style="text-align: justify;">Egli appare come un uomo dal grande equilibrio psicologico e morale. È imperturbabile di fronte al male, che si trama attorno a lui; sa di essere dalla parte della verità e del bene, perciò non teme nulla e sa pazientare e attendere che il corso degli eventi si pieghi verso quella verità e quel bene, dalla  parte  dei  quali  egli  si  è  schierato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 270px;">G. FIORINI MOROSINI<em>, Il Carisma Penitenziale </em><em>di S. Francesco di Paola e dell’Ordine dei Minimi</em><em>, </em>pp. 127-129.</p>

		</div>
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		<title>La personalità. Umano.</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2021 11:23:50 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: justify;">Le fonti storiche della sua vita qualificano il modo come egli si relazionava agli altri con l’aggettivo <em>humanus</em> e con il sostantivo <em>humanitas</em>. E tutti notano che questa umanità contrastava con l’austerità della sua vita personale. Francesco ha manifestato questo lato del suo temperamento soprattutto quando accoglieva la gente che andava a visitarlo dovunque egli si recasse. È un coro unanime di voci attestanti l’accorrere di persone presso di lui; un fatto, questo, che denota la grande disponibilità manifestata dall’Eremita nel riceverle, nell’ascoltare i loro problemi, nel dire una parola di conforto, nel fare, all’occorrenza, anche il miracolo […] I modi come egli accoglie sono quelli immediati e familiari della  gente  semplice.</p>

		</div>
	</div>
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			<p style="text-align: justify;">Dalle fonti coeve ricaviamo che egli all’arrivo dei visitatori qualche volta dà il gioioso saluto cristiano: <em>Siate benedetti</em>. Da molte testimonianze risulta che spesso la prima preoccupazione, da lui manifestata accogliendo gli ospiti visitatori, soprattutto quelli provenienti da lontano, è che facciano colazione. È molto ospitale sfidando anche l’opinione pubblica, come nel caso dei lebbrosi, che egli trattiene con sé al convento per alcuni giorni. Ma ospita anche alcuni indemoniati, e anche questi non senza problemi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, al di là di queste esemplificazioni che hanno anche il loro valore probativo, va fatta un’osservazione sull’insieme della vita di Francesco, rivelatrice di una umanità straordinaria, dono di natura sulla quale egli costruisce la virtù teologale della carità nel suo aspetto orizzontale, cioè come apertura agli altri uomini. Nell’unità armonica della sua personalità egli unisce semplicità di vita, umiltà ed austerità alla capacità di aprirsi all’altro nel segno dell’amore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">G. FIORINI MOROSINI<em>, Il Carisma Penitenziale</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>di S. Francesco di Paola e dell&#8217;Ordine dei Minimi</em><em>, </em>pp. 120-122.</p>

		</div>
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		<title>Personalità. Ottimista.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Feb 2021 21:53:13 +0000</pubDate>
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			<p class="Standard" style="text-align: justify;">È fondamentalmente un ottimista, S. Francesco scommette sempre sulla speranza e sul bene, con- fidando nella bontà fondamentale dell’uomo e nella sua capacità di cambiamento. Tutto quanto viene detto nelle sue esortazioni ai frati e a quanti lo incontravano -espressioni, che davano coraggio e infondevano nell’animo serenità e pace- non va inquadrato solo nella cornice della sua azione pastorale di uomo di Chiesa, ma anche in questa disposizione temperamentale per cui guardava l’uomo sempre a partire dal bene presente in lui. Perciò l’Anonimo insiste sul fatto che egli cercava di scusare i colpevoli, allorché erano accusati dagli altri, durante la loro assenza&#8230; non parlava mai male di nessuno&#8230; allontanava i maldicenti&#8230; provava invece un vero godimento nell’ascoltare coloro che parlavano bene degli altri.</p>

		</div>
	</div>
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			<p class="Standard" style="text-align: justify;">La gioia, che la gente porta con sé dall’incontro con lui, è certamente frutto della sua santità di vita, ma ha come causa anche la positività con la quale egli guarda la vita: uomini e cose. È ottimismo, anche se elevato dalla sua santità e dal suo potere taumaturgico, il non fermarsi dinanzi alle difficoltà di ogni genere. Il parlare rassicurante, fiducioso e aperto alla speranza, e l’appello alla fede in Dio non sono manifestazioni solo della sua santità, ma espressioni del suo modo naturale di vedere le cose, proprio di una sapienza popolare contadina, fiduciosa sempre di trovare, con l’aiuto di Dio, una soluzione ad ogni problema.</p>
<p style="padding-left: 60px;">G. FIORINI MOROSINI<em>, Il Carisma Penitenziale </em><em>di S. Francesco di Paola</em><em>, </em>pp. 119 ss.</p>

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		<title>La personalità</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2021 20:04:28 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid dgt-bg-inherit"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><div class="vc_empty_space"   style="height: 25px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid dgt-bg-inherit"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
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			<p style="text-align: justify;">Sarebbe un errore limitare la nostra conoscenza di Francesco di Paola solo alla dimensione della sua santità, per la quale egli è venerato come un grande santo, tra i grandi santi di tutti i tempi della storia della Chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;">È importante invece valutare la sua forza di uomo, i tratti caratteristici della sua personalità umana, dai quali si ricava la figura di un uomo veramente straordinario. Dalle deposizioni rese dai testimoni della sua vita risulta che la sua santità non ha offuscato per nulla la sua umanità, già così ricca e straordinaria, ma l’ha solo elevata.</p>

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			<p style="text-align: justify;">Un primo dato da registrare è quello della sua personalità. Nonostante la sua estrazione sociale, come abbiamo già visto, fosse legata al mondo agricolo, egli ha maturato una forte personalità, ricca di doti veramente straordinarie, come quelle organizzative e di governo, e un’alta levatura morale. E tutto questo è una realtà veramente eccezionale se consideriamo la sua possibile ignoranza di lettere. Se Francesco da ragazzo abbia avuto o no una formazione culturale, è un tema dibattuto tra gli storici. L’immagine che di lui ci offre il messo di Paolo II, che lo chiama <em>villano et</em> <em>rustico</em>, ci potrebbe indurre a pensare che l’Eremita di Paola sia stato privo di qualsiasi istruzione, privo finanche della capacità di leggere e scrivere. Anche l’espressione usata dal Simonetta nella <em>Relatio </em>porterebbe alle stesse conclusioni: <em>Uomo semplice e rozzo privo di alcuna conoscenza di lettere</em>.</p>

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			<p style="text-align: justify;">La tesi di una totale carenza di formazione culturale è sostenuta dai Bollandisti. Il Papenbroeck scrisse: <em>Al tempo in cui visse Francesco era rara la conoscenza delle lettere, anche presso gli uomini altolocati e di governo, eccezion fatta per i chierici; per cui una persona che a dodici anni si allontana dalla casa paterna e conduce per tutta la vita un’esperienza di solitudine, non poteva scrivere niente di propria mano</em>. Contro questa opinione scrisse il Perrimezzi, sostenendo invece che Francesco ebbe una iniziale formazione letteraria alla quale provvidero i genitori, intenzionati ad avviarlo allo stato religioso. Lo stesso Perrimezzi cerca di armonizzare questa sua tesi con le affermazioni che parlano di lui come di <em>illetterato</em>, dando al termine il significato di uomo non <em>versato in alcuna scienza</em>. Alcuni testimoni dei Processi parlano di lui come di un illetterato; ma da altre deposizioni abbiamo notizie che lasciano intendere, invece, l’esistenza in lui di una certa cultura, almeno quella essenziale del saper leggere e scrivere. I testi raccontano come egli spiegasse la Scrittura alla gente, citando alcune volte frasi in latino. Alcune testimonianze, infine, si riferiscono a lettere da lui scritte.</p>
<p style="text-align: justify;">Non manca anche chi ha parlato di lui come di poeta, attribuendogli anche un poema sulla passione.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo concludere, pertanto, la questione dicendo che Francesco aveva la capacità di leggere e scrivere, anche se non era un letterato nel senso tecnico della parola, e, se non era addentro alle scienze né sacre, né profane; aveva però una conoscenza sufficiente della Bibbia, che gli consentiva di potersi rivolgere al popolo con delle vere e proprie prediche. Le condizioni familiari, secondo le affermazioni del Perrimezzi, avrebbero consentito benissimo a questa formazione iniziale, interrotta certamente dalla scelta eremitica fatta da lui in giovane età.</p>

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			<p style="text-align: justify;">L’intelligenza della quale era dotato, unita ad una istruzione almeno elementare, gli ha permesso una grande capacità di adattamento alle diverse situazioni, nelle quali la vita lo ha posto, riuscendo a muoversi in essa con saggezza, prudenza e discrezione, come se fosse vissuto da sempre nel contesto di quelle situazioni che a mano a mano gli si offrivano nella vita e che sono state tante, come si vedrà, e tutte così diverse e rivoluzionarie per le sue scelte originarie.</p>
<p style="text-align: justify;">Di queste situazioni egli ha saputo cogliere altresì il significato più intimo e nascosto. Non è da sottovalutare in merito un’osservazione piena di meraviglia del De Commynes, a proposito del soggiorno di Francesco alla corte del re di Napoli: <em>Fu onorato e accolto come un grande legato apostolico, sia dal re di Napoli che dai suoi figli, e ha parlato loro come un uomo educato a corte</em>. Quindi, l’eremita <em>villano e rustico</em> riusciva a muoversi a corte come un uomo pratico di quegli ambienti e di quello stile di vita. Questo fatto è indice di una capacità di adattamento e di intelligenza che solo le personalità forti hanno.</p>
<p style="text-align: justify;">Egli si manifesta altresì come un uomo di grande equilibrio, ricco di sentimenti, aperto come pochi al nuovo della vita, che sa cogliere con intelligenza e lungimiranza. Sa, però, dominare i propri sentimenti e sa dominare altresì gli eventi, riuscendo a incanalarli con prudenza e ad orientarli verso obiettivi ben precisi. Come è caratteristico di tutte le forti personalità, ha incanalato tutti gli eventi della sua vita nel contesto di quegli obiettivi, che egli si prefiggeva, non desistendo mai dal perseguirli finché non li avesse raggiunti. Abbiamo un grande esempio, come vedremo, a proposito dell’accettazione e approvazione da parte della Chiesa di una sua Regola propria. Ma la prerogativa più grande della sua personalità di uomo, che crea una mirabile sintesi con l’aspetto più alto della sua santità, cioè la carità, è il <em>suo comportamento d’amore</em>, capace di promuovere e diffondere vita attorno a sé. La sua vita, osservata con gli occhi della moderna psicologia, ci offre l’immagine di un uomo che possiede in pieno l’<em>arte di amare</em>: <em>L’uomo Francesco, con il suo autentico comportamento d’amore &#8211; eletto a centro organizzativo della sua personalità – rappresenta l’unica risposta veramente sana alle contraddizioni dell’esistenza umana.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Francesco, risponde, con il suo comportamento, alla domanda di Fromm se sia possibile l’amore in una civiltà repressiva</em>. E vi risponde, a giudizio dell’autrice, attraverso un modello di vita, che era <em>l’attuazione concreta del modello comportamentale ‘cristiano’ in cui l’amore, nella sua forma matura, implica fede, attività, umiltà, coraggio</em>.</p>
<p style="padding-left: 360px;">G. FIORINI MOROSINI<em>, Il Carisma Penitenziale di S. Francesco di Paola e dell&#8217;Ordine dei Minimi, pp. 115-118.</em></p>

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		<title>Ambiente familiare</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jan 2021 21:31:59 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: justify;">Al suo ritratto fisico colleghiamo una breve riflessione sull’ambiente in cui Francesco vive. Conoscere questo ambiente è determinante sia per capire certi suoi atteggiamenti esterni sia per conoscere meglio la sua personalità. Il suo è un ambiente agricolo, di un’agricoltura di sussistenza, non favorita certamente da una situazione geografica poco propensa ad un’agricoltura intensiva di vaste proporzioni. Pur se di estrazione sociale agricola, la famiglia di Francesco poteva godere di un certo benessere, in quanto proprietaria di appezzamenti di terreni; ciò però non la dispensava dalla coltivazione diretta di tali terreni, per cui possiamo dire che Francesco e la sua famiglia appartenevano al mondo agricolo.</p>

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			<p style="text-align: justify;">Al suo ritratto fisico colleghiamo una breve riflessione sull’ambiente in cui Francesco vive. Conoscere questo ambiente è determinante sia per capire certi suoi atteggiamenti esterni sia per conoscere meglio la sua personalità. Il suo è un ambiente agricolo, di un’agricoltura di sussistenza, non favorita certamente da una situazione geografica poco propensa ad un’agricoltura intensiva di vaste proporzioni. Pur se di estrazione sociale agricola, la famiglia di Francesco poteva godere di un certo benessere, in quanto proprietaria di appezzamenti di terreni; ciò però non la dispensava dalla coltivazione diretta di tali terreni, per cui possiamo dire che Francesco e la sua famiglia appartenevano al mondo agricolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa appartenenza ha fatto di lui un <em>rustico</em>, come lo qualifica il messo di Paolo II nell’incontro avuto a Paola. Rustico non soltanto nell’aspetto esterno, ma anche nel temperamento, nel senso che la sua psicologia e i suoi modi di essere e di esprimersi sono stati influenzati da quelle abitudini di vita proprie dell’ambiente di appartenenza. Ma Francesco non sembra disdegnare questo titolo, anzi ne trae vanto per esprimere la qualità della sua vita. E <em>rustico, </em>in realtà, Francesco appariva nel suo incedere: andava scalzo, con vesti rattoppate, con barba e capelli incolti.</p>
<p style="text-align: justify;">È molto importante questa estrazione sociale ed ambientale per capire Francesco come uomo, che riceve poi da Dio, per sé e per gli altri, il carisma della penitenza, come monito ed invito ad una Chiesa, contaminata dallo stile di vita mondano, a ritornare alla purezza evangelica della semplicità e della povertà.</p>
<p style="text-align: justify;">È interessante un raffronto tra quanto dicono i testi del Processo cosentino sul portamento esteriore di Francesco e su quello di Giacomo Martolilla, suo padre. Abbiamo già riportato la testimonianza su Francesco. Leggiamo adesso quella su Giacomo: <strong><em>Jacobo Martolilla patre di dicto frate Francisco lo quale fo christiano baptizato et campao tutto lo tempo de la sua vita honestamente et de bono cristiano, et che non magnavano cose de Pasca sino cibi quadrage et che andava con una veste di arbaso supra le carni et andava scalso</em></strong>. Le due testimonianze sono simili: Giacomo e Francesco, vivono una forma di vita austera nel portamento esterno e nel cibo. Francesco ha trovato, perciò, nella casa paterna il primo avvio ad un genere di vita penitente, che poi ha accentuato con la precisa e determinata volontà di farne una scelta stabile di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Pertanto, già all’interno della famiglia di Francesco esiste una scelta di sobrietà e di austerità alla quale egli viene educato fin dalla nascita. Dunque, l’ambiente familiare di Francesco è quello della gente semplice di Paola e della Calabria in genere; quella gente che più facilmente troviamo accanto a lui e della quale egli ama attorniarsi e con la quale condivide la dura fatica di manovale, di contadino, di boscaiolo. I Processi ci riportano bozzetti straordinari della loro vita dura, che in un certo senso, però, si rivelava lieta nella sua semplicità. Dai racconti dei testimoni emergono dei quadri di vita che hanno il sapore di autentici fioretti.</p>

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			<p style="text-align: justify;">Pertanto, già all’interno della famiglia di Francesco esiste una scelta di sobrietà e di austerità alla quale egli viene educato fin dalla nascita. Dunque, l’ambiente familiare di Francesco è quello della gente semplice di Paola e della Calabria in genere; quella gente che più facilmente troviamo accanto a lui e della quale egli ama attorniarsi e con la quale condivide la dura fatica di manovale, di contadino, di boscaiolo. I Processi ci riportano bozzetti straordinari della loro vita dura, che in un certo senso, però, si rivelava lieta nella sua semplicità. Dai racconti dei testimoni emergono dei quadri di vita che hanno il sapore di autentici fioretti.</p>
<p style="padding-left: 60px;">G. FIORINI MOROSINI<em>, Il Carisma Penitenziale di S. Francesco di Paola e dell&#8217;Ordine dei Minimi, pp. 112-114.</em></p>

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		<title>Lineamenti fisici di San Francesco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Jan 2021 17:01:48 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: justify;">Non possediamo un ritratto sicuro, che risalga al tempo in cui Francesco visse e che ci possa offrire i suoi lineamenti fisici. Il Fiot ha studiato i rapporti tra il pittore francese J. Bourdichon e l’eremita di Paola, al fine anche di individuare il ritratto più autentico di Francesco.</p>
<p style="text-align: justify;">J. Bourdichon, pittore di corte al tempo in cui visse Francesco, è stato il primo teste ascoltato al Processo di Tours per la canonizzazione del Paolano. Egli attesta che per ben due volte cercò di ricavare dal volto di Francesco, ormai defunto, un modello <strong><em>per meglio dipingerlo e ritrarne con maggiore esattezza le sembianze</em></strong>. Sembra che in seguito, a partire dal calco ricavato, egli abbia dipinto tre ritratti di Francesco: uno fu posto sull’altare del convento di Plessis, vicino alla tomba dello stesso Francesco; un altro in chiesa, di fronte alle sue reliquie; il terzo fu donato a Leone X in occasione della canonizzazione del Paolano (1519). Tutte e tre le opere sono andate perdute, anche se della terza conserviamo tuttora delle riproduzioni fatte nel ‘500 e nel ‘600. Il Fiot ritiene che i ritratti del Bourdichon abbiano influenzato tutta la produzione artistica su S. Francesco nel corso del secolo XVI.</p>

		</div>
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			<h6 style="text-align: center;"><em>Copia del ritratto realizzato da J. Bourdichon</em></h6>
<h6 style="text-align: center;"><em> e regalato a Leone X</em></h6>
<h6 style="text-align: center;"><em> in occasione della canonizzazione di San Francesco</em></h6>

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			<p style="text-align: justify;">La tradizione artistica più antica ce lo ha raffigurato sempre in età piuttosto avanzata, come un uomo di alta statura e di robusta costituzione fisica, con il naso aquilino, col volto coperto da barba, ascetico e un po’ severo, spesso tutto assorto nella contemplazione, qualche volta anche con il volto un po’ assente. È l’immagine, forse, che Francesco ha lasciato di se stesso in età ormai avanzata; ma è l’immagine usata poi dagli artisti, e rimasta, perciò, impressa nella sua iconografia. Il teste 40 del Processo di Tours dice: <strong><em>Il suo aspetto rivelava di essere assai estenuato per i rigori della penitenza</em>.</strong> Nell’immagine che ci è stata tramandata come opera donata dal Bourdichon a Leone X, M. Cordaro riscontra gli elementi della fisionomia di Francesco, lasciataci dagli scrittori a lui contemporanei nelle loro descrizioni: <strong><em>Statura superiore alla media&#8230; viso abbastanza oblungo&#8230; ben proporzionato, magro e, naturalmente rugoso, rifacendosi all’età più avanzata del santo. Il naso era allungato e grosso, la fronte ampia, gli occhi grandi e luminosi, sormontati da folte sopracciglia</em>.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutti questi dati corrispondono agli elementi che riusciamo a ricavare dai documenti delle origini, che in realtà ci offrono anche altri elementi, che, è chiaro, non possiamo confrontare con i dati della iconografia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Anonimo ci descrive il ritratto fisico di Francesco con queste parole: <strong><em>Portava la barba e i capelli sufficientemente allungati, né troppo lunghi, né troppo corti; come ho già detto, non se li fece mai tagliare. Era di corporatura sufficientemente grossa e di forte costituzione. Quantunque vivesse in grande astinenza, godeva tuttavia florida salute, rubicondo nel volto, come se avesse mangiato ogni giorno cibi squisiti. Esternamente sembrava grasso, mentre in realtà era ossa e pelle</em>.</strong> Conclude poi, con una precisazione, preziosa per immaginare quali potessero essere le sembianze di Francesco: <strong><em>Somigliava a S. Antonio, così come viene generalmente dipinto</em></strong>. Con questa descrizione si armonizzano altri dati, fornitici dallo stesso discepolo contemporaneo o che si trovano in altri contesti dei documenti delle origini dell’Ordine dei Minimi.</p>
<p style="text-align: justify;">Che Francesco fosse di statura piuttosto alta lo possiamo rilevare anche dagli indumenti (mantello, cappuccio, zoccoli), da lui usati e custodite oggi come reliquie nel Santuario di Paola. I suoi capelli in gioventù erano probabilmente biondi, se la testimonianza del teste 4 al Processo cosentino non è da prendere come espressione retorica ma invece espressiva del suo significato più immediato: splendevano <strong><em>li capillo ad modo di fila de oro</em></strong>. Che fosse di costituzione robusta risulta anche dalle descrizioni fatte della sua figura da alcuni testi del Processo cosentino: <strong><em>Lo vidia andar scalso per boschi spine petrate et altri lochi aspri et bastia la matza de matina ad sera</em>11. Altri precisano: <em>Fatigava, zappava, et bastiva la matza</em></strong>. Tutti lo descrivono come un uomo aduso ad ogni fatica, concordando così ancora una volta con l’Anonimo, che annota: <strong><em>Di giorno lavorava per più di sei persone</em></strong>. Con questa espressione il biografo coevo voleva indirettamente descrivere forse la forte fibra di Francesco.</p>
<p style="text-align: justify;">Certi episodi della sua vita, che lo vedono impegnato in fatiche ‘sovrumane’, certamente sono stati in alcuni casi manifestazioni dell’intervento straordinario di Dio1; non bisogna però escludere che, in diverse situazioni, è la sua forza fisica che emerge, come risulta dalla deposizione del teste 114 del Processo Calabro: <strong><em>Ha visto con i propri occhi tre giovani tra i più forti che erano da un lato e dall’altro lato il beato Francesco da solo, che portavano grandi pietre da un posto all’altro</em></strong>. Questa prestanza fisica è stata certamente alla base anche della forte ascesi che ha caratterizzato la sua vita austera. Austerità da tutti valutata al limite delle condizioni umane: <strong><em>Digiunava ogni giorno e mangiava, verso il tramonto, molto poco, quanto per sostentarsi</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa prestanza fisica era coronata da un volto <strong><em>alegro et jocundo</em></strong>, dice un testimone1, ed è una testimonianza, che possiamo collegare al <strong><em>volto rubicondo</em></strong>, di cui parla l’Anonimo. Abbiamo così l’immagine di un uomo che è, sì, un asceta, ma che si mostra sereno, gioviale e cordiale già al solo aspetto esteriore. Questo volto allegro è senza dubbio espressione, come vedremo in seguito studiando la personalità di Francesco, di un carattere allegro e gioviale, che è stato alla base della sua disponibilità all’accoglienza e della serenità che sapeva infondere negli altri, sostenuto senza dubbio da una speciale grazia di Dio. Il Toscano riassume così il profilo di Francesco: <strong><em>Fu uomo di bella persona, di statura che eccedeva la mezzana, ben complessionato e robusto, e di corporatura da reggere a grandi fatiche&#8230; Aveva la faccia lunga&#8230; gli occhi neri, grandi, e lucenti con guardatura vivacissima&#8230; il naso aquilino alquanto grosso e lungo&#8230; nella gioventù ebbe i capelli gialli e simili all’oro&#8230; portava la barba lunga biforcata, che insieme coi capelli sparsi qua e là aveva in sé maestà</em>&#8230;.</strong></p>
<p style="padding-left: 300px;">G. FIORINI MOROSINI, <em>Il Carisma Penitenziale dell&#8217;Ordine dei Minimi,</em> pp. 109-112</p>

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		<title>Apparizione della Madonna del Miracolo</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2021 15:05:27 +0000</pubDate>
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			<p style="text-align: justify;"><em>Il 20 gennaio 1842 la Vergine Santo apparve all’ebreo Alfonso Ratisbonne, proprio come è raffigurata nella Medaglia Miracolosa, con la sola differenza che la sua mano destra non era aperta, ma nell&#8217;atto di intimargli di inginocchiarsi. Questa conversione è stato un segno della Vergine, a distanza di 12 anni dalla consegna della Medaglia, che veramente Ella ha legato a questa Medaglia molte grazie. Ratisbonne, infatti, portava al collo questa medaglia, anche se solo per divertimento e per condiscendenza ad un amico che gliela aveva consegnata con fede, sperando proprio di ottenerne dalla Vergine la sua conversione. Ecco parte del racconto che Ratisbonne ha fatto dell&#8217;apparizione della Vergine e della sua conversione.</em></p>

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			<p style="text-align: justify;">Giunto a Roma, mi recai a casa del barone Teodoro De Bussiére&#8230; Gli feci conoscere l&#8217;impressione che mi aveva fatto la vista del Ghetto per l&#8217;oppressione dei miei fratelli ebrei, come anche delle superstizioni dei cattolici; e me ne risi con piacere». «Ebbene, rispose il signor De Bussiére, giacché siete une spirito forte, non avrete difficoltà di portare una medaglia, che vi darò». «La porterò, risposi, per mostrarvi che gli Ebrei non sono cosi ostinati».</p>
<p style="text-align: justify;">Il signor De Bussiére ingenuamente trionfando della sua vittoria volle conseguirne tutti gli utili. «Ora, riprese, bisogna dare compimento alla prova: si tratta di recitare mattina e sera il &#8220;Ricordatevi&#8221;, brevissima ed efficacissima preghiera indirizzata alla Vergine Maria da S. Bernardo (&#8230;)».</p>
<p style="text-align: justify;">Nella chiesa di S. Andrea delle Fratte nessun oggetto d&#8217;arte attirava la mia attenzione. Camminavo meccanicamente, con lo sguardo in giro, senza fermarmi su alcun pensiero; mi ricordo soltanto di un cane nero, che saltellava e balzava dinanzi a me. Presto questo cane disparve; tutta la chiesa disparve. Non vidi pia nulla; o piuttosto, mio Dio, vidi una sola cosa! Vidi come un velo dinanzi a me. La chiesa mi sembrava tutta oscura, eccetto una cappella, quasi che tutta la luce della chiesa si fosse concentrata in quella. Alzai gli occhi verso la cappella raggiante di tanta luce e vidi sull&#8217;altare della medesima, in piedi, viva, grande, maestosa, bellissima, misericordiosa, la santissima Vergine Maria simile nell&#8217;atto e nella forma all&#8217;immagine che si vede nella Medaglia Miracolosa dell&#8217;Immacolata.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi fece cenno con la mano d&#8217;inginocchiarmi. Una forza irresistibile mi spinse verso di Lei, che parve dicesse: «Basta cosi». Non lo disse, ma capii. A tal vista caddi in ginocchio nel luogo deve mi trovavo, cercai quindi varie volte di alzare gli occhi verso la santissima Vergine, ma la riverenza e lo splendore me li facevano abbassare, ciò che, però, non m&#8217;impediva l&#8217;evidenza di quella apparizione. Fissai le sue mani e vidi in esse l&#8217;espressione del perdono e della misericordia. Alla presenza della Santissima Vergine, benché ella non mi dicesse parola, compresi 1&#8217;orrore dello stato in cui mi trovavo, la deformità del peccato, la bellezza della religione cattolica; in una parola, compresi tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sapevo dove mi trovavo; non sapevo se fossi Alfonso o un altro; provavo un cambiamento cosi totale che mi credevo un altro. Cercavo di ritrovarmi e non mi ritrovavo. La gioia pin grande si sprigionava dal fondo della mia anima; non potei parlare; non volli rivelar niente; sentivo in me qualche cosa di solenne e di sacro che mi fece chiedere un sacerdote. Vi fui condotto; dopo averne avuto l&#8217;ordine positivo, ne parlai come mi era possibile, in ginocchio e con il cuore tremante.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto quello che posso dire è che, al momento del prodigio, la benda cadde dai miei occhi; non una sola benda, ma una quantità di bende che mi avevano avvolto disparvero, una dopo l&#8217;altra, rapidamente, come la neve, il fango e il ghiaccio sotto l&#8217;azione del sole cocente.</p>
<p style="text-align: justify;">Uscivo da una tomba, da un abisso di tenebre, ed ero vivo, perfettamente vivo. Ma piangevo. Vedevo nel fondo dell&#8217;abisso le miserie estreme alle quali ero stato strappato da una misericordia infinita. Rabbrividivo alla vista di tutte le mie iniquità, ed ero stupito, intenerito, sprofondato in ammirazione e riconoscenza. Come sono arrivato a questa conoscenza? Non saprei dirlo. Questo io so: che entrando in chiesa ignoravo tutto; uscendone vedevo chiaro.</p>

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